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Don Chisciotte: il sogno cavalleresco contro la cruda realtà del mondo

Un povero nobile di campagna leggendo molto perde la coscienza del reale e si autoproclama cavaliere errante, convince un contadino a farsi scudiero

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

In un villaggio sperduto della Mancia un hidalgo magro e sulla cinquantina legge troppi romanzi di cavalleria, fino a perdere il senno. Si convince che il mondo abbia ancora bisogno di cavalieri erranti e decide di diventarlo lui stesso: nasce così Don Chisciotte, uno dei personaggi più famosi della letteratura mondiale. Armato di una vecchia armatura, in sella al cavallo spelacchiato Ronzinante e accompagnato dal contadino Sancho Panza, trasforma locande in castelli e mulini in giganti. Ma questo romanzo non è solo comico: parla di sogni, di fallimenti, del rapporto tra immaginazione e realtà, di libri che cambiano la vita, nel bene e nel male. Leggendo Don Chisciotte entriamo in un gioco di specchi dove non è mai chiaro chi sia davvero pazzo e chi no: è il mondo a essere assurdo o è folle chi prova a cambiarlo?

Trama del romanzo

In un «luogo della Mancia» vive l’hidalgo Alonso Quijano, povero nobile di campagna che passa le giornate a leggere romanzi di cavalleria. A forza di letture perde il contatto con la realtà: convinto che i libri raccontino la vera storia del mondo, decide di farsi cavaliere errante. Si inventa un nuovo nome, Don Chisciotte della Mancia, ripara alla meglio un’armatura decrepita, battezza il suo cavallo Ronzinante e sceglie come dama del cuore una contadina del vicino villaggio, Aldonza Lorenzo, che lui nobilita col nome di Dulcinea del Toboso. Senza avvertire nessuno esce di casa per la sua prima «avventura».

Nella prima uscita, Don Chisciotte viene armato cavaliere in una locanda che scambia per castello, dove il locandiere si presta al gioco. Subito dopo viene malmenato da dei mulattieri e riportato al villaggio da un contadino. Il curato e il barbiere, amici di Alonso, capiscono che la causa della follia sono i romanzi cavallereschi: organizzano allora un vero e proprio «processo» ai libri della sua biblioteca e li bruciano. Per impedirgli nuove letture murano perfino lo studio, inventando la storia di un mago che avrebbe portato via i volumi. Don Chisciotte però interpreta tutto come un incantesimo e, dopo poco, convince il contadino Sancho Panza a seguirlo come scudiero, promettendogli il governo di un’isola.

Comincia così la seconda uscita, cuore della prima parte del romanzo. Le «imprese» di Don Chisciotte sono una lunga serie di abbagli: i famosi mulini a vento scambiati per giganti, le greggi di pecore viste come eserciti in battaglia, una catena di galeotti liberati in nome della giustizia, processioni religiose prese per rapimenti, locande che diventano castelli popolati di dame e maghi. Ogni volta la realtà è diversa da come lui la immagina, e le conseguenze sono botte, ferite, disastri. Sancho, più concreto, vede bene la verità, ma resta accanto al padrone tra paura, interesse (spera sempre nel famoso «contado») e sincero affetto.

Accanto alla linea principale, Cervantes intreccia molte storie secondarie: i pastori Grisóstomo e Marcela, il tragico amore di Cardenio e Luscinda, le disgrazie di Dorotea tradita da don Fernando, la novella del «Curioso impertinente», il racconto del capitano prigioniero in terra musulmana, le vicende pastorali di Leandra. Spesso questi racconti si intrecciano alla follia di Don Chisciotte: per esempio Dorotea si finge «principessa Micomicona» per trascinarlo in una falsa impresa e riportarlo a casa. Alla fine, ingannato dagli amici che lo chiudono in una gabbia fingendo un incantesimo, il cavaliere rientra al villaggio.

