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La guerra dei mondi: l’invasione aliena che smaschera l’arroganza umana

I marziani stanno perdendo Marte e decidono di attaccare la Terra, conquistarla uccidendo gli esseri umani: i batteri saranno gli unici superstiti

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Pubblicato nel 1898, La guerra dei mondi di H. G. Wells è uno dei romanzi di fantascienza più influenti di sempre. Dimentica gli alieni simpatici dei cartoni: qui arrivano i Marziani, esseri superiori per intelligenza e tecnologia, che guardano l’umanità come noi guarderemmo un branco di formiche. Il libro racconta in prima persona l’invasione della Terra e il crollo improvviso delle certezze della civiltà occidentale: eserciti distrutti in pochi minuti, città in fuga, Londra nel panico. Ma non è solo un racconto di paura e distruzione: Wells ci costringe a chiederci quanto sia solido il nostro mondo, quanto siamo davvero “padroni” della natura, e come reagiamo quando tutto crolla. È un testo perfetto per chi ama le storie apocalittiche, ma anche per chi vuole riflettere sul potere, sul progresso e sulla fragilità umana.

Trama del romanzo

Alla fine del XIX secolo la Terra vive convinta del proprio progresso: scienza, imperi coloniali, fiducia nel futuro. Intanto su Marte, pianeta più vecchio e freddo, una razza di esseri altamente intelligenti sta morendo con il proprio mondo che si raffredda. Per i Marziani la Terra appare come un’oasi ricca di acqua e vegetazione: la loro unica speranza di sopravvivenza. Pianificano così un’invasione ragionata e spietata. Alcuni astronomi, come Schiaparelli e Ogilvy, osservano strani fenomeni: luci, “eruzioni” gassose descritte come colpi di cannone diretti verso il nostro pianeta. Nessuno però immagina che si tratti di veri proiettili interplanetari. Il narratore – uno scienziato senza nome – ricorda una notte passata a scrutare Marte: ciò che allora sembrava una piccola stella rossa si rivelerà presto una minaccia enorme.

Una notte una “stella cadente” attraversa il cielo sopra l’Inghilterra e precipita nella brughiera di Horsell, vicino a Woking. Tutti pensano a un meteorite, ma l’astronomo Ogilvy scopre sul posto un gigantesco cilindro metallico incastrato nel terreno, ancora rovente, circondato da sabbia bruciata. Mentre la folla accorre per curiosità, il cilindro inizia lentamente a svitarsi dall’interno. Inizialmente la gente si aspetta di trovare “uomini da Marte” da soccorrere; qualcuno tenta perfino di avvicinarsi per aiutare gli ipotetici naufraghi dello spazio. Quando infine il coperchio cade, però, ne emerge qualcosa di inimmaginabile: masse grigiastre, occhi lucenti, tentacoli come serpenti, finché una grossa creatura delle dimensioni di un orso, lucida e viscida, esce parzialmente all’aperto. Il suo aspetto è talmente alieno da provocare orrore e disgusto. La folla si disperde in preda al panico.

Mentre i curiosi oscillano tra paura e incredulità, un piccolo gruppo di uomini – tra cui Ogilvy, Stent e il giornalista Henderson – decide di tentare un contatto pacifico, avanzando con una bandiera bianca. È il primo clamoroso errore umano. Dal cilindro spunta un dispositivo meccanico: un’asta con un disco, collegata a uno specchio parabolico. Insieme a sbuffi di fumo verdastro, l’apparecchio emette un raggio di calore invisibile che incenerisce all’istante uomini, alberi, capanne. I membri della “deputazione” muoiono sul colpo, trasformati in sagome bianche, e la brughiera prende fuoco. Il narratore, nascosto nella vegetazione, assiste terrorizzato a questa prima dimostrazione di superiorità tecnologica: il potere militare umano si rivela subito impotente. Nelle ore successive, altri curiosi che si avvicinano vengono a loro volta carbonizzati; nascono i primi panici e le prime fughe disordinate.

