Salta al contenuto

Inferno Canto 16 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante incontra un'altra schiera di sodomiti da cui si stagliano tre anime: sono fiorentini che illustrano le cause della corruzione di Firenze

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 16

Il Canto 16 dell’Inferno si colloca nel terzo girone del VII cerchio, tra i peccatori di sodomia, e prosegue direttamente dal Canto 15. Dante e Virgilio camminano ancora sulla sabbia infuocata, sotto la pioggia di fuoco, quando tre anime si staccano dalla schiera dei dannati e corrono verso il poeta riconoscendone l’origine fiorentina. Il canto è dominato dall’incontro con tre grandi cittadini di Firenze, simboli delle virtù civiche del passato, e da una dura invettiva contro la corruzione morale e politica della città contemporanea. Nella seconda parte, l’attenzione si sposta sul misterioso gesto della corda lanciata da Virgilio nel burrone e sull’apparizione mostruosa di Gerione, figura allegorica della frode. Il canto unisce quindi memoria affettuosa del passato, giudizio severo sul presente e preparazione al passaggio a un nuovo ordine di colpe.

Riassunto per versi del Canto 16

Versi 1–21: L’arrivo delle tre ombre e la “rota”

Dante e Virgilio si trovano ormai vicini al punto in cui si sente il fragore dell’acqua che precipita nel baratro successivo, quando tre anime si staccano dal gruppo dei dannati che corrono sotto la pioggia di fuoco. Riconoscono in Dante un concittadino dall’“abito” fiorentino e gli intimano di fermarsi. Dante osserva con pietà le piaghe, antiche e recenti, che il fuoco ha impresso sui loro corpi. Virgilio, mosso dalle grida, invita Dante a essere cortese con loro e lo fa arrestare. I tre dannati, una volta raggiunti i due poeti, iniziano a girare intorno a Dante formando una “rota”, come atleti nudi e unti che studiano l’avversario, mantenendo il volto sempre rivolto verso il poeta nonostante la corsa incessante sulla sabbia rovente.

Versi 22–63: L’identità dei tre fiorentini e il dialogo con Dante

Uno dei dannati, notando il possibile disgusto di Dante per il luogo e per il loro aspetto bruciato, fa appello alla loro fama terrena perché il poeta riveli chi sia e perché proceda così sicuro nell’Inferno. Presenta quindi i tre personaggi: il primo è Guido Guerra, nipote di Gualdrada, valoroso condottiero e uomo saggio; il secondo è Tegghiaio Aldobrandi, ricordato per la sua prudenza politica; il terzo è Iacopo Rusticucci, che attribuisce la propria dannazione alla “fiera moglie”. Dante vorrebbe gettarsi tra loro in un abbraccio, ma il timore delle fiamme supera il desiderio affettuoso. Il poeta dichiara allora che non prova disprezzo bensì dolore per la loro sorte, poiché sempre ha onorato le loro opere e i loro nomi, e spiega che, pur cercando i “dolci pomi” del Paradiso, deve prima discendere fino al centro dell’Inferno.

Versi 64–87: La critica a Firenze e la richiesta di memoria

I tre chiedono a Dante se nella loro città, Firenze, dimorino ancora “cortesia e valor” o se siano del tutto scomparsi, riferendo le amare parole di Guiglielmo Borsiere, che li ha messi in allarme sul degrado morale cittadino. Dante risponde con forza che la “gente nuova” e i “sùbiti guadagni” hanno generato orgoglio e smodatezza, e che Firenze già ne piange le conseguenze. I tre si scambiano sguardi di conferma, riconoscendo la verità del giudizio. Ammirano la franchezza del poeta e lo esortano a continuare a parlare così libero, se ne avrà occasione. Infine lo pregano, qualora riesca a uscire dall’Inferno e “riveder le belle stelle”, di ricordarli tra i vivi dicendo: “I’ fui”. Poi spezzano la loro ruota e fuggono rapidissimi come avessero ali alle gambe.