Nella seconda parte, pubblicata anni dopo, Don Chisciotte e Sancho riprendono il cammino: ora però i personaggi che incontrano hanno già letto la prima parte delle sue avventure e lo conoscono come eroe di romanzo. Il gioco tra realtà e finzione si complica. Due duchi lo ospitano e lo trasformano in bersaglio di elaborate burle: fanno di Sancho un finto governatore dell’«isola Barataria», montano finte magie su Dulcinea, inscenano resurrezioni (come quella di Altisidora). Sancho, sorprendentemente, si comporta da governatore con buon senso, rendendo giustizia con spirito pratico, ma alla fine comprende che tutto è un gioco crudele e rinuncia al potere, preferendo tornare al suo asino.

Più avanti Don Chisciotte arriva a Barcellona, dove vede per la prima volta il mare e le galere, e vive l’ultima grande illusione di gloria. Lì viene sfidato dal misterioso Cavaliere dalla Bianca Luna (in realtà il bachiller Sansón Carrasco travestito), deciso a guarirlo costringendolo a tornare a casa. Sconfitto in duello sulla spiaggia, Don Chisciotte è obbligato a promettere di non impugnare più le armi per un anno. Sulla via del ritorno elabora allora un nuovo progetto: se non può più essere cavaliere errante, sarà pastore in un’idilliaca vita campestre insieme a Sancho e agli amici, trasformati in pastori-poeti.

Rientrato al villaggio, però, Don Chisciotte si ammala gravemente. A letto, assistito da Sancho, dal curato, dal barbiere e da Sansón Carrasco, dopo un lungo sonno ritrova improvvisamente la ragione: rinnega i romanzi cavallereschi, riconosce di aver vissuto in un’illusione e torna a chiamarsi Alonso Quijano «il Buono». Scrive testamento, chiede perdono, ringrazia Sancho per la fedeltà. Il fedele scudiero, in lacrime, lo supplica di non morire e di tornare insieme alla vita pastorale sognata, ma è tardi: Don Chisciotte muore come uomo lucido e pentito, non più come cavaliere folle. Con questa morte, Cervantes chiude definitivamente la possibilità di nuove avventure e, allo stesso tempo, consegna al lettore un personaggio che resta vivo nella memoria proprio per il suo oscillare continuo tra sogno e realtà.

Personaggi di Don Chisciotte

I personaggi di Don Chisciotte sono moltissimi, ma alcuni spiccano per forza simbolica e per il ruolo che giocano nel dialogo tra follia e realtà. Cervantes costruisce figure che funzionano su due livelli: realistico (uomini e donne di villaggio, contadini, nobili, frati, galeotti) e allegorico (incarnano idee come l’ideale, il buon senso, l’onore, la Fortuna). Conoscere i principali ti aiuta a orientarti nel romanzo e a cogliere le tensioni che lo attraversano: tra sogno e pragmatismo, tra libro e vita, tra eroismo e ridicolo. Ogni personaggio importante ha anche una voce propria: modo di parlare, proverbi, registri linguistici diversi che rendono l’opera vivissima e teatrale, quasi un grande coro di Spagna del Seicento.

