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Inferno Canto 12 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante e Virgilio incontrano il Minotauro e Chirone: tra rovine e un fiume di sangue bollente, attraversano il girone dei violenti contro il prossimo

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 12

Il Canto XII dell’Inferno si colloca all’inizio del VII cerchio, dove vengono puniti i violenti. Dante e Virgilio scendono lungo una ripa rocciosa sconvolta da una frana, segno di un antico terremoto legato al passaggio di Cristo negli Inferi. Il canto introduce il primo girone del cerchio dei violenti: il Flegetonte, fiume di sangue bollente in cui sono immersi i violenti contro il prossimo, soprattutto tiranni e predoni sanguinari. A guardia del burrone compare il Minotauro, simbolo della cieca bestialità furiosa, mentre lungo le rive del fiume di sangue pattugliano i centauri armati di archi e frecce, guidati da Chirone e Nesso. Temi centrali del canto sono la violenza, la giustizia divina, il rapporto tra ira e cupidigia e il contrasto fra ragione (Virgilio) e istinto incontrollato (mostri mitologici).

Riassunto per versi del Canto 12

Versi 1–27: La discesa nella ripa franata e il Minotauro

Dante descrive il luogo dove lui e Virgilio iniziano a scendere: una riva impervia e rocciosa, tanto aspra che lo sguardo ne è respinto. La paragona a una frana reale lungo il fiume Adige presso Trento. Questa similitudine collega l’Inferno al mondo terreno, rendendo più concreta la scena. Sulla punta della riva spezzata giace il Minotauro, “infamia di Creti”, generato dal rapporto innaturale fra Pasifae e il toro. Alla vista dei due poeti il mostro si morde furioso, come un toro ferito a morte. Virgilio lo schernisce, ricordandogli la morte per mano di Teseo, e lo fa infuriare per distrarlo; approfittando del suo furore, i due scendono velocemente tra le pietre instabili della frana.

Versi 28–48: La causa della frana e il terremoto alla morte di Cristo

Mentre scendono, Dante si domanda l’origine della rovina. Virgilio coglie il pensiero del discepolo e spiega che, quando lui era disceso per la prima volta nel basso Inferno, quella roccia era ancora intatta. La frana è avvenuta poco prima dell’arrivo di Cristo, che strappò “la gran preda” a Dite, liberando le anime giuste del Limbo. In quel momento, tutta la “valle fetida” tremò così forte che Virgilio credette che l’universo fosse scosso dall’amore divino, causa di periodici sconvolgimenti cosmici. Contemporaneamente, la vecchia roccia crollò in vari punti. Virgilio invita poi Dante a guardare in basso, dove si avvicina la “riviera del sangue” in cui bollono le anime di coloro che nocquero agli altri con la violenza.

Versi 49–75: Il Flegetonte e l’incontro con i centauri

Dante vede un’ampia fossa circolare, come un grande fossato che abbraccia tutto il piano del cerchio. Tra il piede della ripa e la fossa corrono in cerchio i centauri, armati di archi e frecce, come antichi cacciatori. Vedendo i due pellegrini scendere, i centauri si fermano e tre di loro si staccano dal gruppo, con le armi già pronte. Uno chiede da lontano per quale supplizio stiano venendo e minaccia di scoccare le frecce se non risponderanno. Virgilio replica che parleranno da vicino con Chirone, rimproverando l’impulsività del centauro. Indica a Dante Nesso, Chirone e Folo, spiegandone le vicende mitologiche e il compito: essi sorvegliano il fiume di sangue e colpiscono con le frecce chi tenta di emergere oltre il livello stabilito dalla colpa.

Versi 76–100: Il dialogo con Chirone e la richiesta di una guida

I due si avvicinano ai centauri. Chirone, il loro capo, prende una freccia e con il fondo sposta la barba, per scoprire la bocca e parlare. Nota che Dante muove ciò che tocca, e osserva che i piedi dei morti non agiscono così: si accorge dunque che è vivo. Virgilio spiega che Dante è in carne e ossa e che non si trovano laggiù per piacere, ma per necessità imposta da un ordine divino: un’anima che “si partì da cantare alleluia” (Beatrice) gli ha affidato quella missione. Non sono ladri né anime fuggitive. Virgilio, in nome della virtù che lo guida, chiede a Chirone un centauro che li accompagni, portando Dante in groppa e indicando il guado sicuro del fiume di sangue. Chirone incarica Nesso di fare loro da guida.

Versi 101–123: I tiranni immersi nel fiume di sangue

Guidati da Nesso, Dante e Virgilio procedono lungo la riva del fiume color vermiglio, in cui bollono le anime che urlano di dolore. Alcune sono sommerse fino alle sopracciglia: sono i tiranni che versarono sangue e depredarono i beni altrui. Nesso indica tra questi Alessandro e Dionisio di Siracusa, responsabili di lunghi anni di sofferenze per i loro popoli. Mostra poi Azzolino (Ezzelino da Romano) e Obizzo d’Este, ucciso dal figliastro. Dante riconosce diverse figure, ma il canto insiste sui grandi esempi di violenza politica. Il livello di immersione nel sangue corrisponde alla quantità di violenza esercitata in vita: più si è stati crudeli, più si è sommersi nel Flegetonte.

