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Utopia: la città ideale tra ragione politica e giustizia sociale

Thomas Moore ascolta Raphael che gli racconta di un'isola chiamata Utopia dove gli abitanti collaborano e condividono tempo e ideali politici e morali

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Immagina un’isola lontana, perfettamente organizzata, dove non esiste proprietà privata, il lavoro è distribuito in modo equo, la guerra è detestata e le religioni convivono in pace. È davvero un paradiso politico… o una sottile presa in giro del nostro mondo? Utopia di Thomas More, pubblicata nel 1516 in latino, è una delle opere più influenti della storia del pensiero politico e sociale. A metà tra racconto di viaggio e saggio filosofico, mette in scena un dialogo brillante in cui un misterioso marinaio, Raphael Hythloday, descrive un sistema ideale che sembra risolvere tutte le ingiustizie dell’Europa del suo tempo. Ma niente è semplice come sembra: ironia, ambiguità e domande scomode attraversano ogni pagina. Leggerla significa entrare nel laboratorio in cui nasce il concetto stesso di “utopia” e confrontarsi con ciò che consideriamo giusto, possibile, desiderabile.

Trama del racconto filosofico

Thomas More, brillante giurista e uomo politico inglese, si presenta in apertura in modo quasi autobiografico. Nato a Londra nel 1478 e cresciuto nell’ambiente colto del cardinale John Morton, studia a Oxford, si forma nel diritto e si distingue per il suo rigore morale e l’indipendenza in Parlamento. Critica le tasse ingiuste di Enrico VII, rischia la carriera, poi sotto Enrico VIII diventa un avvocato famoso per onestà: non difende cause inique e non accetta denaro da vedove e poveri. Nel clima internazionale delle missioni diplomatiche nelle Fiandre, ad Anversa, in contatto con umanisti come Erasmus e Peter Giles, matura l’idea di Utopia: usare il racconto immaginario per svelare i difetti reali della società europea, soprattutto l’ingiustizia economica e politica.

Durante una missione ad Anversa, More (personaggio-narratore) incontra l’amico Peter Giles, che gli presenta un uomo dall’aspetto rude ma dagli occhi intelligenti: Raphael Hythloday. Raphael è un marinaio portoghese, dotto in greco e filosofia, che ha partecipato ai viaggi di Amerigo Vespucci e ha scelto di restare per anni nel Nuovo Mondo, viaggiando senza cercare ricchezze ma solo conoscenza. Racconta deserti torridi, popoli feroci, poi città fiorenti vicino all’equatore, con commerci e navi sempre più avanzate. Svela come, insegnando l’uso della bussola, abbia trasformato la navigazione locale, ma teme che la nuova sicurezza spinga gli uomini all’imprudenza. In questo intreccio tra avventure e riflessione nasce il dialogo che porterà al cuore del libro: la descrizione dell’isola di Utopia, che Raphael afferma di aver visitato.

Raphael comincia illustrando l’organizzazione urbana di Utopia, prendendo come esempio la capitale Amaurot. La città è quasi quadrata, costruita su un declivio verso il fiume Anider, difesa da alte mura, torri e un fossato su tre lati, mentre il fiume protegge il quarto. L’acqua è distribuita sapientemente tramite una sorgente fortificata e tubi di terracotta; dove non arriva, enormi cisterne raccolgono la pioggia, anche in vista di eventuali assedi. Le strade sono larghe e regolari, le case tutte simili, a tre piani, con tetti resistenti al fuoco e lunghe file di facciate continue. Dietro ogni edificio si apre un grande giardino coltivato: vigne, ortaggi e frutteti curati con passione. Non esiste proprietà privata delle abitazioni: le case possono essere cambiate a sorte ogni dieci anni, e chiunque può entrare in qualsiasi casa. L’ordine urbano diventa l’immagine di una società che mette al centro il bene comune e non l’accumulo individuale.

