Università, Italia top nella preparazione ma c'è un grande "ma"
Le università italiane sono tra le migliori per la preparazione accademica, ma c'è un grosso problema che richiede una "trasformazione profonda"
La preparazione accademica italiana si conferma ancora una delle migliori al mondo, ma c’è un problema che preoccupa: non ha la capacità di trasformare il talento e le competenze acquisite nel corso degli studi universitari in produttività, innovazione e crescita. A fotografare la situazione del Belpaese è il Qs World Future Skills Index 2027, pubblicato il 24 giugno 2026 da QS Quacquarelli Symonds: l’Italia registra uno dei più ampi divari tra i Paesi appartenenti alle economie avanzate.
- Italia prima per preparazione accademica, ma è incapace di valorizzarla
- Gli atenei italiani hanno bisogno di una "trasformazione profonda"
Italia prima per preparazione accademica, ma è incapace di valorizzarla
Il nostro Paese si conferma uno dei migliori Stati in tutto il mondo per la preparazione accademica, aggiudicandosi il 9° posto in classifica nel Qs World Future Skills Index 2027. Ma se si parla di tradurre le competenze in produttività, scende drasticamente nel ranking arrivando al 41° posto.
Tra le grandi economie europee, in generale, l’Italia è 22esima su 89 Paesi analizzati. Prima di lei si posizionano Regno Unito (3° posto), Germania (4°), Spagna (9°) e Francia (11°).
La preparazione della forza lavoro è tra i punti più deboli della formazione italiana. Le imprese, infatti, richiedono competenze che le università non sempre riescono ancora a sviluppare a pieno, nonostante il capitale umano sia forte. Tra queste spiccano le competenze manageriali, relazionali e di leadership, che risultano sempre più richieste dal mondo del lavoro odierno.
Come sottolineano gli analisti di Qs, quindi, il punto debole è soprattutto la scarsa capacità del Belpaese di tradurre le competenze in produttività e crescita, trattenendo il suo capitale umano e trasformandolo in innovazione.
Un capitale umano, quello italiano, sempre più "minacciato" dalla cosiddetta "fuga dei cervelli": tra il 2012 e il 2022 più di 1,3 milioni di cittadini italiani si sono trasferiti all’estero, oltre il 60% con meno di 35 anni. Se si guarda solo al 2023, circa 21mila i laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.
L’Italia registra infatti uno dei più elevati tassi di emigrazione qualificata e i più bassi tassi di rientro, con un costo stimato che pesa sul Paese per più di 130 miliardi di euro negli ultimi 10 anni, tra il 2011 e il 2023. Come sottolinea Qs, il rischio che corriamo è quello di sostenere i costi per la formazione degli italiani, per poi cederne i benefici alle altre economie.
Gli atenei italiani hanno bisogno di una "trasformazione profonda"
Lo studio spiega come il sistema universitario italiano fatichi a preparare laureati pronti per affrontare un mercato del lavoro in rapido e continuo mutamento. Ciò accade in un periodo storico in cui l’Intelligenza Artificiale potrebbe generare tra i 150 e i 170 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia italiana nel prossimo decennio.
A guidare la trasformazione del mondo del lavoro sono invece quei Paesi le cui economie sono maggiormente concentrate in professioni in cui l’IA potenzia le capacità umane, al posto di sostituirle. Tra questi troviamo Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Germania. Per questi motivi l’Italia avrebbe bisogno di una "trasformazione profonda" dei suoi atenei, con un adeguamento più rapido dell’offerta formativa. secondo gli analisti di Qs, però, questa sfida richiede un allineamento tra università, politiche, finanziamenti, agilità istituzionale e investimenti delle imprese nella formazione continua.