Versi 124–139: Il progressivo abbassarsi del sangue e la condanna dei predoni

Man mano che camminano, Dante nota che il livello del sangue si abbassa, finché giunge a bagnare solo i piedi dei dannati. Nesso spiega che il fondo del fiume diventa sempre più profondo dall’altra parte, fino al punto in cui confluiscono le anime dei violenti contro il prossimo. La giustizia divina punisce qui Attila, “flagello di Dio”, Pirro e Sesto, famosi per crudeltà e saccheggi. Vengono poi ricordati due predoni italiani, Rinier da Corneto e Rinier Pazzo, che insidiavano le strade e i viandanti. Il sangue bollente, che costringe le anime a immergersi e le “munge” di lacrime, esprime una pena proporzionata al male commesso. Compiuta la missione, Nesso torna indietro attraverso il guado del fiume.

Personaggi del Canto 12

Dante

Dante è il protagonista in viaggio nell’oltretomba, qui in posizione di allievo attento e spesso spaventato. Nel Canto XII osserva con stupore il paesaggio sconvolto, interroga con lo sguardo Virgilio sull’origine della frana e mostra una forte reazione morale davanti al fiume di sangue e al grido “Oh cieca cupidigia e ira folle”. Simbolicamente rappresenta l’uomo che, guidato dalla ragione, prende coscienza della gravità della violenza e delle sue conseguenze. Il suo corpo vivo, notato da Chirone, sottolinea che non è un’anima morta, ma un uomo in cammino di purificazione morale e intellettuale, chiamato a giudicare il proprio tempo e la storia alla luce della giustizia divina.

Virgilio

Virgilio, guida di Dante, incarna la ragione umana e la sapienza pagana. Nel Canto XII svolge più funzioni decisive: placa la furia del Minotauro con l’astuzia, spiega a Dante la causa cosmica della frana legandola al passaggio di Cristo, tratta con autorità i centauri e ottiene da Chirone l’aiuto di Nesso. La sua capacità di leggere i pensieri di Dante mostra il legame maestro-discepolo. Simbolicamente, Virgilio è la ragione che rende possibile attraversare il regno della violenza senza esserne travolti. Pur non essendo cristiano, riconosce e illustra l’azione della giustizia divina nella struttura dell’Inferno, mostrando come l’ordine morale superi i confini della cultura classica.

Il Minotauro

Il Minotauro è la “infamia di Creti”, mostro dalla testa taurina e corpo umano, nato dall’unione innaturale tra Pasifae e un toro. È posto da Dante sulla ripa franata a guardia del cerchio dei violenti. Nel canto appare furioso, cieco d’ira, e si morde da sé come un toro colpito a morte, simbolo di una violenza bestiale e irrazionale che si rivolge contro se stessa. Allegoricamente rappresenta la brutalità cieca, la perdita del controllo razionale e il frutto di una passione deviata. La sua posizione all’ingresso del cerchio sottolinea che la violenza, quando non è guidata dalla ragione, degrada l’uomo a condizione bestiale, rendendolo simile ai mostri che popolano l’Inferno.

Chirone

Chirone è il capo dei centauri che sorvegliano il Flegetonte. A differenza degli altri centauri, famosi per l’ira e l’eccesso, egli è tradizionalmente saggio e maestro di eroi come Achille. Nel canto, Dante lo rappresenta come un’autorità calma e riflessiva: osserva con attenzione Dante e si accorge che è vivo, cosa che gli altri non avevano notato. Accetta la richiesta di Virgilio e affida Nesso come guida. Simbolicamente, Chirone è una figura di ragione naturale e di giustizia punitiva: governa una schiera violenta, ma la indirizza secondo l’ordine voluto da Dio. Mostra come anche nel mondo mitologico esistano figure che collaborano, pur inconsapevolmente, con il disegno della giustizia divina.

Nesso

Nesso è il centauro incaricato da Chirone di guidare Dante e Virgilio lungo il Flegetonte. Nel mito, morì colpito da Eracle e si vendicò con l’inganno, causando la morte dell’eroe attraverso la tunica avvelenata donata a Deianira. Nel canto, Nesso conduce i poeti e indica i tiranni immersi nel sangue, spiegando la proporzionalità fra colpa e pena. Il suo passato di violento e vendicativo lo rende adatto al ruolo di guardiano dei violenti. Allegoricamente, Nesso incarna una violenza che conosce dall’interno il male commesso e lo applica come strumento di giustizia. La sua funzione di traghettatore in groppa richiama la necessità di passare “attraverso” la memoria storica dei crimini per comprenderne la condanna.

Temi e Simboli del Canto 12

Il Canto XII è dominato dal tema della violenza: contro il prossimo, esercitata da tiranni e predoni, ma anche come violenza cieca che si ritorce su chi la pratica. Il Flegetonte, fiume di sangue bollente, è il simbolo centrale: il sangue versato in vita diventa elemento della pena, e il suo livello misura la gravità della colpa. Le urla dei dannati e le frecce dei centauri indicano una violenza che non cessa mai, eternamente sorvegliata e repressa.

La frana della ripa è un altro simbolo importante: collegata al terremoto della morte di Cristo, mostra come la storia della salvezza incida perfino sulla geografia infernale. Il Minotauro e i centauri rappresentano la parte bestiale e istintiva dell’uomo, dominata da ira e cupidigia, che Dante condanna esplicitamente nell’apostrofe “Oh cieca cupidigia e ira folle”. In contrasto, Virgilio incarna la ragione che ordina e interpreta. Nel complesso, il canto unisce mitologia classica e teologia cristiana per mostrare un universo moralmente ordinato, dove la giustizia divina misura con precisione la pena sulla qualità e quantità della violenza commessa.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.