Per sostenere questa vita ordinata, gli Utopiani hanno costruito un sistema politico molto preciso. Ogni gruppo di trenta famiglie elegge un magistrato chiamato Syphogrant (o Philarch), e ogni dieci Syphogrant è sovrinteso da un Tranibore (o Archphilarch). In totale, duecento Syphogrant scelgono, con voto segreto, il Principe tra quattro candidati proposti dalle diverse sezioni della città: resta in carica a vita ma può essere deposto se sospettato di voler ridurre il popolo in schiavitù. I Tranibors si riuniscono ogni tre giorni per discutere le questioni più importanti, insieme a due Syphogrant a rotazione. Niente può essere deciso senza almeno tre giorni consecutivi di discussione: le decisioni affrettate sono proibite. Invece, chi si riunisce segretamente per trattare affari pubblici è punito con la pena di morte. Il potere è distribuito, controllato, reso lento e ragionato.

L’organizzazione del lavoro è altrettanto rigorosa. Tutti, uomini e donne, imparano l’agricoltura: è il mestiere base. Ognuno però esercita anche un’arte specifica – tessitore, falegname, muratore, fabbro – spesso ereditaria, ma chi dimostra inclinazioni diverse può essere “adottato” da un’altra famiglia di artigiani. I Syphogranti sorvegliano perché nessuno sia ozioso, ma anche loro lavorano, benché ne sarebbero esentati. La giornata è divisa in 24 ore: 6 sono dedicate al lavoro (3 al mattino e 3 al pomeriggio), 8 al sonno, il resto a studio, lettura, esercizi e svaghi moderati. Esistono corsi pubblici al mattino, giochi di tipo intellettuale che rappresentano la lotta tra virtù e vizi, nessun gioco d’azzardo. Chi si distingue negli studi può essere esentato dal lavoro manuale e dedicarsi alla ricerca; se poi non si dimostra all’altezza, torna serenamente al mestiere.

La struttura sociale di Utopia è centrata su grandi famiglie allargate. I figli maschi restano nella casa paterna, le femmine si sposano e vanno altrove. Il capo famiglia è sempre il più anziano. Ogni città è suddivisa in quattro quartieri e non supera mai le 6.000 famiglie; ogni nucleo deve contare tra 10 e 16 persone, e se necessario si spostano i bambini da una famiglia numerosa a una meno numerosa per mantenere l’equilibrio. Se l’isola cresce troppo, si organizzano colonie nel continente vicino: chi accetta le regole utopiane è integrato; chi rifiuta viene scacciato, anche con la forza. L’economia non si basa sul denaro: in mercati centrali i prodotti vengono depositati e ogni padre di famiglia prende liberamente ciò che serve, senza compra-vendita. La sicurezza dell’abbondanza, unita a leggi che scoraggiano la vanità, elimina il desiderio di accumulare.

La vita quotidiana è profondamente collettiva. In ogni quartiere esistono grandi sale comuni dove circa trenta famiglie mangiano insieme. Steward incaricati ritirano le provviste dai mercati e le portano alle sale. All’inizio si servono il Principe, il Sommo Sacerdote, ambasciatori e stranieri; poi le risorse sono distribuite equamente alle comunità. Mangiare a casa è possibile, ma considerato sciocco se si può partecipare al pasto comune. Quasi tutte le mansioni umili – come la macellazione, effettuata sempre fuori città – sono affidate agli schiavi. Particolare attenzione è riservata ai malati: quattro grandi ospedali, situati appena fuori dalle mura, garantiscono cure avanzate e condizioni igieniche eccellenti, con spazi per malattie contagiose e assistenza medica specializzata.

Il diritto di viaggiare è garantito ma regolato. Chi vuole spostarsi da una città all’altra chiede un lasciapassare ai Syphogrant e ai Tranibors; il Principe lo firma, indicando il tempo massimo di permanenza. I viaggiatori ricevono un carro e uno schiavo conducente; in ogni città sono ospitati gratuitamente, perché ovunque è come se fossero a casa. Ma chi viaggia senza permesso è punito severamente, fino alla schiavitù in caso di recidiva: non si tollera l’ozio errante. All’interno del proprio distretto ci si può spostare più liberamente, ma chi si ferma nelle fattorie di campagna deve lavorare insieme agli altri: così non esistono mendicanti. A livello nazionale, ogni anno tre deputati per città si riuniscono ad Amaurot per valutare le scorte; le città più ricche riforniscono quelle in difficoltà, come parti di un’unica grande famiglia.