  • Don Chisciotte (Alonso Quijano) è l’hidalgo che, a forza di leggere romanzi di cavalleria, perde il senso della realtà e decide di farsi cavaliere errante. Magro, povero, testardo, trasforma il mondo secondo i modelli dei libri: mulini in giganti, locande in castelli, contadine in principesse. È comico perché sbaglia tutto, ma anche commovente per la sincerità con cui crede nella giustizia e nella difesa degli oppressi. Simbolicamente rappresenta la forza dell’immaginazione, l’ideale che si scontra con la durezza del reale. È anche una critica vivente ai libri che confondono la mente, ma al tempo stesso un omaggio alla potenza della narrazione: senza i romanzi, lui non esisterebbe.
  • Sancho Panza è il contadino che accetta di diventare scudiero di Don Chisciotte in cambio della promessa di un’isola da governare. Grasso, goloso, pieno di proverbi, vede chiaramente ciò che accade: per lui i giganti sono mulini, i castelli sono locande, Dulcinea è una brava contadina. Eppure segue il padrone per interesse ma anche per affetto, e pian piano si lascia contagiare da un po’ di sogno. Simbolicamente incarna il buon senso popolare, la concretezza del corpo e dei bisogni materiali (cibo, denaro, sonno) in dialogo continuo con l’ideale astratto di Don Chisciotte. La coppia cavaliere/scudiero diventa così una sorta di «doppio» dell’essere umano, diviso tra sogno e realtà.
  • Dulcinea del Toboso (Aldonza Lorenzo) è una contadina robusta e concreta che Don Chisciotte trasfigura in dama nobilissima e perfetta. Nel romanzo non la vediamo mai davvero: esiste soprattutto nella mente del cavaliere, che a lei dedica tutte le sue imprese. Questa distanza tra realtà (Aldonza) e nome immaginario (Dulcinea) fa di lei un potente simbolo dell’ideale amoroso: non è una persona, ma un sogno di perfezione che muove l’eroe. Nella seconda parte, il tema dell’«incantesimo» di Dulcinea (che apparirebbe trasformata in contadina) accentua la riflessione sul rapporto tra apparenza e verità, e su quanto l’amore sia costruzione mentale.
  • Il Curato (Pero Pérez) è il prete del villaggio, amico di Alonso Quijano. Insieme al barbiere organizza il rogo dei libri di cavalleria e tutti gli stratagemmi per riportare Don Chisciotte a casa (la finta principessa Micomicona, la gabbia sul carro, i travestimenti). Rappresenta la voce della ragione e dell’ordine sociale, convinto che la fantasia vada controllata per evitare danni. Ma Cervantes lo mostra anche un po’ ipocrita e contraddittorio: critica i romanzi e poi si diverte a inventare storie e inganni. È il simbolo di un potere «razionale» che però non è mai neutrale, perché usa la finzione per imporre la propria idea di normalità.
  • Il Barbiere (Maese Nicolás) è l’altro grande complice del curato. Uomo pratico, curioso, molto «teatrale», partecipa al rogo dei libri e ai travestimenti nella Sierra Morena (fa la finta dama, poi lo scudiero della principessa Dorotea). Come il curato, rappresenta il buon senso borghese che giudica le follie dall’esterno, ma anche la tentazione di manipolare gli altri «per il loro bene». La sua figura è interessante perché mostra come, accanto alla follia dichiarata di Don Chisciotte, esista una follia più sottile: quella di chi gioca con gli altri come se fossero personaggi, dimenticando che possono soffrire davvero.