Nonostante tutto, la maggior parte della popolazione continua a condurre una vita quasi normale. A Londra, i giornali parlano dell’accaduto con toni sensazionalistici ma molti lettori restano scettici o indifferenti. Entro pochi chilometri dal cratere invece cresce l’ansia: corpi bruciati giacciono sulla brughiera, alcune case bruciano e di notte si vedono luci sinistre. I Marziani lavorano incessantemente attorno al cilindro, emettendo nuvole di fumo e preparando le loro macchine da guerra. L’esercito britannico, inizialmente sorpreso, inizia a organizzarsi: vengono schierate truppe e artiglieria per circondare la fossa, nella convinzione di poter contenere l’invasione con mezzi tradizionali. Intanto un secondo cilindro cade poco lontano, poi un terzo: non è un incidente isolato ma un attacco coordinato.

Sabato il narratore, ancora convinto che i Marziani siano rallentati dalla gravità terrestre, osserva la mobilitazione militare: genieri che discutono piani di battaglia, artiglieria che si posiziona. Ma nel pomeriggio i colpi di cannone si mescolano a esplosioni misteriose e a incendi improvvisi: i Marziani rispondono, e con devastante efficacia. Il protagonista, spaventato per la moglie, decide di portarla dai parenti a Leatherhead credendo di metterla al sicuro. Dopo averla affidata ai suoi, però, spinto dall’eccitazione e dal desiderio di “vedere la guerra”, torna verso casa in una notte di tempesta. È allora che, tra lampi e pioggia, scorge per la prima volta i colossali tripodi: macchine metalliche su tre gambe, alte come case, che procedono schiacciando alberi e case, emettendo urla metalliche e sbuffi di fumo velenoso.

Rovesciato dal proprio carro e quasi ucciso, il narratore capisce che la situazione è ormai fuori controllo. Le macchine marziane attraversano la campagna, distruggendo stazioni ferroviarie, villaggi e batterie di cannoni con il raggio di calore. Lungo il fiume Tamigi gli eserciti tentano una resistenza, ma vengono falciati. In questo caos il protagonista incontra un artigliere fuggiasco, che gli racconta il massacro delle truppe a Woking e la completa inutilità delle armi umane. Insieme tentano di attraversare la regione devastata per raggiungere, lui, la moglie; il soldato, la propria batteria a Londra. Sulla strada incontrano cadaveri carbonizzati, villaggi semideserti, segni di saccheggi e le prime masse di profughi in fuga.

Le autorità provano ancora a organizzare una difesa lungo il Tamigi, piazzando cannoni a Weybridge e Shepperton. Per un momento sembra esserci speranza: una batteria ben nascosta riesce a colpire e far cadere uno dei tripodi. Ma l’illusione dura pochissimo. Gli altri Marziani reagiscono immediatamente, utilizzando sia il raggio di calore sia nuove armi: enormi tubi neri che lanciano proiettili apparentemente innocui. In realtà quei colpi diffondono il terribile Black Smoke, un gas nero e velenoso che si espande radendo al suolo intere zone, soffocando uomini e animali. I tripodi avanzano in formazione, comunicando con lunghi ululati metallici, e aprendo varchi tra le linee inglesi con una freddezza quasi matematica.

Nel frattempo, l’azione si sposta anche a Londra, dove entra in scena il fratello del narratore. Studente di medicina, inizialmente prende la notizia con curiosità: va a teatro, legge i giornali, pensa persino di andare a “vedere i Marziani” prima che vengano sconfitti. Ma col passare delle ore la situazione precipita: i collegamenti ferroviari saltano, arrivano telegrammi interrotti, si diffondono racconti confusi di eserciti in rotta e fiumi di profughi che risalgono verso la capitale. Domenica e soprattutto lunedì mattina Londra si sveglia nel panico: le stazioni sono prese d’assalto, la polizia non riesce più a regolare il flusso, la gente si accalca sui treni, altri fuggono a piedi o in carrozza.