Gli Utopiani commerciano con l’estero solo l’eccedenza, dopo aver conservato scorte per due anni. Donano gratuitamente una settima parte ai popoli poveri e vendono il resto a prezzi bassi, ricevendo soprattutto oro e argento. Ma per loro il ferro vale più dei metalli preziosi: è essenziale per gli strumenti e la vita quotidiana. Per impedire che oro e argento diventino oggetto di idolatria, li usano per catene e collari di schiavi, vasi da notte e utensili disprezzati, mentre i liberi mangiano in piatti di terracotta o vetro. In questo modo, la brama di ricchezza è ridicolizzata. Le gemme e le perle, comuni sulle loro coste, sono considerate quasi giocattoli per bambini. Il tesoro pubblico serve soltanto come riserva per emergenze, come finanziare eserciti mercenari in caso di guerra.

La schiavitù, pur esistendo, ha regole particolari. Molti schiavi sono criminali condannati a lavori forzati, sia cittadini colpevoli di gravi reati sia stranieri. Alcuni poveri stranieri si offrono volontariamente per diventare schiavi, attratti dalla relativa sicurezza: questi sono trattati meglio e possono tornare liberi se lo desiderano. La cura dei malati è accurata, ma per chi soffre in modo incurabile esiste la possibilità di una morte dolce: sacerdoti e magistrati possono consigliare il malato, se consenziente, a porre fine alla vita con mezzi indolori, considerandolo un atto ragionevole e pio. Il suicidio compiuto senza questo consenso religioso e civile è invece duramente disapprovato.

Il matrimonio è regolato con grande severità. Le donne si sposano dopo i 18 anni, gli uomini dopo i 22; i rapporti prematrimoniali sono puniti gravemente e possono impedire le nozze, a meno di speciale permesso del Principe. Prima del matrimonio, sposo e sposa sono fatti vedere nudi l’uno all’altra da persone anziane: un’usanza che More giudica ridicola, ma che gli Utopiani difendono come precauzione contro difetti fisici nascosti. Esiste solo la monogamia e il divorzio è rarissimo, ammesso solo in caso di adulterio o grave perversione, con giudizio del Senato. Chi tradisce è infamato e spesso condannato alla schiavitù. La disciplina familiare è rigida: mariti e genitori possono correggere mogli e figli, salvo nei casi in cui sia necessaria una pena pubblica esemplare.

Pur detestando la guerra, gli Utopiani curano attentamente la loro disciplina militare. Si esercitano regolarmente, uomini e donne, ma considerano la guerra una realtà vergognosa, da affrontare solo per difesa, in aiuto di alleati oppressi o per liberare popoli schiacciati da tiranni. Preferiscono evitare i conflitti economici: se subiscono frodi commerciali, rispondono con il boicottaggio, non con le armi. Reclamano con fermezza, ma ricorrono alla guerra solo se cittadini utopiani vengono uccisi o gravemente danneggiati e i colpevoli non sono consegnati. Anche in guerra cercano la vittoria con l’astuzia più che con il sangue: promettono ricompense a chi tradisce o uccide i capi nemici, seminano sospetto tra gli avversari, finanziano eserciti stranieri anziché sacrificare i propri.

Infine, la dimensione religiosa. A Utopia convivono vari culti: alcuni adorano il sole, altri la luna, altri ancora eroi antichi; ma i più saggi credono in un unico Dio supremo, chiamato Mithras, eterno e incomprensibile. Dopo aver ascoltato il messaggio di Cristo e la storia dei martiri da parte dei visitatori europei, molti Utopiani si mostrano attratti dal cristianesimo e alcuni chiedono il battesimo. Tuttavia manca un clero strutturato e sorgono dibattiti su come gestire la nuova fede. Un convertito esagerato inizia a insultare le altre religioni e a creare disordini; non viene punito per ciò che crede, ma per aver turbato la pace pubblica, in violazione della legge fondamentale voluta dal legislatore Utopus: la tolleranza religiosa. Chi vuole può provare a convincere gli altri, ma solo con argomenti pacati. Le dispute fanatizzate sono punite con esilio o schiavitù. Credere in un’anima immortale è considerato importante per la vita civile; gli atei non sono perseguitati, ma non vengono ammessi alle cariche, perché ritenuti inaffidabili. Così si chiude l’immagine di Utopia: una società al tempo stesso affascinante e inquietante, che More lascia volutamente in bilico tra ideale e critica.

