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Inferno Canto 20 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Arrivati nella quarta bolgia, Dante e Virgilio incontrano gli indovini. Tra questi vi è Manto: fondatrice di Mantova di cui si racconta la fondazione

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 20

Il Canto XX dell’Inferno si colloca nell’VIII cerchio, quarta bolgia, dove sono puniti gli indovini, maghi e astrologi che vollero scrutare il futuro violando i limiti imposti da Dio. Dante e Virgilio continuano il loro viaggio tra i fraudolenti e si affacciano su una nuova valle piena di pianto e sofferenza. La scena più impressionante è il contrappasso: i dannati hanno il volto girato all’indietro e sono costretti a camminare all’indietro, piangendo, perché in vita vollero “vedere troppo davante”. Il canto ospita numerose figure della mitologia e della storia antica e medievale, tra cui Anfiarao, Tiresia, Manto ed altri indovini famosi. Temi centrali sono la condanna della superstizione, il contrasto tra ragione e magia, il giusto giudizio divino e il ruolo del poeta come garante della verità storica e morale.

Riassunto per versi del Canto 20

Versi 1–18: Scoperta della bolgia e descrizione dei dannati

Dante annuncia che deve cantare una “nova pena” e descrivere una nuova specie di dannati nella quarta bolgia dell’VIII cerchio. Guardando nel fondo della valle, vede una schiera di anime che avanzano lentamente, in silenzio e piangendo, simili alle processioni penitenziali (letanie) del mondo dei vivi. Avvicinando lo sguardo, nota con orrore che il loro volto è stato ruotato all’indietro: tra il mento e la nuca è tutto “travolto”, così che sono costretti a camminare a ritroso, incapaci di guardare avanti. Dante osserva che forse una simile deformazione potrebbe avvenire per malattia, ma dichiara di non averne mai visto una così totale e straordinaria, e invita il lettore a immaginare l’effetto di tale pena.

Versi 19–30: Pianto di Dante e rimprovero di Virgilio

Dante si chiede come possa trattenere le lacrime davanti a una punizione che deforma così duramente “la nostra imagine” umana, al punto che le lacrime dei dannati cadono lungo la schiena e bagnano le natiche. Commosso, si appoggia a uno spuntone di roccia e si mette a piangere, ma Virgilio lo rimprovera severamente. La guida lo invita a non essere “uno degli sciocchi” che provano pietà per chi subisce una pena giusta, ricordandogli che nell’Inferno la vera pietà deve essere “ben morta”. Chi si lascia commuovere contro il giudizio divino è, secondo Virgilio, il più scellerato, perché mette la propria passione al di sopra della giustizia di Dio. Subito dopo, Virgilio comincia a indicare i singoli dannati.

Versi 31–57: Anfiarao, Tiresia, Aronte e Manto; fondazione di Mantova

Virgilio ordina a Dante di alzare la testa e riconoscere alcuni personaggi celebri. Indica Anfiarao, l’indovino tebano inghiottito dalla terra mentre fuggiva in battaglia, ora costretto a camminare con il petto trasformato in schiena perché in vita volle “veder troppo davante”. Mostra poi Tiresia, il famoso indovino che cambiò sesso dopo aver colpito due serpenti intrecciati e che, in un secondo momento, ritornò maschio. Viene presentato anche Aronte, astrologo che abitava in una grotta tra i monti di Luni, da cui poteva osservare stelle e mare. Infine Virgilio introduce Manto, figlia di Tiresia, maga errante che, cercando un luogo isolato, si fermò in una palude presso il Mincio. Attorno al suo sepolcro nacque la città di Mantova, patria di Virgilio, che ne racconta l’origine vera, contro le versioni leggendarie.

