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Inferno Canto 19 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Bolgia dei i simoniaci, qui Dante incontra Niccolò III, il quale lo scambia per Bonifacio VIII. Importante fraintendimento che traspare idea dantesca

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 19

Il Canto 19 dell’Inferno si colloca nell’VIII cerchio, dedicato ai fraudolenti, e precisamente nella terza bolgia, dove sono puniti i simoniaci, ossia coloro che hanno venduto le cose sacre e gli uffici ecclesiastici. Dante e Virgilio, proseguendo il loro cammino tra le bolge di Malebolge, osservano una nuova pena particolarmente impressionante: i dannati sono conficcati a testa in giù in fori scavati nella roccia, con le gambe all’aria e i piedi avvolti dalle fiamme. Il poeta dialoga soprattutto con papa Niccolò III, che scambia Dante per Bonifacio VIII e profetizza la dannazione di futuri pontefici corrotti. I temi centrali del canto sono la denuncia dell’avidità della Chiesa, la condanna della simonia, l’uso della profezia e una forte riflessione politico-religiosa sul rapporto tra potere spirituale e temporale.

Riassunto per versi del Canto 19

Versi 1–22: Invettiva contro i simoniaci e descrizione della bolgia

Dante apre il canto con una dura apostrofe a Simone Mago e ai suoi seguaci, cioè ai simoniaci che mercificano le cose di Dio, destinate invece alla bontà. Giunto con Virgilio alla terza bolgia, il poeta esalta la sapienza divina che ordina l’universo e la giustizia delle pene infernali. Descrive quindi la bolgia: la roccia livida è piena di fori rotondi, simili a quelli del fonte battesimale di San Giovanni a Firenze, che Dante ricorda di aver rotto per salvare un bambino che stava annegando. Da ciascun foro sporgono solo le gambe e i piedi di un dannato, mentre il resto del corpo è conficcato nella pietra; i piedi sono avvolti dal fuoco e si agitano violentemente per il dolore.

Versi 23–45: Dante nota un dannato particolare e scende nella bolgia

Dante osserva che uno dei peccatori sembra agitarsi più degli altri e che la fiamma che lo avvolge è più rossa e intensa. Chiede spiegazioni a Virgilio, il quale propone di portarlo più vicino, scendendo lungo la ripa per interrogare direttamente l’anima. Dante accetta, sottomettendo la propria volontà a quella del maestro. I due raggiungono così l’argine della quarta bolgia, lo percorrono e poi scendono nella terza, tra i fori scavati nel fondo stretto e profondo. Virgilio tiene Dante ancora stretto al fianco, fino a portarlo accanto al foro del dannato che si lamenta più degli altri, in modo che il poeta possa rivolgergli la parola e ascoltare la sua confessione.

Versi 46–65: Il dialogo con l’anima e il fraintendimento su Bonifacio VIII

Dante si rivolge al dannato, chiamandolo “anima trista” e domandandogli di parlare, paragonandosi a un frate che confessa un assassino ormai condannato a morte. L’anima, credendo di riconoscere qualcuno, grida sorpresa: chiede se sia già arrivato “Bonifazio”, cioè papa Bonifacio VIII, ritenendo che Dante sia lui. Niccolò III si stupisce, perché le profezie gli avevano fatto credere che Bonifacio sarebbe giunto più tardi. Lo accusa di essere stato bramoso di ricchezze e di aver ingannato la “bella donna”, la Chiesa. Dante, confuso, non capisce subito e rimane interdetto, finché Virgilio lo invita a chiarire dicendo: “Non son colui che credi”. Dante obbedisce e il dannato allora si volta, sospira e si dispone a spiegare la propria identità.

Versi 66–87: Identità di Niccolò III e profezia sui futuri papi simoniaci

L’anima rivela di essere stata “vestita del gran manto”, cioè di essere stato papa, e si identifica indirettamente come Niccolò III della famiglia Orsini (“figliuol de l’orsa”). Confessa di essere stato dominato dall’avidità, preoccupato più di arricchire i parenti che di guidare spiritualmente i fedeli. Spiega che sotto di lui, più in profondità nel foro, ci sono altri papi simoniaci, puniti prima di lui. Prevede poi che, quando arriverà Bonifacio VIII, lui stesso sprofonderà e il nuovo papa prenderà il suo posto più in alto. Tuttavia precisa che Bonifacio non resterà a lungo, perché dopo di lui giungerà un altro “pastor sanza legge”, identificabile con Clemente V, ancora più corrotto, paragonato a un nuovo Giasone delle guerre dei Maccabei, favorito dal re di Francia.

Versi 88–104: L’invettiva di Dante contro la simonia nella Chiesa

Dante, quasi dimentico del proprio ruolo di pellegrino, esplode in una veemente invettiva. Chiede ironicamente quanto denaro Cristo abbia chiesto a san Pietro per affidargli le chiavi del Regno dei Cieli, ricordando che il solo comando fu “Viemmi retro”. Ricorda anche che Pietro e gli Apostoli non chiesero oro né argento quando sostituirono Giuda con Mattia. Per questo afferma che Niccolò è giustamente punito e lo invita a considerare il denaro mal guadagnato che lo rese ardito verso Carlo d’Angiò. Se non fosse per il rispetto verso le “somme chiavi” che il papa ha tenuto in vita, Dante userebbe parole ancora più dure contro di lui e contro tutti i pastori corrotti.