Il fratello, trascinato dall’ondata di paura, intraprende una fuga disperata verso est, puntando al mare. Lungo la strada assiste al crollo dell’ordine sociale: risse, saccheggi, violenze. In un sentiero di campagna salva due donne da una banda di malviventi: una delle due, Miss Elphinstone, si rivela coraggiosa e piena di iniziativa, usando un revolver per difendersi. I tre proseguono insieme in un paesaggio di campi abbandonati e contadini armati che proteggono i raccolti. La fame comincia a farsi sentire, tanto che le autorità locali iniziano a requisire animali e provviste “per pubblica necessità”.

Alla fine il gruppetto raggiunge la costa, dove si svolge una scena impressionante: il mare è gremito di navi di ogni tipo – pescherecci, yacht, vapori, grandi piroscafi – che cercano di imbarcare quanta più gente possibile. È in questo contesto che appare la Thunder Child, una nave corazzata inglese, ultima difesa navale tra i profughi e l’avanzata dei tripodi che compaiono all’orizzonte. Mentre la marea umana tenta di salire a bordo delle imbarcazioni, i Marziani avanzano spargendo raggio di calore e Black Smoke, distruggendo ferrovie, polveriere e linee telegrafiche. L’umanità sembra sull’orlo dell’estinzione.

Parallelamente, il narratore – separato dalla moglie e spesso in compagnia di un curato psicologicamente devastato – vaga per campagne e villaggi distrutti, osservando i Marziani che consolidano il loro dominio: raccolgono esseri umani come bestiame, costruiscono nuove macchine, trasformano il paesaggio con la misteriosa “erba rossa” marziana. L’uomo assiste impotente alla caduta della civiltà, tra rifugi improvvisati, fame e paura costante. Eppure la conclusione, che nel riassunto si intuisce appena, ribalterà tutto: non sarà la potenza militare, ma le più piccole forme di vita terrestri – batteri e microbi – a fermare gli invasori, incapaci di adattarsi alla nostra biosfera. L’invasione finirà così non per merito dell’uomo, ma per un caso biologico della natura, lasciando un mondo traumatizzato a interrogarsi sul proprio posto nell’universo.

Personaggi di La guerra dei mondi

Uno degli aspetti più affascinanti de La guerra dei mondi è che H. G. Wells non si concentra su un unico eroe invincibile, ma su persone comuni travolte da un evento enorme. I personaggi principali non sono supereroi, bensì uomini e donne con paure, debolezze e reazioni diverse: chi cerca di capire razionalmente, chi cede alla follia, chi trova in sé un coraggio inatteso. Alcuni non hanno neppure un nome proprio, proprio per rappresentare l’umanità intera. Attraverso di loro vediamo come cambia il carattere delle persone sotto pressione: il vicino tranquillo diventa profugo, il religioso precipita nella disperazione, il semplice soldato si trasforma in teorico della resistenza. Ogni figura ha anche un significato simbolico: la scienza, la fede, l’istinto di sopravvivenza, l’illusione del progresso. Conoscerli aiuta a leggere il romanzo non solo come avventura, ma come grande esperimento psicologico.