Personaggi di Utopia

In Utopia i personaggi non sono “eroi” nel senso tradizionale del romanzo moderno: assomigliano più a maschere teatrali o a figure simboliche, usate da Thomas More per esprimere idee politiche, morali e religiose. Ogni figura principale incarna un diverso punto di vista sul potere, sulla conoscenza o sulla vita comunitaria. Capire chi sono e come parlano aiuta a cogliere l’ironia del testo: a volte non è chiaro se stiano esprimendo davvero il pensiero dell’autore o se More, attraverso di loro, stia mettendo alla prova e criticando proprio quelle posizioni. Per uno studente, leggere Utopia come “dialogo tra personaggi-idee” è fondamentale: le persone diventano strumenti per riflettere su giustizia, libertà, lavoro, religione, guerra. E perfino i personaggi collettivi – come “gli Utopiani” – sono meno realistici che simbolici: rappresentano ciò che potremmo essere, o ciò che rischiamo di diventare.

  • Thomas More (narratore) È la versione letteraria dell’autore storico, ma funziona anche come personaggio. Nel dialogo si mostra prudente, ironico, spesso dubbioso. Ascolta affascinato i racconti di Raphael Hythloday, ma non li accetta mai in modo acritico: fa domande, solleva obiezioni, mette in luce i punti problematici dell’ordinamento utopiano (per esempio la rigidità delle regole, il ruolo degli schiavi, l’eutanasia). Simbolicamente rappresenta l’umanista cristiano che crede nella ragione, nella giustizia e nella fede, ma diffida delle soluzioni troppo perfette. Il suo scetticismo finale (“molti ordinamenti utopiani mi sembrano assurdi”) è un invito al lettore: non prendere Utopia come un modello da copiare, ma come uno specchio critico del proprio mondo.
  • Raphael Hythloday Marinaio portoghese, filosofo e viaggiatore instancabile, è la principale voce narrante della descrizione di Utopia. Il suo nome, formato da “Raphael” (come l’arcangelo guaritore) e “Hythloday” (“parlatore di sciocchezze”), è già un indizio ironico: porta la “guarigione” di una critica lucida, ma forse dice anche cose esagerate o impossibili. Ha rinunciato a ogni carriera di corte per mantenersi libero, critica aspramente i monarchi europei, l’avidità dei nobili, la guerra e la proprietà privata. Simbolicamente incarna l’ideale radicale di riforma sociale: è la voce più estrema, che sogna una comunità senza denaro e senza classi, ma proprio per questo More lo rende anche sospetto, ambiguo. Il lettore deve chiedersi: è un saggio profeta o un utopista ingenuo?
  • Peter Giles Giovane umanista di Anversa, amico di More, ha un ruolo apparentemente secondario ma molto importante. È lui che introduce Raphael al narratore e che garantisce – nella finzione – la veridicità del racconto. Colto, gentile, un po’ ammirato dall’originalità di Raphael, rappresenta il pubblico ideale dell’opera: un lettore curioso, aperto, non ancora deciso. Simbolicamente è la figura del mediatore: collega l’Inghilterra di More con il continente, la realtà con il racconto di viaggio, la prudenza del narratore con la radicalità di Raphael. Nelle lettere che incorniciano il testo (fuori dal nucleo centrale) Peter appare anche come garante editoriale, rafforzando il gioco tra realtà storica e finzione.
  • Il Principe di Utopia Non ha un nome proprio, perché rappresenta più una funzione che una persona. È eletto a vita dai Syphogrant attraverso una procedura complessa e controllata, e può essere deposto se sospettato di voler opprimere il popolo. Non è un tiranno assoluto, ma neppure un semplice portavoce del popolo: governa consultando i Tranibors e rispettando la regola dei tre giorni di discussione. Simbolicamente incarna l’idea di una monarchia limitata o di una magistratura suprema sorvegliata dalla comunità. In lui More sembra proporre un compromesso fra autorità forte e controllo popolare, ma lascia aperta la domanda: è davvero possibile che un potere così durevole non degeneri mai? Il Principe è la prova vivente – o fittizia – che la politica richiede al tempo stesso fiducia e diffidenza.
  • I Syphogrant e i Tranibors Questi magistrati non sono personaggi individuali, ma figure collettive con una precisa funzione simbolica. I Syphogrant (o Philarch) rappresentano gruppi di trenta famiglie: ascoltano i bisogni della gente, partecipano ai consigli, lavorano come tutti. I Tranibors (o Archphilarch) sono magistrati di grado superiore che coordinano i Syphogrant e discutono col Principe le questioni più importanti. Insieme rappresentano l’idea di una rappresentanza diffusa, in cui il potere non si concentra in poche mani ma circola per livelli successivi. Simbolicamente incarnano il sogno di una politica non corrotta: nessuna riunione segreta, nessuna decisione improvvisa, rotazione delle cariche. Ma, proprio perché sono ideali, mostrano per contrasto quanto la politica reale del tempo di More fosse l’opposto: affrettata, ristretta, dominata da cospirazioni.
  • Gli Utopiani (il popolo) La collettività degli abitanti dell’isola è il personaggio più presente, anche se raramente si esprime con singole voci. Lavorano tutti, condividono i beni, rispettano le leggi, praticano la tolleranza religiosa, odiano la guerra, disprezzano l’oro, accettano perfino usanze dure come l’eutanasia dei malati incurabili o la schiavitù penale. Simbolicamente sono un popolo esemplare, costruito per mostrare cosa accadrebbe se tutte le riforme auspicate dagli umanisti venissero portate all’estremo: niente ozio, niente lusso, niente grande povertà. Ma proprio la loro perfezione un po’ fredda suscita inquietudine: quanto spazio c’è, in Utopia, per la libertà individuale, per il dissenso, per l’imprevisto? In questo senso il popolo utopiano è sia un’aspirazione, sia un monito contro gli eccessi del perfezionismo sociale.

