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Videogame, messaggio "salvavita" di Pellai per genitori e figli iStock

Videogiochi, messaggio "salvavita" di Pellai per genitori e figli

Lo scrittore Alberto Pellai ha parlato dei rischi dietro all'uso prolungato dei videogiochi per avvisare i genitori dei pericoli per i propri figli

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

I videogiochi sono tra le attività ludiche più diffuse tra adolescenti e bambini. Si sa già che l’uso prolungato può provocare dipendenza, ciò che passa inosservato e come le aziende realizzino questi giochi proprio allo scopo di tenere i giocatori incollati allo schermo e trarne profitto, a discapito del benessere dell’utilizzatore. Lo scrittore Alberto Pellai ha dedicato un post su Facebook al tema per lanciare un messaggio “salvavita” a genitori e figli.

Il problema della dipendenza dai videogiochi

Su Facebook, Andrea Pellai ha pubblicato un post con un avviso nell’incipit: Perché videogiocare non equivale a giocare: un messaggio “salvavita” per genitori e figli.

Lo scrittore invita poi i genitori in difficoltà con la regolamentazione dei videogiochi nella vita dei figli a leggere il suo avviso.

“Se c’è un problema che oggi riguarda tutti i genitori di bambini e preadolescenti (soprattutto maschi) quel problema si chiama: dipendenza da videogiochi. Nessuno in passato – spiega Pellai – è mai stato dipendente dai giochi che faceva: non ti svegliavi di notte per correre in cortile a giocare a bandiera o nascondino oppure per andare in sala a giocare a Monopoli. Non davi calci alle ante dell’armadio o alla porta se i genitori ti dicevano ‘Adesso basta giocare, è ora di studiare’. Tutto questo sta avvenendo nelle vite dei nostri figli e ha ragioni economiche e neurobiologiche”.

Lo scrittore ha indicato il fine dei videogiochi riportando un breve estratto del suo libro “Esci da quella stanza” (Mondadori ed.).

“Nei videogiochi i nostri figli, si trovano ingaggiati inizialmente in un’attività stimolante, attraente, divertente, eccitante che poi, però, richiede di non essere interrotta e di essere messa in atto il più possibile e senza soluzione di continuità. Videogiocare non equivale a giocare. O meglio: anche chi videogioca, sta giocando. Ma al tempo stesso chi crea le piattaforme di videogioco, quando pensa al proprio giocatore, non pensa semplicemente a trovare la migliore risposta alla domanda: ‘Come posso farlo divertire, giocando?’. Perché i produttore creano videogiochi ponendosi due domande chiave:
1. ‘Mentre lo faccia divertire giocando, come posso prolungare il più possibile il suo tempo di permanenza dentro al videogioco?’.
2. ‘Mentre passa più tempo possibile con il videogioco, quanti soldi possono fargli spendere?'”, è la spiegazione di Pellai.

Il fine dei videogiochi

Lo scrittore, sempre nel suo libro citato nel post Facebook, punta l’attenzione proprio sul “fine principale di un videogioco, almeno di quelli che oggi vanno per la maggiore tra bambini e ragazzi di tutte le età” che “non è quasi mai quello di fornire un divertimento e un intrattenimento a misura di bambino, bensì quello di garantire un profitto a favore delle multinazionali che controllano l’industria”.

“Un tempo il grande guadagno delle multinazionali del videogioco – si legge ancora – era rappresentato dalla vendita del supporto fisico necessario a giocarlo con la consolle di proprietà che a partire dagli ultimi anni del secolo scorso è diventata un ‘must have’ in tutte le case in cui erano presenti preadolescenti e adolescenti. Quindi prima del passaggio alle consolle connesse online, il grande profitto delle multinazionali dei videogiochi era associato alla vendita degli “oggetti fisici” necessari per poter vivere questa esperienza tra le pareti domestiche”.

Con l’avanzare della tecnologia e in un mondo sempre più connesso, i ragazzi si sono ritrovati a videogiocare tramite gli smartphone “e questo ha permesso loro di poter continuare a fare fuori casa quello che potevano fare stando in casa propria”.

È in questo caso che l’industria del videogioco “ha deciso di guadagnare cifre impensabili sfruttando gli ‘investimenti’ che ogni singolo giocatore fa, mentre sta effettuando le partite con i suoi devices portatili. Il gioco così, molto spesso, viene scaricato con modalità totalmente gratuita dai negozi di App disponibili nell’online. Apparentemente, perciò, tu entri dentro al videogioco a costo zero. Solo che quando cominci a giocarlo, ecco che cominciano ad arrivare infiniti richiami ed inviti ad investire denaro nel gioco che stai facendo, che si trasforma in una vera e propria slot machine a vantaggio della multinazionale che l’ha prodotto”.

Il messaggio salvavita per i genitori

Il messaggio “salvavita” di Pellai è quindi quello di avvisare i propri figli del meccanismo messo in atto dalle industrie di videogiochi e soprattutto sul rischio che “più videogiochi e più spendi. Solo che più videogiochi e meno vivi la vita che dovresti vivere quando sei in età evolutiva”.

Per Pellai prendere consapevolezza di tutto ciò, può rimettere i propri figli nella vita che a loro serve per acquisire abilità e competenze che li rendano capaci di vivere nel principio di realtà.