  • Il narratore è uno scienziato inglese senza nome, voce principale del romanzo. All’inizio è un intellettuale tipico dell’età vittoriana: curioso, fiducioso nel progresso scientifico, convinto che l’uomo domini la natura. La sua reazione all’arrivo dei Marziani passa attraverso varie fasi: interesse razionale, paura, negazione (“la gravità li schiaccerà”), poi orrore puro e infine una lenta e dolorosa presa di coscienza della fragilità umana. In fuga, separato dalla moglie, costretto a nascondersi, vede crollare tutte le sue certezze. Simbolicamente rappresenta l’uomo moderno che scopre di non essere al centro dell’universo e di non avere il controllo assoluto sul proprio destino. La sua testimonianza è anche una critica all’arroganza dell’Occidente e alla fiducia cieca nella tecnica.
  • Il fratello del narratore appare nella seconda parte del libro e offre un secondo punto di vista, soprattutto su ciò che accade a Londra. È uno studente di medicina, inizialmente distratto e quasi curioso di vedere i Marziani, poi progressivamente spaventato e costretto alla fuga. La sua traiettoria è quella di un giovane qualunque, senza particolari responsabilità, che si ritrova improvvisamente a dover prendere decisioni cruciali: salvare delle sconosciute, rubare una bicicletta per sopravvivere, affrontare briganti. Simbolicamente rappresenta la gioventù urbana che scopre sulla propria pelle la fragilità dell’ordine sociale. Attraverso lui vediamo l’esodo di massa da Londra e come, in condizioni estreme, emergano insieme egoismo e solidarietà inattesa.
  • La moglie del narratore non ha un ruolo attivo nell’azione, ma è una presenza fondamentale: è la persona da proteggere, il legame affettivo che motiva molte scelte del protagonista. Ansiosa, sensibile e piena di presentimenti, rappresenta la dimensione domestica e affettiva che viene strappata via dalla guerra. Il fatto che il narratore debba separarsi da lei – convinto di metterla al sicuro – crea una tensione emotiva continua: sopravviverà? La rivedrà? Simbolicamente incarna ciò che la guerra distrugge senza colpire direttamente: le relazioni, la vita di casa, la normalità fatta di pasti, luci calde, conversazioni tranquille. Il ricordo del “ultimo pasto civilizzato” con lei rende ancora più stridente il contrasto con l’apocalisse che segue.
  • Ogilvy è l’astronomo che per primo prende sul serio la “stella cadente” e scopre il cilindro a Horsell. È una figura di scienziato positivo: curioso, altruista, pronto ad aiutare gli eventuali naufraghi spaziali. Corre a cercare rinforzi, insiste con i giornalisti, tenta di organizzare una risposta razionale. La sua morte rapida sotto il raggio di calore mostra la vulnerabilità della scienza quando si trova di fronte a una tecnologia immensamente superiore. Simbolicamente Ogilvy rappresenta sia la grandezza dell’indagine scientifica (è l’unico a capire qualcosa, prima degli altri), sia i suoi limiti: la scienza può osservare e prevedere, ma non sempre proteggere. È un monito contro l’idea che la conoscenza, da sola, basti a salvarci.