  • Dorotea è una giovane contadina onesta, sedotta e abbandonata dal nobile don Fernando. La troviamo nella Sierra Morena vestita da pastorella, in fuga dalla vergogna. È intelligente e coraggiosa: accetta di travestirsi da «principessa Micomicona» per aiutare il curato a riportare Don Chisciotte a casa, e quando ritrova Fernando sa difendere con forza il proprio diritto all’onore e al matrimonio promesso. Simbolicamente incarna la dignità femminile tradita ma non passiva: Cervantes, attraverso di lei, mostra una donna che non è solo oggetto d’amore, ma soggetto capace di parola, di strategia e di giustizia.
  • Cardenio e Luscinda sono una coppia di nobili innamorati separati dagli intrighi di don Fernando. Cardenio impazzisce di gelosia e si rifugia come selvaggio nella Sierra Morena; Luscinda viene costretta a sposare Fernando, ma durante il matrimonio sviene e alla fine viene «restituita» al suo vero amato. Insieme rappresentano il tema dell’amore tragico e fedele, in contrasto con le storie falsamente cavalleresche di molti romanzi. La loro vicenda mostra quanto la passione possa rasentare la follia, anche senza libri di cavalleria, e mette in crisi l’idea che solo Don Chisciotte sia «pazzo»: l’amore stesso può far perdere il senno.
  • Il Duca e la Duchessa compaiono nella seconda parte: sono nobili annoiati che, avendo letto la prima parte del romanzo, decidono di trasformare Don Chisciotte e Sancho in giocattoli viventi. Organizzano inganni raffinati (l’isola di Barataria, l’«incantesimo» di Dulcinea, la finta morte e resurrezione di Altisidora) per divertirsi. Simbolicamente incarnano una nobiltà cinica, che usa il potere e la cultura per ridicolizzare chi è più debole o ingenuo. Attraverso di loro Cervantes critica una società che ride dei sognatori invece di interrogarsi sulla propria responsabilità.
  • Sansón Carrasco è il giovane bachiller (laureato) del villaggio, che si propone come «guaritore» di Don Chisciotte. Prima lo sfida come Cavaliere degli Specchi, poi, travestito da Cavaliere della Bianca Luna, lo batte sulla spiaggia di Barcellona, imponendogli il ritiro dalle armi. È figura ambigua: vuole sinceramente fermare la follia dell’hidalgo, ma lo fa assumendo anch’egli un ruolo cavalleresco fittizio. Simbolicamente rappresenta la ragione aggressiva che per correggere la follia ne imita le forme, mostrando come il confine tra sano e malato non sia mai del tutto chiaro.
  • Roque Guinart è un famoso bandito catalano che Don Chisciotte incontra vicino a Barcellona. Pur essendo fuorilegge, è giusto con i suoi uomini, protegge i deboli e tratta con rispetto il cavaliere. È ispirato a un personaggio reale, e funziona come simbolo della giustizia irregolare: fuori dalle leggi ufficiali ma non privo di etica. Accanto ai giudici, ai duchi, ai curati, Roque fa vedere che la linea tra legalità e moralità è complessa: un «bandito» può essere più umano di molti uomini rispettabili.

