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Inferno Canto 18 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Arrivo alle Malebolge: ruffiani, seduttori e adulatori: molti personaggi conosciuti, Dante scorge Venedico, Interminelli, Giasone e la meretrice Taide

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 18

Il Canto 18 dell’Inferno segna l’ingresso di Dante e Virgilio in Malebolge, l’ottavo cerchio, dove sono puniti i fraudolenti verso chi non si fida. Il luogo è descritto come un grande anfiteatro di roccia ferrigna, diviso in dieci bolge concentriche da argini e ponti di pietra. In questo canto vengono presentate le prime due bolge: nella prima sono tormentati ruffiani e seduttori, frustati da demoni cornuti; nella seconda i adulatori e lusingatori giacciono immersi nello sterco. Il canto unisce descrizione architettonica, forza visiva dei supplizi e ritratti moralmente esemplari di dannati contemporanei e mitologici (come Venedico Caccianemico, Ghisolabella, Giasone, Alessio Interminei, Taide). Temi centrali sono la corruzione dei rapporti umani, l’uso distorto della parola e del corpo e la giustizia divina che rende visibile, in forma grottesca e degradante, il peccato commesso in vita.

Riassunto per versi del Canto 18

Versi 1–24: Descrizione di Malebolge e arrivo nella prima bolgia

Dante descrive Malebolge come un vasto spazio circolare di pietra ferrigna, all’interno dell’ottavo cerchio. Al centro si apre un grande pozzo, ancora da spiegare, mentre tra questo e il margine dell’alta ripa si estende un anello di roccia diviso in dieci valli concentriche. Il poeta paragona la struttura del luogo alle difese dei castelli medioevali, circondati da più fossati collegati da ponticelli. Da alcuni scogli si staccano infatti veri e propri ponti di roccia che attraversano gli argini e le bolge fino al pozzo centrale. Deposti dalla groppa di Gerione, Dante e Virgilio si ritrovano sul primo ciglio e, tenendo la sinistra, iniziano a percorrere il bordo esterno, pronti a osservare i dannati e le pene di questo nuovo cerchio di fraudolenti.

Versi 25–50: I ruffiani frustati e l’incontro con Venedico Caccianemico

Nella prima bolgia Dante scorge una moltitudine di dannati nudi che camminano in due file opposte, come il flusso ordinato dei pellegrini romani nell’anno del Giubileo. Alcuni procedono in direzione dei poeti, altri in senso contrario. A sorvegliare il loro movimento ci sono demonî cornuti che li percuotono con grandi fruste, costringendoli ad accelerare il passo: nessuno osa attendere il secondo o terzo colpo. Tra i dannati Dante riconosce un uomo di Bologna e, fermatosi per guardarlo meglio, ne indovina l’identità: è Venedico Caccianemico. Questi, tentennante, ammette di essere stato ruffiano, avendo venduto la sorella Ghisolabella al marchese, e rivela come la bolgia sia piena di concittadini, denunciando l’avidità e la corruzione morale della sua città.

Versi 51–66: Venedico, la “Bologna” infernale e la condanna dei ruffiani

Venedico spiega che si vergogna a confessare il proprio peccato, ma la “chiara favella” di Dante, che gli ricorda il mondo dei vivi, lo induce a parlare. Rievoca l’episodio infame di Ghisolabella, ceduta per compiacere il marchese, e sottolinea come non sia l’unico bolognese punito lì: la bolgia è tanto gremita di concittadini che tra Savena e Reno, fiumi che delimitano Bologna, non si trovano altrettante lingue capaci di dire “sipa”, caratteristica espressione dialettale. Mentre ancora parla, un demonio lo colpisce duramente con la frusta, intimandogli di andare via e schernendolo come “ruffian”. L’intervento brutale del demone ribadisce la funzione esemplare del contrappasso: chi ha mercificato il corpo altrui subisce ora un dominio violento e disumano, ridotto a bestia da bastonare senza pietà.