  • Stent, Astronomo Reale, è lo scienziato ufficiale che coordina i primi tentativi di approccio al cilindro. È autoritario, un po’ irritato dalla folla, e cerca di mantenere l’ordine con gli operai e i curiosi. Decide di organizzare la “deputazione” con bandiera bianca per contattare i Marziani, dimostrando coraggio ma anche una fiducia ingenua nelle convenzioni umane (diplomazia, segnali di pace) davanti a esseri che non condividono i nostri codici. Viene ucciso quasi subito dal raggio di calore. Simbolicamente incarna la fiducia nelle istituzioni e nei protocolli che crolla di fronte a un nemico inimmaginabile. La sua fine improvvisa mostra che titoli e autorità non garantiscono alcuna protezione in una crisi radicalmente nuova.
  • L’artigliere è uno dei personaggi più complessi: soldato in rotta, traumatizzato da ciò che ha visto, alterna momenti di disperazione a sogni grandiosi di resistenza organizzata. Racconta al narratore la distruzione delle batterie e delle città, ma poi elabora un piano quasi utopico: costruire una società sotterranea umana, nascosta ai Marziani. All’inizio appare lucido e determinato, ma col tempo il narratore capisce che è più un sognatore inconcludente che un vero leader. Simbolicamente rappresenta la tentazione di rifugiarsi in fantasie di rinascita invece di affrontare la realtà concreta. È anche un commento ironico di Wells sulle ideologie che promettono società perfette mentre il mondo brucia.
  • Il curato è un sacerdote incontrato dal narratore dopo una serie di devastazioni. È sporco, confuso, quasi delirante: ripete frasi bibliche, parla di Apocalisse, piange la distruzione della sua chiesa e del suo lavoro pastorale. Non riesce a dare un senso religioso all’invasione marziana e scivola progressivamente nella follia. Il narratore cerca di ragionare con lui, ma il curato alterna brevi momenti di lucidità a crisi di panico. Simbolicamente incarna la crisi della fede tradizionale di fronte a un universo freddo e indifferente. Wells mostra come alcune forme di religiosità, se rigide, non reggano allo shock di scoprire che l’uomo non è al centro del creato e che la sofferenza può essere assolutamente priva di senso.
  • Miss Elphinstone è la giovane donna che il fratello del narratore aiuta durante l’esodo da Londra, assieme alla cognata. A differenza di molti personaggi terrorizzati, lei dimostra notevole sangue freddo: nasconde un revolver, lo usa senza esitare per difendersi da tre malviventi, prende parte attiva alle decisioni sulla fuga. Nonostante la paura, si impegna a guidare il pony, a cercare cibo, a pianificare il viaggio. Simbolicamente rappresenta la forza e l’autonomia femminile in un contesto in cui le donne, in genere, sono viste solo come vittime da proteggere. Wells le affida un ruolo di co-protagonista nelle scene di sopravvivenza, mostrando che il coraggio non è legato al genere ma alle scelte individuali.
  • I Marziani, pur non essendo “personaggi” nel senso umano, sono presenze centrali del romanzo. Fisicamente sono esseri con grande testa, occhi sporgenti, tentacoli e nessuna somiglianza con l’uomo; vivono dentro enormi tripodi metallici e si nutrono di sangue umano. Non parlano con noi, non cercano trattative: agiscono come predatori tecnologicamente avanzati. Simbolicamente rappresentano una forza di natura superiore – come noi lo siamo rispetto agli animali che sfruttiamo – e ribaltano la prospettiva coloniale: l’umanità fa la parte dei popoli invasi, non dei dominatori. Sono anche il “futuro” possibile di una civiltà che sacrifica ogni empatia alla pura efficienza.