Versi 88–114: Il fragore della cascata e la corda di Dante

Dante e Virgilio riprendono il cammino; dopo breve tratto, il rumore dell’acqua che precipita nel baratro successivo diventa così forte che a stento si potrebbe udire una conversazione. Dante paragona il fragore al fiume Acquacheta, che scende dall’Appennino e rimbomba presso l’eremo di San Benedetto. Avvicinandosi al punto in cui l’acqua cade, Dante ricorda di avere una corda cinta ai fianchi, con cui aveva pensato un tempo di catturare la lonza, simbolo della lussuria o degli ostacoli iniziali del viaggio. Su ordine di Virgilio, scioglie la corda e gliela porge arrotolata. La guida la lancia nel profondo burrone, un gesto che Dante non comprende, ma che lo induce ad aspettarsi un “novità” in risposta a quel segnale misterioso.

Versi 115–136: L’attesa e l’apparizione di Gerione

Dante riflette tra sé e sé sulla prudenza necessaria quando si è accanto a chi riesce a leggere non solo le azioni ma anche i pensieri, alludendo alla penetrazione psicologica di Virgilio. La guida lo rassicura: presto apparirà ciò che attende e che anche Dante intuisce confusamente. Il poeta si sofferma a una riflessione generale: di fronte a una verità che sembra menzogna, l’uomo dovrebbe tacere finché può, per non incorrere in vergogna senza colpa. Tuttavia, rivolgendosi direttamente al lettore, giura sulla verità del proprio racconto. In quel momento vede, attraverso l’aria densa e scura, salire nuotando una figura mostruosa, capace di atterrire anche i cuori più sicuri. La paragona a un uomo che, dopo essere sceso a sciogliere un’àncora incagliata, risale distendendo il corpo in su e raccogliendo le gambe verso di sé: è l’ingresso in scena di Gerione, simbolo della frode, che concluderà il canto.

Personaggi del Canto 16

Dante Alighieri (personaggio)

Nel Canto 16 Dante è al tempo stesso pellegrino e giudice morale. Mostra un forte legame affettivo con la Firenze del passato, rappresentata dai tre nobili sodomiti, di cui ha sempre ammirato le virtù civiche. La sua reazione, divisa tra il desiderio di abbraccio e la paura del fuoco, sottolinea la tensione continua tra sentimento umano e consapevolezza teologica della giustizia divina. Dante assume inoltre il ruolo di analista politico, denunciando la degenerazione della città per colpa della “gente nuova” e dei guadagni facili. La corda che porta ai fianchi indica un precedente tentativo, ingenuo, di dominare il peccato con le sole proprie forze; il suo uso rituale, su ordine di Virgilio, apre alla dimensione simbolica del viaggio come percorso guidato dalla ragione e dalla Provvidenza.

Virgilio

Virgilio, guida razionale e autorevole, in questo canto assume un ruolo duplice: da un lato garantisce la “cortesia” verso le anime nobili, invitando Dante a fermarsi e a dialogare con loro; dall’altro dirige i passaggi più misteriosi del viaggio. È lui a ordinare a Dante di sciogliere la corda e a lanciarla nel burrone, compiendo un gesto rituale che il discepolo non comprende subito. La sua capacità di leggere i pensieri di Dante evidenzia la funzione di guida interiore, quasi maestro di coscienza. Sul piano allegorico, Virgilio incarna la ragione umana illuminata, che conosce il “metodo” per scendere sempre più in profondità nella conoscenza del peccato, fino a evocare Gerione, simbolo della frode, preparando il passaggio dal cerchio della violenza a quello della malizia.

Guido Guerra

Guido Guerra, presentato come “di grado maggior” di quanto Dante immaginasse, è nipote della celebre Gualdrada ed è descritto come uomo d’armi e di senno. Storicamente fu un importante capo ghibellino poi guelfo, protagonista della vita politica fiorentina del XIII secolo. Nel canto rappresenta la nobiltà cavalleresca e il valore militare al servizio della città. La sua presenza tra i sodomiti crea un contrasto tra l’onore civile e la colpa morale: pur dannato, è ricordato con rispetto. Allegoricamente, Guido simboleggia le virtù politiche del passato fiorentino, ormai perdute nella Firenze contemporanea, corrotta dai “sùbiti guadagni”. La sua figura contribuisce a sottolineare il tema della distanza tra la grandezza civica delle generazioni precedenti e il degrado morale del presente.