Versi 67–99: Giasone tra i seduttori: Isifile e Medea

Ripreso il cammino, Dante e Virgilio raggiungono il punto in cui il ponte di roccia passa sopra la prima bolgia e conduce verso la seconda. Virgilio invita Dante a osservare l’altra fila di dannati, che si muove in direzione opposta, ancora frustata dai demonî. Gli indica una figura maestosa che, pur nel supplizio, conserva un aspetto “reale”: è Giasone, l’eroe che conquistò il vello d’oro sottraendolo ai Colchi grazie ad astuzia e coraggio. Virgilio ricorda le sue colpe seduttive: a Lemno ingannò Isifile, la giovane regina che aveva già tradito le altre donne, e poi l’abbandonò incinta; similmente abbandonò Medea dopo averla usata. Il suo martirio mostra come la seduzione ingannatrice, anche se nobilitata dal mito, sia condannata come ruffianeria e frode affettiva.

Versi 100–114: Passaggio alla seconda bolgia e atmosfera pestilenziale

I poeti arrivano dove il ponte del primo argine si incrocia con quello del secondo, formando un nuovo arco che permette di affacciarsi sulla bolgia successiva. Da lì giungono suoni confusi di lamenti e rumori di corpi che si dimenano e si percuotono da soli. Le rive sono coperte da una viscida muffa, generata dal fiato nauseabondo che risale dal fondo, e l’aria è talmente fetida da urtare vista e olfatto insieme. Per vedere meglio, Dante e Virgilio devono salire sul punto più alto dello sperone roccioso. Da lì scorgono nel fosso una moltitudine di anime immerse in uno sterco denso, simile a quello proveniente dai luoghi più sudici della vita umana. Il paesaggio fisico prepara così alla conoscenza morale del nuovo peccato, l’adulazione menzognera, ridotta alla sua sostanza materiale.

Versi 115–136: Gli adulatori nello sterco: Alessio Interminei e Taide

Dante scorge un dannato con il capo talmente lordo di escrementi da non distinguerne il ruolo sociale (“laico o cherco”). L’anima lo apostrofa, stupita che il poeta si fissi proprio su di lui; Dante risponde di averlo già visto da vivo, asciutto, e lo riconosce in Alessio Interminei da Lucca. Alessio confessa che le lusinghe incessanti, la lingua mai stanca di adulare, lo hanno condotto a essere sommerso in quella cloaca. Virgilio poi indica una donna sporca e scapigliata che si graffia con unghie sudicie: è Taide, la cortigiana che, secondo Terenzio, rispose al suo amante con esagerata adulación (“anzi maravigliose”) quando questi le chiese se le avesse reso grandi servigi. La pena nello sterco rappresenta plasticamente la natura bassa e “fecale” delle lodi false, riducendo l’adulazione a sporcizia morale visibile.

Personaggi del Canto 18

Dante

Dante è sia personaggio viaggiante sia poeta narratore. Nel Canto 18 il suo ruolo è quello di osservatore morale: guarda, interroga, riconosce i dannati e mette in luce le responsabilità individuali e collettive. Il suo dialogo con Venedico e Alessio mostra l’attenzione di Dante al peccato sociale e politico del proprio tempo, soprattutto nella sua Toscana. Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima che, guidata dalla ragione (Virgilio), impara a distinguere le forme della frode nei rapporti umani: prostituzione del corpo, seduzione ingannevole, lusinga interessata. Il suo sguardo, spesso mosso da curiosità e pietà, è corretto dalla guida, segno di un cammino educativo verso un giudizio più saldo e conforme alla giustizia divina.

Virgilio

Virgilio mantiene nel canto la funzione di guida razionale e interprete morale. È lui che orienta Dante nel labirinto architettonico di Malebolge, spiegando la struttura delle bolge e invitandolo a osservare con attenzione i dannati più significativi, come Giasone e Taide. Fornisce inoltre il contesto mitologico necessario a comprendere la gravità delle colpe, trasformando le vicende eroiche in esempi morali negativi. Allegoricamente incarna la ragione umana e la sapienza classica, capace di smascherare la frode dietro l’apparenza di nobiltà o di affetto. Il suo intervento finale, quando dice che le loro “viste sian sazie”, indica il limite oltre il quale l’osservare il male diventa inutile morbosità, richiamando Dante a un uso misurato dello sguardo e del giudizio.