Temi Principali

Don Chisciotte è un romanzo ricchissimo di temi, tanto che ogni lettura può scoprirne di nuovi. Alla base c’è il contrasto tra il mondo dei libri e quello della realtà: Cervantes si chiede cosa succede quando ci si lascia guidare troppo dalle storie, ma anche quanto la vita abbia bisogno di immaginazione per diventare sopportabile. Intorno a questo nucleo ruotano altri motivi: la follia e la normalità, l’amicizia, il rapporto tra padroni e servi, la giustizia, l’onore, il ruolo delle donne, la censura dei libri, la guerra, la religione. Per uno studente di oggi, molti di questi temi possono essere collegati a questioni attuali: i social come «romanzi» che deformano la realtà, l’identità costruita, la distanza tra ideali e lavoro quotidiano, il potere della narrazione nei media.

  • Follia e realtà è il tema più evidente: Don Chisciotte vede il mondo attraverso le lenti dei romanzi, trasformando ogni cosa in avventura cavalleresca. È davvero folle, o semplicemente coerente con un ideale troppo alto per il mondo che lo circonda? Cervantes gioca costantemente su questa ambiguità: spesso i discorsi del cavaliere sono lucidissimi (sulle armi e le lettere, sulla giustizia, sulla libertà), mentre le persone «normali» si comportano da crudeli o sciocchi. La follia diventa allora uno specchio che mette a nudo i difetti della realtà. Per il lettore, la domanda è scomoda: quanto siamo pronti a definire «pazzi» quelli che non accettano le convenzioni sociali e cercano di vivere secondo un ideale?
  • Libri, finzione e censura attraversano l’intero romanzo. All’inizio i libri di cavalleria sono accusati di aver fatto impazzire Alonso Quijano e vengono bruciati in nome del bene comune: è una scena che anticipa i roghi di libri della storia europea. Ma Cervantes non offre una risposta semplice: da un lato mostra i pericoli di una lettura acritica, dall’altro riempie il romanzo di racconti, novelle interne, manoscritti ritrovati, traduzioni (come quella di Cide Hamete Benengeli), giochi metanarrativi. La letteratura appare così al tempo stesso pericolosa e necessaria: può confondere, ma è anche l’unico modo per dare forma all’esperienza. Il tema invita a riflettere su come usiamo oggi le storie (film, serie, videogiochi, social) e se spetti a qualcuno «bruciarle» o censurarle.
  • Giustizia e diritto emergono nelle molte scene in cui Don Chisciotte «difende» oppressi e maltrattati: il servo Andrés frustato dal padrone, la catena di galeotti, le processioni notturne, i prigionieri di Algeri, i contadini e i pastori ingannati. Spesso i suoi interventi, nati da un sincero desiderio di giustizia, finiscono per peggiorare la situazione (come nel caso di Andrés o dei galeotti). Cervantes mostra così lo scarto tra giustizia ideale e giustizia reale, fatta di leggi, tribunali, polizie (la Santa Hermandad). Il tema interroga il lettore: basta la buona intenzione per fare il bene? E cosa succede quando le leggi puniscono più i poveri che i potenti? Don Chisciotte, pur sbagliando, ricorda che non possiamo limitarci ad accettare ogni ingiustizia come «normale».
  • Amicizia e dialogo sono incarnati soprattutto dal rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza, ma anche dai legami tra Dorotea e Luscinda, tra i fratelli del capitano prigioniero, tra Don Quijote e i suoi compaesani. Il romanzo è pieno di litigi, incomprensioni, ma anche di fedeltà sorprendente: Sancho resta accanto al padrone nonostante botte, fame e umiliazioni; Dorotea protegge Luscinda; il curato e il barbiere, pur sbagliando, si preoccupano sinceramente dell’amico folle. Cervantes mostra che l’identità si costruisce attraverso il dialogo: i lunghi scambi fra cavaliere e scudiero sono il laboratorio dove si misurano il punto di vista idealista e quello realistico. Il lettore è spinto a vedere come soltanto parlando (e ascoltando) si possa correggere, senza annullarlo, il sogno dell’altro.
  • Ruolo delle donne e libertà femminile è un tema modernissimo. Oltre a Dulcinea, che esiste soprattutto come proiezione maschile, nel romanzo compaiono donne molto diverse: Marcela, che rivendica il diritto di non amare nessuno e vive da pastora libera; Dorotea, che difende l’onore e reclama il matrimonio promesso; Luscinda, fedele al suo vero sposo anche contro la famiglia; Zoraida, che rischia la vita per seguire la propria fede e il proprio amore; Leandra, sedotta dalle apparenze ma non priva di dignità. Cervantes fa discutere la comunità su queste figure, mostrando pregiudizi e condanne, ma dà alle donne lunghe scene di parola in cui argomentano la propria scelta. Ne esce un quadro complesso, dove l’ideale cavalleresco (la donna angelicata) si scontra con desideri, paure e libertà molto umane.
  • Identità e fama diventano centrali soprattutto nella seconda parte. Don Chisciotte scopre che esiste un libro che racconta le sue avventure, incontra persone che lo conoscono perché l’hanno «letto», si imbatte persino in un’altra falsa versione di se stesso (la continuazione apocrifa di Avellaneda). Questo gioco metaletterario anticipa il nostro mondo di identità mediate dai media: chi è il «vero» Don Chisciotte? L’uomo in carne e ossa, il personaggio del libro di Cervantes, o quello del falso sequel? Sancho stesso discute il proprio doppio «di carta». Il tema invita a riflettere su quanto la nostra immagine pubblica (profilo social, reputazione online) possa allontanarsi dalla realtà, e su come il racconto che gli altri fanno di noi possa influenzare la nostra stessa idea di chi siamo.

Perché leggere Don Chisciotte oggi?

Leggere Don Chisciotte oggi significa incontrare il primo grande «romanzo moderno», ma anche interrogare la nostra epoca. Viviamo circondati da storie — serie, social, videogiochi — che trasformano la realtà; come Alonso Quijano rischiamo di confondere lo schermo col mondo. Il libro di Cervantes ci fa ridere dei suoi errori, ma allo stesso tempo ci costringe a chiederci dove finisca il sogno e inizi la responsabilità. Attraverso il dialogo fra Don Chisciotte e Sancho impariamo a tenere insieme ideali alti e concretezza, passione e prudenza. Per uno studente è un testo laboratorio: ricchissimo di personaggi, generi, registri, perfetto per allenare lettura critica, confronto di punti di vista e riflessione su che cosa significa, davvero, «non essere come tutti gli altri».

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.