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Usare Google per studiare rende davvero più pigri? IStock

Usare Google per studiare rende davvero più pigri?

Cercare online facilita lo studio, ma imparare richiede anche ricordare, rielaborare e verificare le informazioni senza dipendere sempre da Google

5 min di lettura

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • Cercare informazioni online non rende automaticamente più pigri, ma può abituare a delegare parte della memoria alla rete.
    Trovare rapidamente una risposta può creare l’illusione di aver imparato qualcosa che in realtà non sappiamo ancora recuperare da soli.
    Google è più utile quando serve per verificare e approfondire, dopo aver provato a ricordare o ragionare autonomamente.

Una definizione cercata in pochi secondi, una data recuperata al volo, un dubbio risolto senza aprire il libro: usare Google per studiare è ormai una pratica quotidiana. Ma avere sempre una risposta a portata di clic ci rende davvero più pigri mentalmente? Le ricerche mostrano che internet può cambiare il modo in cui ricordiamo e cerchiamo le informazioni, spingendoci a delegare parte della memoria alla tecnologia. Questo, però, non significa necessariamente imparare meno: molto dipende da come utilizziamo ciò che troviamo dopo averlo cercato.

Google non spegne la memoria, ma cambia ciò che ricordiamo

Una delle ricerche più note sul tema è stata pubblicata su Science nel 2011 e ha dato origine all’espressione "Google effect". Attraverso quattro esperimenti, Betsy Sparrow e colleghi hanno osservato che, quando le persone pensavano di poter recuperare successivamente un’informazione sul computer, tendevano a ricordare meno bene il contenuto in sé e meglio dove sarebbe stato possibile ritrovarlo.

In altre parole, il cervello non smette semplicemente di lavorare: modifica la propria strategia. Se sappiamo che una data, una formula o un nome possono essere recuperati in pochi secondi, può diventare meno importante conservarli tutti nella memoria. Internet funziona così come una sorta di memoria esterna, un fenomeno che gli psicologi definiscono anche memoria transattiva.

Non è qualcosa di completamente nuovo. Da sempre utilizziamo strumenti esterni per alleggerire il lavoro della memoria: agende, enciclopedie, appunti, libri e, molto prima di Google, persino gli elenchi telefonici. La differenza è soprattutto nella facilità con cui oggi possiamo ottenere praticamente qualsiasi informazione.

Il rischio nasce quando il passaggio da "ricordare tutto" a "sapere dove cercare" diventa invece "non provo nemmeno a ricordare perché posso sempre cercarlo".

Una ricerca del 2016 ha mostrato, per esempio, che dopo aver utilizzato internet per rispondere ad alcune domande difficili, i partecipanti erano più propensi a ricorrere nuovamente a Google anche davanti a domande relativamente semplici. Una ricerca pubblicata su Cognition nel 2026 ha replicato questo fenomeno, definito Internet Fixation Effect: utilizzare la ricerca online può renderci più inclini a utilizzarla ancora, anche per argomenti diversi. Gli autori lo interpretano come una crescente abitudine a trattare internet come un partner della nostra memoria.

Non significa diventare "pigri" nel senso comune del termine. Significa piuttosto che uno strumento facilmente disponibile può diventare la nostra prima risposta automatica anche quando potremmo recuperare autonomamente ciò che sappiamo.

Trovare una risposta non significa averla imparata

Per lo studio, il problema più interessante riguarda però un altro passaggio: la differenza tra avere accesso a un’informazione e conoscerla davvero.

Uno studio pubblicato sulla rivista Memory ha affrontato proprio questa questione attraverso cinque esperimenti. Alcuni partecipanti dovevano prepararsi per un test cercando online le informazioni necessarie, mentre altri ricevevano direttamente gli stessi contenuti. Successivamente, chi aveva effettuato le ricerche su internet ricordava meno informazioni durante il test, pur sentendosi altrettanto sicuro – e in alcuni casi persino più sicuro – di aver imparato il materiale.

È un risultato particolarmente utile per capire che cosa può succedere quando si studia con Google. Leggere rapidamente una spiegazione e riconoscerla come corretta può creare una sensazione di familiarità: "Sì, questo lo so". Ma riconoscere qualcosa mentre lo abbiamo davanti è molto più semplice che recuperarlo dalla memoria senza aiuti.

Un fenomeno simile era già emerso in nove esperimenti pubblicati nel 2015 sul Journal of Experimental Psychology: General. Cercare spiegazioni su internet portava le persone a valutare più positivamente la propria conoscenza anche su argomenti differenti. In sostanza, la facilità con cui riuscivano a trovare un’informazione rischiava di confondersi con la sensazione di possederla personalmente.

Pensiamo a uno studente che cerca "cause della Rivoluzione francese", legge velocemente una pagina e poi chiude tutto convinto di aver capito. Finché il testo è davanti agli occhi, molte informazioni sembrano evidenti. La prova arriva quando deve spiegare l’argomento senza Google: riesce a ricostruire i passaggi, collegare cause e conseguenze e utilizzare le informazioni in modo autonomo?

Il problema non è cercare su Google, ma fermarsi alla ricerca

Tutto questo non significa che per studiare bene sia necessario tornare all’enciclopedia cartacea. Google può essere uno strumento molto utile: permette di trovare rapidamente spiegazioni alternative, consultare fonti istituzionali, verificare una notizia, cercare un articolo scientifico o chiarire un concetto che il libro tratta in modo poco comprensibile.

Saper cercare, inoltre, è diventato esso stesso una competenza. Di fronte alla quantità enorme di informazioni disponibili online, bisogna scegliere parole chiave efficaci, distinguere una fonte affidabile da una mediocre, confrontare versioni differenti e riconoscere contenuti pubblicitari, incompleti o non aggiornati. Una ricerca sugli studenti universitari ha sottolineato proprio come il ragionamento critico online dipenda anche dalla capacità di selezionare e utilizzare fonti di buona qualità, non semplicemente dal reperire una risposta.

La differenza sta quindi in ciò che succede dopo il clic. Cercare una definizione per chiarire un dubbio e poi provare a spiegarla senza guardare è molto diverso dal copiare la prima risposta trovata. Confrontare tre fonti richiede più elaborazione che limitarsi al primo risultato. E utilizzare Google per trovare materiali con cui approfondire un argomento non equivale a usarlo ogni volta che la memoria richiede qualche secondo di sforzo.

Può essere utile persino introdurre una piccola regola: prima provare a ricordare, poi cercare. Se non ricordiamo la capitale di un Paese o il significato di un termine appena studiato, tentare il recupero prima di aprire Google costringe il cervello a lavorare sull’informazione. La ricerca online diventa così uno strumento di controllo e approfondimento invece di sostituire immediatamente la memoria.

Usare Google per studiare, quindi, non ci rende automaticamente più pigri. Può però abituarci a delegare alla rete una parte crescente delle informazioni e farci confondere la facilità con cui troviamo una risposta con il fatto di averla realmente imparata. Il problema non è sapere che una risposta è disponibile online. È arrivare al momento dell’interrogazione, dell’esame o semplicemente di una discussione e scoprire che, senza la barra di ricerca davanti, quella risposta non è mai diventata davvero nostra.