Venedico Caccianemico

Venedico Caccianemico è un nobile bolognese, collocato tra i ruffiani della prima bolgia. La sua colpa consiste nell’aver sfruttato la sorella Ghisolabella, cedendola al marchese per interesse. Nel canto rappresenta la corruzione familiare e politica: chi dovrebbe proteggere usa invece i legami di sangue come merce. La sua confessione, estorta dalla “chiara favella” di Dante, è segnata da vergogna e riluttanza, ma anche da un’amara denuncia collettiva: non è solo, Bologna intera sembra contaminata da avidità e prostituzione morale. Allegoricamente, Venedico incarna il tradimento dei doveri affettivi in nome del guadagno, mostrando come la frode nei rapporti privati prepari e rifletta la degenerazione più ampia del tessuto civico.

Giasone

Giasone, celebre eroe della mitologia greca, compare tra i seduttori della prima bolgia. Pur descritto con aspetto “reale”, degno di un re, è sottoposto allo stesso supplizio degli altri: frustato dai demonî mentre cammina. Virgilio ricorda due episodi chiave: l’inganno di Isifile a Lemno e quello, ancor più noto, ai danni di Medea, entrambe sedotte e abbandonate. Dante capovolge così il mito eroico in un giudizio etico: l’intelligenza e il coraggio di Giasone sono oscurati dall’uso fraudolento del fascino e della parola per fini personali. Allegoricamente il personaggio mostra che neppure i grandi del mito sfuggono alla giustizia divina, e che la seduzione menzognera, quand’anche circondata da gloria, resta una forma di frode verso chi si fida.

Alessio Interminei da Lucca

Alessio Interminei è un gentiluomo lucchese collocato nella seconda bolgia, tra gli adulatori. Immerso nello sterco fino al capo, confessa che le lusinghe, praticate senza freno, l’hanno sommerso in quella pena degradante. La sua figura è relativamente dimessa, ma proprio per questo esemplare: non si tratta di un grande potente, bensì di un uomo comune che ha fatto della parola uno strumento servile, usandola per compiacere e trarre vantaggio. Allegoricamente Alessio rappresenta l’uso vile e interessato del linguaggio, ridotto a suono vuoto e sporco. Il contrasto tra il “capelli asciutti” del passato e la lordura presente visualizza il passaggio dalla rispettabilità sociale alla rivelazione del vero valore morale delle sue parole: semplice, abbietta sporcizia.

Taide

Taide è una cortigiana tratta dalla commedia latina di Terenzio, posta tra gli adulatori. Dante la presenta sporca, scapigliata, intenta a graffiarsi con unghie sudicie, immersa nello sterco come gli altri. Virgilio ricorda la sua battuta famosa: alla domanda dell’amante se gli fosse grata, lei rispose esagerando (“anzi maravigliose”), diventando così emblema dell’adulazione iperbolica. La scelta di un personaggio comico per un contesto tragico sottolinea il carattere grottesco e ridicolo del peccato: la lode interessata, apparentemente leggera, si rivela moralmente ripugnante. Allegoricamente, Taide incarna la falsità compiacente tipica dei cortigiani e dei parassiti sociali, mostrando come il linguaggio, strumento nobile di verità, possa essere degradato a fangosa menzogna che insozza chi la pronuncia e chi la riceve.

Temi e Simboli del Canto 18

Il Canto 18 sviluppa il tema centrale della frode nei rapporti umani. Nella prima bolgia, ruffiani e seduttori hanno mercificato corpo e affetti: il continuo frustare dei demonî simboleggia la violenza implicita nel trasformare le persone in oggetti di scambio. I movimenti ordinati delle due file richiamano processioni e pellegrinaggi, ma rovesciati in chiave infernale: dove in vita c’era folla e spettacolo sociale, ora c’è umiliazione eterna.

Nella seconda bolgia, la parola ingannevole è il centro simbolico: l’adulazione e la lusinga, che in vita sembrano leggere o addirittura cortesi, sono qui tradotte in sterco. Il linguaggio distorto, privo di verità, viene incarnato in materia vile, maleodorante: chi ha “sporcato” la verità con elogi falsi è condannato a vivere immerso nella sporcizia. Figure come Giasone mostrano come anche l’eroismo possa essere corrotto dalla frode affettiva, mentre personaggi minori come Alessio e Taide attestano la diffusione quotidiana della menzogna interessata. Malebolge, con la sua architettura complessa di ponti e fossi, è simbolo di un mondo sociale intricato, dove la frode si articola in molte forme, tutte però riconducibili a un’unica radice: l’uso manipolatorio dell’altro per il proprio vantaggio.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.