Temi Principali

Utopia non è solo la descrizione di un’isola immaginaria: è un laboratorio di idee in cui Thomas More sperimenta, spinge all’estremo, mette in discussione i fondamenti della società europea del Cinquecento. Ogni aspetto della vita utopiana – dal lavoro alla religione, dal matrimonio alla guerra – è costruito per rispondere a una domanda: come sarebbe il mondo se cambiassimo davvero le nostre regole? I temi principali del libro parlano direttamente anche a noi: la proprietà privata e le disuguaglianze economiche, la distribuzione del potere politico, il rapporto fra libertà individuale e bene comune, il peso delle guerre, il ruolo della fede nella convivenza civile. Leggere Utopia con attenzione ai suoi temi significa riconoscere che molti problemi odierni erano già stati visti con lucidità 500 anni fa, e che le “soluzioni perfette” possono nascondere nuove forme di controllo.

  • Critica alla proprietà privata e alla disuguaglianza Uno dei nuclei più potenti di Utopia è l’attacco frontale alla proprietà privata come radice di povertà, criminalità e ingiustizia. A Utopia nessuno possiede terre, case o denaro: tutto è organizzato in modo che i beni siano comuni, distribuiti secondo il bisogno. Non esistono ricchi né poveri, nessuno teme la fame, nessuno accumula. More, attraverso la voce di Raphael, mostra come in Europa le leggi proteggano i grandi proprietari e puniscano ferocemente i ladri, senza chiedersi se questi rubino per necessità. L’abolizione del denaro elimina anche molte forme di corruzione e di ostentazione. Ma il libro suggerisce anche, più sottilmente, che una società senza proprietà potrebbe rischiare un eccesso di controllo sociale e un appiattimento delle differenze individuali: la critica alla disuguaglianza è chiara, il modello di soluzione resta volutamente problematico.
  • Organizzazione del lavoro e valore dell’operosità In Utopia il lavoro è al centro della vita comunitaria, ma è organizzato in modo da non schiacciare nessuno. Solo sei ore al giorno di lavoro obbligatorio, per tutti, senza classi oziose né sottoproletari sfruttati. L’agricoltura è appresa da ogni cittadino, mentre le arti e i mestieri sono distribuiti secondo inclinazioni e capacità. Il resto del tempo è dedicato a studio, musica, giochi intellettuali, conversazione. Il tema è duplice: da una parte More denuncia le società dove pochi si sfiancano mentre altri vivono nel lusso; dall’altra propone un ideale di operosità equilibrata, in cui il lavoro è dovere ma non condanna. La severa lotta all’ozio, con regole severe per chi viaggia senza permesso o si sottrae alle mansioni, pone però una domanda attuale: quanta libertà di “perdere tempo” può tollerare una società giusta?
  • Struttura politica e controllo del potere L’architettura istituzionale di Utopia è costruita per impedire abusi: elezioni multilivello, mandato lungo ma revocabile per il Principe, rotazione dei rappresentanti, obbligo di discussione per tre giorni prima di ogni decisione importante, divieto assoluto di congiure private. Il tema è una riflessione sull’arte di governare: come si può conciliare efficienza, stabilità e controllo democratico? More, che nella vita reale conosceva bene le corti e le loro corruzioni, immagina una polis dove ogni tentativo di concentrare il potere viene soffocato sul nascere. Ma inserisce anche elementi che oggi potremmo considerare autoritari, come la pena di morte per chi si riunisce segretamente sugli affari pubblici. Il confine tra difesa del bene comune e oppressione del dissenso resta volutamente sfumato, per costringere il lettore a interrogarsi sui limiti legittimi del potere.