Temi Principali

La guerra dei mondi non è solo una storia di alieni e distruzioni spettacolari: è un laboratorio di idee in cui H. G. Wells mette alla prova la sicurezza dell’uomo moderno. Sotto l’azione avventurosa si nascondono grandi domande: quanto è solido il nostro progresso? Cosa succede alle nostre istituzioni – esercito, Chiesa, scienza, famiglia – se una forza esterna schiaccia ogni equilibrio? Attraverso immagini potentissime (le folle in fuga, Londra svuotata, i tripodi tra le fiamme) l’autore critica l’arroganza coloniale, la fiducia cieca nella tecnologia e la superficialità con cui ignoriamo i segnali di pericolo. Allo stesso tempo, esplora la psicologia della paura collettiva e il confine sottile tra civiltà e caos. Leggere i suoi temi significa riflettere non solo sull’Inghilterra di fine Ottocento, ma anche sul nostro presente globale.

  • Arroganza umana e fragilità della civiltà è il tema che attraversa tutto il romanzo. All’inizio gli uomini guardano i Marziani con curiosità, quasi con superiorità: li immaginano goffi, schiacciati dalla gravità, facilmente sconfiggibili dagli eserciti britannici. In poche pagine, però, la realtà si ribalta: il raggio di calore annienta truppe, cannoni, stazioni; il Black Smoke soffoca intere aree; la popolazione fugge nel panico. Wells mostra quanto sia sottile la crosta della civiltà: bastano pochi giorni di caos perché crollino servizi, regole, morale. La paura trasforma persone normali in saccheggiatori o vigliacchi, e le grandi città si svuotano come formicai colpiti. È una critica feroce alla presunzione umana di essere “al sicuro per sempre” grazie alla propria tecnologia.
  • Colonialismo capovolto è un altro tema chiave. Alla fine dell’Ottocento la Gran Bretagna era un impero coloniale che invadeva e dominava altri popoli in nome del “progresso”. Wells ribalta questa logica: ora sono gli inglesi a essere invasi da una potenza superiore, trattati come noi trattiamo gli animali o le popolazioni considerate “primitive”. I Marziani non negoziano, non cercano accordi: sfruttano, sterminano, trasformano il territorio per i propri bisogni. In questo specchio inquietante, l’Europa vede se stessa dal punto di vista delle vittime del colonialismo. Il romanzo diventa così una critica indiretta ma potentissima agli imperi: ciò che facciamo agli altri potrebbe essere fatto, un giorno, a noi.
  • Scienza, tecnologia e loro limiti sono al centro della vicenda. Gli uomini credono che la loro artiglieria, i loro treni, le loro navi corazzate siano il massimo della potenza. I Marziani, però, portano armi inaudite: il raggio di calore, i tripodi, i gas velenosi. Questo crea un salto tecnologico che ricorda quello che gli Europei avevano rispetto ai popoli colonizzati. Wells non demonizza la scienza (il romanzo stesso è pieno di spiegazioni scientifiche), ma mostra che la tecnologia è uno strumento: può dare sicurezza, ma può anche essere superata e resa ridicola da un progresso ulteriore. Inoltre, la soluzione finale dell’invasione – i microbi che uccidono i Marziani – ricorda che esiste un livello di realtà (biologico, naturale) che sfugge sia al nostro controllo sia a quello degli invasori.
  • Religione, senso e crisi di fede emergono soprattutto nella figura del curato. Di fronte alla distruzione indiscriminata, alle morti senza spiegazione, alla sofferenza dei “giusti” e degli innocenti, le sue categorie teologiche crollano. Egli legge l’invasione come un’Apocalisse, ma allo stesso tempo non riesce a comprendere il senso di un Dio che permetta i Marziani. Il suo progressivo delirio rappresenta la crisi delle vecchie certezze religiose in un mondo che la scienza e le scoperte astronomiche stanno allargando. Wells non deride la religione in sé, ma denuncia le forme di fede rigida, incapaci di confrontarsi con un universo in cui l’uomo non è al centro e in cui possono esistere altre intelligenze, indifferenti ai nostri codici morali.
  • Psicologia della folla e panico collettivo è un tema narrato con grande realismo. Nelle stazioni ferroviarie, sulle strade affollate, lungo il Tamigi, vediamo come le folle reagiscono alla minaccia: prima curiosità, poi eccitazione, quindi panico cieco. La fuga da Londra è descritta come un’enorme “macchia d’inchiostro” che si allarga: veicoli rovesciati, morti schiacciati nella calca, violenze, egoismi feroci ma anche gesti di altruismo inattesi. La disciplina della civiltà cede alla paura animale di sopravvivere. Wells anticipa studi moderni sulla psicologia delle masse, mostrando che in situazioni estreme l’individuo spesso perde la propria autonomia e segue la corrente, nel bene e nel male.
  • Natura e caso come forze supreme è il tema che chiude il romanzo. Per tutto il libro l’umanità tenta di combattere con i propri mezzi: eserciti, cannoni, strategie. Ma la vera svolta non arriva dalle armi umane, bensì da qualcosa di minuscolo e non pianificato: i microorganismi presenti sulla Terra, contro cui i Marziani non hanno difese immunitarie. Questa conclusione rovescia ancora una volta la prospettiva: non siamo noi a “vincere”, è il pianeta stesso – con le sue regole biologiche – a respingere l’invasore. Wells suggerisce così che, al di sopra delle nostre guerre e dei nostri imperi, esiste un ordine naturale vasto e indifferente, in cui la sopravvivenza dipende spesso dal caso, non dal merito o dalla forza morale.

Perché leggere La guerra dei mondi oggi?

La guerra dei mondi parla di alieni, ma in realtà parla soprattutto di noi. Oggi, in un mondo che si sente potente grazie alla tecnologia, il romanzo di Wells è un avvertimento attualissimo contro l’illusione di essere invincibili: bastano una pandemia, una guerra, una crisi climatica per ricordarci quanto siamo fragili. Il libro aiuta a riflettere sul rapporto tra umanità, scienza e responsabilità, sulla paura dell’“altro” e sul rischio di comportarci noi stessi da invasori verso il pianeta. Per gli studenti è una lettura avvincente, piena di azione, ma anche un ottimo allenamento a collegare letteratura, storia, scienze e attualità, imparando a leggere sotto la superficie di un racconto spettacolare.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.