Versi 58–81: Geografia del Benaco e del Mincio

Virgilio inserisce nel racconto di Manto una lunga digressione geografica. Descrive il lago Benaco (attuale Garda), posto ai piedi delle Alpi che separano l’Italia dalla Germania. Il lago è alimentato da numerosissime sorgenti e si trova tra Garda, Val Camonica e il Monte Baldo. Al centro di quest’area si incontrerebbero idealmente le giurisdizioni dei vescovi di Trento, Brescia e Verona. Alla foce del lago si trova Peschiera, fortezza che controlla i Bresciani e i Bergamaschi. Qui le acque che non possono più stare nel grembo del lago si riversano e formano il fiume Mincio, che scorre verso sud passando per verdi pascoli, fino a cambiare nome in “Mincio” e poi gettarsi nel Po presso Governolo. In un tratto forma una palude, luogo inospitale che Manto scelse come rifugio.

Versi 82–99: Fondazione di Mantova e precisazione storica

Virgilio continua narrando come Manto, in fuga da ogni convivenza umana, si stabilì con i suoi servi in mezzo alla palude, dove praticò le sue arti magiche e morì, lasciando il suo corpo. Gli uomini che abitavano sparsi nei dintorni si radunarono in quel luogo naturalmente difeso dal pantano e vi costruirono una città sulle ossa di Manto, chiamandola Mantova in suo onore. Virgilio ricorda che un tempo la città era più popolosa, prima che fosse colpita dalle disgrazie dovute al conte di Casalodi, ingannato da Pinamonte. Poi si rivolge direttamente a Dante (e al lettore), avvertendolo che chi racconta in modo diverso l’origine di Mantova mente: lui, come mantovano, afferma di conoscere la verità storica e vuole correggere le tradizioni errate.

Versi 100–130: Altri indovini famosi e chiusura del canto

Dante, rassicurato dall’autorità di Virgilio, chiede di conoscere altri dannati degni di nota. Virgilio indica Euripilo, indovino greco che, insieme a Calcante, diede il segnale per salpare verso Troia ad Aulide, citato anche nell’Eneide. Poi nomina Michele Scotto, studioso medievale noto per le sue pratiche magiche alla corte di Federico II. Appare anche Guido Bonatti, celebre astrologo di Forlì, e Asdente, calzolaio cremonese divenuto indovino, che ora vorrebbe aver dedicato la vita al suo mestiere invece che alla magia. Infine, Dante vede le donne che abbandonarono gli strumenti domestici (ago, fuso, spola) per darsi a malie e sortilegi. Il canto si chiude con Virgilio che invita Dante a proseguire, ricordandogli che la notte sta finendo e che la luna è già piena, riprendendo il riferimento al tempo del viaggio.

Personaggi del Canto 20

Dante

Dante è il pellegrino che osserva e racconta la scena. In questo canto mostra una forte compassione per i dannati, fino alle lacrime. Il suo pianto rivela l’umanità e la sensibilità del personaggio, ma anche la necessità di un’educazione alla giustizia divina: per questo Virgilio lo rimprovera. Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima cristiana in cammino dalla confusione morale alla retta visione del bene. La sua reazione emotiva e poi il suo sottomettersi agli insegnamenti di Virgilio mostrano il difficile equilibrio tra sentimento e ragione. Come poeta-narratore, inoltre, Dante si rivolge direttamente al lettore, invitandolo a riflettere e a condividere le sue domande sulla giustizia di Dio e sui limiti della curiosità umana.

Virgilio

Virgilio guida Dante e assume in questo canto il ruolo di maestro severo. Rimprovera il discepolo perché prova pietà per chi è giustamente punito, ricordandogli che nell’Inferno la pietà è fuori luogo. Incarna la ragione umana e la sapienza pagana, capace di comprendere la giustizia naturale e l’ordine del cosmo. La lunga digressione su Manto, Mantova e il corso del Mincio mostra Virgilio anche come garante della verità storica e geografica, contro i racconti falsi o leggendari. Allegoricamente, rappresenta la ragione che corregge i sentimenti disordinati e guida l’uomo a una visione più oggettiva del bene e del male. Tuttavia, benché sapiente, resta comunque un’anima del Limbo, segno dei limiti della sola ragione priva di rivelazione cristiana.