Versi 105–136: Denuncia dell’idolatria del denaro e conclusione del canto

Dante prosegue denunciando che l’avidità dei pontefici ha reso il mondo infelice, schiacciando i buoni ed esaltando i malvagi. Richiama l’Apocalisse di Giovanni, riferendosi alla “meretrice” che siede sopra le acque, ossia la Chiesa degenerata, la quale si prostituisce con i re della terra. Descrive la bestia con sette teste e dieci corna come simbolo del potere corrotto. Accusa i papi di aver trasformato l’oro e l’argento in un vero dio, non diversi dagli idolatri, che adorano un solo idolo mentre loro ne adorano cento. Infine maledice la donazione di Costantino, ritenuta la causa dei mali della Chiesa. Mentre parla, Niccolò si agita furiosamente per l’ira o il rimorso. Virgilio, compiaciuto delle parole di Dante, lo prende fra le braccia, lo riporta sul ponte tra quarta e quinta bolgia e lo depone dolcemente, pronto a mostrare un nuovo vallone.

Personaggi del Canto 19

Dante

Dante è protagonista e narratore del canto. Si presenta in una duplice veste: da un lato pellegrino che osserva e interroga, dall’altro moralista e profeta che condanna con forza i peccati del suo tempo. Nel dialogo con Niccolò III Dante mostra un crescente coinvolgimento emotivo e spirituale: non si limita a registrare la pena, ma pronuncia una vera e propria predica contro la simonia. La sua figura assume un valore allegorico di coscienza critica della Chiesa e della società medievale, che richiama il Vangelo e l’esempio degli Apostoli contro la corruzione del clero. In questo canto il poeta rivendica anche l’autonomia del potere spirituale dall’ingerenza politica e dalle ricchezze materiali.

Virgilio

Virgilio continua a svolgere la funzione di guida razionale e prudente di Dante. In questo canto lo sostiene fisicamente, portandolo tra le bolge e proteggendolo nei passaggi più difficili, ma lo guida anche spiritualmente: gli suggerisce come rispondere a Niccolò III e approva la sua invettiva contro la simonia. La sua presenza rassicura Dante e ne modera gli eccessi, mantenendo il giusto equilibrio tra indignazione morale e rispetto dell’ordine divino. Virgilio rappresenta allegoricamente la ragione umana illuminata, capace di comprendere la giustizia delle pene infernali e di interpretare correttamente i segni del peccato.

Niccolò III

Niccolò III, mai nominato esplicitamente ma riconoscibile dai riferimenti alla famiglia Orsini e al “gran manto” papale, è il principale dannato del canto. È punito tra i simoniaci per aver usato il potere papale per arricchire i propri parenti e vendere benefici ecclesiastici. Il suo corpo conficcato nella roccia e i piedi bruciati simboleggiano il rovesciamento dei valori evangelici e l’inversione del rapporto tra spirito e materia. Niccolò incarna la Chiesa corrotta e mondanizzata, più attenta ai beni terreni che alla salvezza delle anime. Attraverso le sue parole profetiche, Dante denuncia anche i successori Bonifacio VIII e Clemente V, mostrando come la degenerazione del papato sia un processo storico continuo.

Bonifacio VIII (in absentia)

Bonifacio VIII non compare fisicamente nel canto, ma è una figura centrale nell’invettiva di Dante. Niccolò III lo fraintende per Dante stesso e preannuncia il suo arrivo nella bolgia, accusandolo di avere desiderato avidamente i beni temporali e di aver maltrattato la “bella donna”, immagine della Chiesa. Per Dante, Bonifacio rappresenta il culmine della corruzione papale e della confusione tra potere spirituale e politico, soprattutto nel conflitto con i guelfi bianchi fiorentini. La sua presenza evocata ha un forte valore allegorico: è il simbolo di un papato che ha tradito il Vangelo per la ricchezza e il potere, diventando oggetto legittimo di condanna poetica e teologica.

Temi e Simboli del Canto 19

Il tema dominante del Canto 19 è la condanna della simonia, intesa come vendita delle cose sacre e perversione del ministero ecclesiastico. Dante denuncia con forza l’avidità della Chiesa del suo tempo, che ha trasformato l’oro e l’argento in un idolo, paragonabile e persino peggiore di quelli dei pagani. La pena dei dannati, conficcati a testa in giù nei fori, rovescia simbolicamente il rito del battesimo: i fori simili ai fonti battesimali e il fuoco sui piedi alludono all’uso sacrilego dei sacramenti da parte dei simoniaci. Importante è anche il tema del rapporto tra potere spirituale e temporale, evocato nella maledizione alla donazione di Costantino, ritenuta causa della ricchezza mondana dei papi. La figura della “meretrice apocalittica” simboleggia la Chiesa corrotta che si allea con i poteri politici. Dante usa inoltre il motivo profetico: attraverso Niccolò III anticipa la condanna di Bonifacio VIII e Clemente V, inserendo nel poema una critica storica concreta e una visione morale universale del potere religioso.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.