Tegghiaio Aldobrandi

Tegghiaio Aldobrandi è ricordato da Dante come uno dei più saggi consiglieri politici di Firenze. È celebre, nella tradizione, per aver sconsigliato ai fiorentini la disastrosa spedizione di Montaperti, dimostrando prudenza e lungimiranza. Nel canto, la sua anima, che “trita la rena”, è indicata come voce che dovrebbe essere “gradita” nel mondo di sopra, segno dell’alta considerazione morale in cui Dante lo tiene. La sua collocazione tra i sodomiti testimonia la severità del giudizio teologico, che non cancella però il valore civile e politico. Allegoricamente, Tegghiaio incarna la virtù della prudenza e del buon governo, in contrasto con la “dismisura” e l’orgoglio della “gente nuova” che governa la Firenze del tempo di Dante. È dunque figura-ponte tra memoria storica e denuncia politica.

Iacopo Rusticucci

Iacopo Rusticucci si presenta con parole particolarmente drammatiche, affermando che a nuocergli più di ogni altra cosa è stata la “fiera moglie”, accenno enigmatico a un rapporto coniugale infelice interpretato dalla critica come causa o contesto della sua devianza sessuale. Dante lo ricorda comunque come uomo di grande valore civico, tanto da suscitarne il desiderio di un abbraccio, frenato solo dal timore del fuoco. Rusticucci rappresenta, insieme agli altri due, la generazione fiorentina di grandi uomini d’azione, contrapposta alla decadenza morale del presente. Allegoricamente, la sua figura riflette il conflitto tra virtù pubbliche e peccato privato, sottolineando come, nella prospettiva divina, la reputazione terrena non possa cancellare la responsabilità personale.

Gerione

Gerione appare alla fine del canto come una figura “maravigliosa ad ogne cor sicuro”, mostro che nuota nell’aria scura risalendo dal baratro evocato dalla corda di Dante. La descrizione iniziale ne sottolinea soprattutto il movimento, paragonato a quello di un uomo che torna a galla sciogliendo un’àncora. La piena raffigurazione fisica avverrà nel canto seguente, ma già qui è chiaro il suo ruolo: traghettare i poeti verso i cerchi della frode. Allegoricamente, Gerione incarna la frode stessa, con il suo duplice volto: aspetto esteriore rassicurante e natura interna mostruosa. Il suo emergere in risposta a un “cenno” è segno che, per penetrare nei peccati più sottili e nascosti, occorre un mediatore che appartenga a quel mondo, preparando il passaggio dalla violenza alla malizia.

Temi e Simboli del Canto 16

Il Canto 16 sviluppa innanzitutto il tema della memoria civica e della decadenza politica. I tre nobili fiorentini rappresentano un passato in cui “cortesia e valor” erano ancora presenti nella città; il duro giudizio di Dante sulla “gente nuova” e i “sùbiti guadagni” denuncia la corruzione causata dall’arricchimento rapido e dall’ascesa sociale senza valori. Forte è anche il tema del conflitto tra stima umana e condanna divina: uomini onorati e virtuosi in vita sono dannati per un peccato grave, mostrando la complessità del giudizio morale dantesco.

Simbolicamente, la pioggia di fuoco sulla sabbia rovente visualizza la sterilità e la violenza del peccato contro natura. La “rota” dei tre dannati esprime sia la loro condizione di pena perpetua sia un residuo di dignità cavalleresca. La corda di Dante è un simbolo di ascesi e di tentato controllo personale del peccato (il progetto di catturare la lonza), che, nelle mani di Virgilio, diventa strumento rituale per chiamare Gerione: la redenzione non passa per soli sforzi individuali, ma attraverso una guida superiore. Infine, Gerione, mostro che emerge dal baratro, è il grande simbolo della frode: la sua apparizione segna il passaggio dai peccati di violenza a quelli di malizia, cuore del messaggio morale e politico dell’Inferno nella sua seconda metà.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.