  • Tolleranza religiosa e ruolo della fede Utopia anticipa con sorprendente modernità il tema della libertà religiosa. L’isola ospita culti diversi: politeisti, monoteisti, adoratori del sole o di eroi, e una crescente simpatia per il cristianesimo. La legge di Utopus vieta di perseguitare qualcuno per la sua fede e permette di discutere di religione solo in modo pacato. È punita non la credenza, ma la propaganda violenta che minaccia la pace. Allo stesso tempo, la società considera indispensabile credere in un’anima immortale e in un giudizio dopo la morte: chi nega tutto ciò non è perseguitato, ma escluso dagli incarichi pubblici. Il tema mette a fuoco una tensione ancora viva: è possibile una convivenza pacifica tra religioni diverse? E fino a che punto uno Stato può chiedere una “fede minima” nei valori spirituali per garantire la moralità dei cittadini?
  • Guerra, pace e uso dell’astuzia Gli Utopiani odiano la guerra e la considerano sempre un male, anche quando necessaria. Si preparano militarmente solo per difendersi o liberare gli oppressi, preferiscono perdere denaro piuttosto che vite, rifiutano il desiderio di gloria che anima molti sovrani europei. Ma, quando devono combattere, usano strategie che per noi possono sembrare ciniche: corrompono i capi nemici, promettono premi per tradimenti e assassinii, seminano sospetto tra gli avversari. Il tema centrale è una domanda spiazzante: è più morale affrontare la guerra “a viso aperto”, con grandi massacri, o usare l’astuzia per ridurre lo spargimento di sangue, anche a costo di pratiche discutibili? More mostra che la ragione di Stato può spingersi fino a manipolare e corrompere pur di evitare grandi battaglie, e lascia al lettore il compito di giudicare se questo sia un progresso o un nuovo tipo di violenza.
  • Libertà individuale, disciplina e controllo sociale In tutta Utopia domina un senso di ordine: orari fissi, viaggi regolati da lasciapassare, pasti comuni, vita familiare sorvegliata, punizioni severe per adulterio, rapporti prematrimoniali, ozio, disobbedienza. A prima vista, gli Utopiani appaiono felici: nessuno soffre la fame, i malati sono curati, le guerre sono rare, le religioni convivono pacificamente. Tuttavia, mentre descrive questo sistema, More dissemina indizi inquietanti: la presenza di schiavi (anche se con alcune tutele), la pratica dell’eutanasia “consigliata” dai sacerdoti, la quasi totale assenza di spazi per il dissenso pubblico. Il tema profondo è la tensione fra felicità collettiva e libertà personale: fino a che punto siamo disposti a farci organizzare la vita da un sistema perfettamente razionale, pur di eliminare il rischio, la povertà, il conflitto?

Perché leggere Utopia oggi?

Leggere Utopia oggi significa confrontarsi con domande che non abbiamo ancora risolto: come distribuire ricchezza e lavoro in modo giusto? Come limitare gli abusi del potere politico? È possibile una vera tolleranza religiosa? More non offre ricette pronte, ma un grande esperimento mentale: costruisce un mondo apparentemente perfetto per mostrarci, per contrasto, i difetti del nostro. Per uno studente, Utopia è un’ottima palestra di pensiero critico: obbliga a discutere di economia, diritto, etica, religione e guerra, collegando la letteratura alla storia e all’educazione civica. E ricorda che ogni volta che pronunciamo la parola “utopia” stiamo usando l’invenzione di uno scrittore che, cinque secoli fa, ha osato immaginare un altro modo di vivere insieme.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.