Anfiarao

Anfiarao è un indovino tebano, uno dei capi nella guerra dei Sette contro Tebe. Sapendo per profezia che sarebbe morto in battaglia, cercò di fuggire, ma la terra si aprì e lo inghiottì. Nel canto è il primo dannato che Virgilio indica: il suo corpo ha il petto trasformato in schiena e cammina voltato all’indietro. La sua pena rappresenta il contrappasso per chi volle conoscere e prevenire il futuro: è costretto ora a guardare sempre indietro. Allegoricamente, Anfiarao simboleggia l’inutilità della preveggenza umana contro il volere divino e denuncia la presunzione di chi vuole sottrarsi al destino. È anche esempio di come, secondo Dante, l’uso della profezia per fini personali sia colpa grave e meriti eterna condanna.

Tiresia

Tiresia è il più famoso indovino della mitologia greca. Dante lo presenta ricordando il suo mutamento di sesso: colpì con un bastone due serpenti avvolti e da uomo fu trasformato in donna; ripetendo il gesto, tornò maschio. Nel canto, la sua figura è collegata alla capacità di vedere il futuro e di interpretare i segni divini, capacità che, usata fuori dai limiti, diventa colpa. Allegoricamente, Tiresia rappresenta l’ambiguità e la metamorfosi, ma anche il desiderio smodato di conoscere ciò che è precluso all’uomo. Essendo cieco nella tradizione classica e qui col volto rivolto all’indietro, incarna il paradosso dell’indovino: pretende di vedere il futuro ma finisce nelle tenebre e nella deformità, punito per la sua curiosità eccessiva.

Manto

Manto è la figlia di Tiresia, descritta da Dante come maga errante che percorre molte terre prima di stabilirsi in una palude sul corso del Mincio. Lì vive praticando arti magiche e, dopo la morte, sul suo sepolcro nasce la città di Mantova. Nel canto, Manto serve a Virgilio per narrare l’origine della sua patria e per correggere le versioni errate diffuse dai cronisti medievali. Allegoricamente, la figura di Manto mostra come perfino le città possano nascere da vicende legate alla superstizione e alla magia, che tuttavia vengono poi inglobate in una storia provvidenziale. È anche simbolo della solitudine di chi rifiuta la comunità umana per dedicarsi a pratiche illecite, ottenendo in cambio solo isolamento e dannazione eterna.

Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente

Questi tre personaggi rappresentano la categoria degli indovini medievali. Michele Scotto fu un celebre astrologo scozzese attivo alla corte di Federico II, noto per le sue “magiche frodi”. Guido Bonatti, astrologo di Forlì, era famoso nel suo tempo per i consigli dati a signori e condottieri. Asdente, umile calzolaio cremonese, aveva abbandonato il suo mestiere per darsi alla divinazione. Dante li colloca tutti nella stessa bolgia, condannando non solo la magia “alta” dei sapienti di corte, ma anche la superstizione popolare. Allegoricamente, essi simboleggiano il pericolo di sostituire la ragione e la fede con la credulità negli astri e nei presagi: chi si affida a tali pratiche tradisce il proprio dovere umano e cristiano, e se ne pente troppo tardi.

Temi e Simboli del Canto 20

Il tema centrale del canto è la condanna dell’indovinia e di ogni forma di curiosità illecita verso il futuro. Tutti i personaggi puniti nella quarta bolgia hanno in comune l’aver voluto conoscere ciò che appartiene solo a Dio. La pena del volto girato all’indietro è il simbolo più forte: contrappasso perfetto per chi “volle veder troppo davante”, ora costretto a guardare sempre il passato e a procedere a ritroso. Questo rovesciamento del corpo esprime il rovesciamento morale dell’indovino, che si è allontanato dal giusto ordine del creato. Un altro tema rilevante è il rapporto tra pietà umana e giustizia divina: il pianto di Dante e il rimprovero di Virgilio mostrano che nel regno delle pene eterne la compassione non può contraddire il giudizio di Dio. Importante è anche il contrasto tra magia e vera conoscenza: la digressione su Mantova e sul Mincio mostra come il poeta, guidato dalla ragione (Virgilio), si proponga di correggere gli errori storici, contrapporre la verità alla menzogna e fondare la propria autorità non su arti occulte, ma sulla ricerca onesta e razionale dei fatti.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.