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Inferno Canto 22 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Nella bolgia dei barattieri, Dante sente le parole di un lucchese. C'è un gran confusione: i dannati cercano di ingannarsi tra loro e si azzuffano

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 22

Il Canto XXII dell’Inferno prosegue il viaggio di Dante e Virgilio nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio, il regno dei barattieri, ossia di coloro che hanno tradito il bene pubblico vendendo la giustizia per denaro. Dopo l’incontro con Ciampolo di Navarra nel canto precedente, qui assistiamo a una scena vivacissima e quasi comica, dominata dalla presenza grottesca dei diavoli Malebranche. Il clima è quello di una turpe “commedia nera”, dove l’inganno, la violenza e la derisione sostituiscono ogni forma di dignità. Il canto è importante perché mostra Dante capace di mescolare registri alti e bassi: accanto alla condanna morale della corruzione politica, compaiono episodi farseschi, come la beffa del barattiere ai danni dei diavoli. I temi centrali sono la frode, la giustizia divina, il degrado della politica e la ridicolizzazione del male.

Riassunto per versi del Canto 22

Versi 1–18: L’apertura epica e la compagnia dei diavoli

Dante apre il canto con un solenne paragone bellico: ricorda cavalieri che muovono all’assalto, trombe, campane, stendardi e segnali di guerra, in un crescendo epico che richiama scene di battaglia e tornei cavallereschi. Subito dopo, però, rovescia questo tono alto, applicandolo ironicamente alla compagnia dei dieci demoni con cui sta procedendo lungo la bolgia dei barattieri. L’espressione “Ahi fiera compagnia!” è seguita da un proverbio (“ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni”), che abbassa drasticamente il registro. Dante concentra poi l’attenzione sulla pece bollente, in cui sono immersi i dannati, pronto a osservare ogni dettaglio del loro tormento, con sguardo quasi da cronista curioso.

Versi 19–45: I peccatori nella pece e la cattura del Navarrese

Attraverso una serie di similitudini marine e animalesche, Dante descrive il comportamento dei barattieri: come delfini che emergono a tratti per segnalare il pericolo, o come rane che sporgono solo il muso dall’acqua, così i dannati si affacciano dalla pece per respirare e alleviare il dolore. All’avvicinarsi dei demoni, però, si nascondono subito sotto i bollori. Uno di loro non fa in tempo a fuggire e viene afferrato per i capelli da Graffiacane, che lo trascina fuori come una lontra. Intorno a lui i diavoli urlano e minacciano di scorticarlo. Dante, turbato ma desideroso di sapere, chiede a Virgilio di interrogarlo sulla sua identità e sulla sua storia.

Versi 46–93: Confessione di Ciampolo e ulteriori torture

Il dannato si presenta come un uomo nato nel regno di Navarra. Racconta di essere figlio illegittimo e di aver servito prima un signore, poi il “buon re Tebaldo”, presso il quale si diede alla baratteria, cioè alla corruzione amministrativa. Per questa colpa ora “rende ragione” in quel caldo infernale. Mentre parla, il demone Cirïatto lo ferisce con le sue zanne da porco, ma Barbariccia interviene, lo abbranca e lo protegge temporaneamente, invitando gli altri ad allontanarsi finché Dante e Virgilio hanno finito di interrogare il peccatore. Il poeta apprende così che sotto la pece si trovano anche altri italiani, e in particolare un frate, Gomita di Gallura, famoso per le sue frodi, e donno Michel Zanche di Logudoro, entrambi simboli della corruzione politica sarda.

Versi 94–117: L’inganno proposto dal Navarrese e il sospetto dei diavoli

Ciampolo, vedendo l’aggressività dei diavoli, tenta di guadagnare tempo e forse la fuga. Propone a Dante e Virgilio di far emergere dalla pece altri barattieri toscani o lombardi, a patto che i Malebranche si allontanino un poco, così che i dannati non temano le loro vendette. Egli promette che, restando seduto dove si trova, al suo fischio ne farà venire fuori sette, come è loro consuetudine. I diavoli reagiscono in modo scomposto: Cagnazzo sospetta subito un trucco e scuote la testa, Alichino invece accetta la sfida, dichiarando che non lo seguirà di corsa se tenterà di gettarsi di nuovo nella pece. La scena si carica di tensione comica e teatrale, tra diffidenza e sbruffoneria demoniaca.

Versi 118–144: La beffa del Navarrese e la rissa tra i diavoli

Rivolgendosi direttamente al lettore, Dante annuncia un “nuovo gioco”. Nel momento in cui tutti volgono lo sguardo dall’altra parte, il Navarrese coglie l’occasione: pianta saldamente i piedi a terra e, con un solo balzo, si libera e si tuffa nella pece, fuggendo sotto la superficie come un’anatra che si immerge di colpo per sfuggire al falcone. I diavoli restano ingannati e si sentono colpevoli del fallimento: Alichino tenta di afferrarlo volando, ma invano. Calcabrina, furioso per la beffa, si scaglia contro il compagno; i due lottano e finiscono entrambi a precipitare nel catrame bollente, invischiando le loro ali nel pece rovente.

Versi 145–151: Il salvataggio fallito e la fuga di Dante e Virgilio

La pece bollente diventa subito una terribile “armatura” che impedisce ai due demoni di rialzarsi. Barbariccia, vedendo i compagni imprigionati nello stagno infuocato, organizza in fretta un’operazione di salvataggio: manda altri quattro diavoli dall’altra riva, armati dei loro uncini, per estrarre gli “impanati” già cotti nella crosta di pece. Il quadro finale è caotico e grottesco: i diavoli si agitano, invano impegnati a liberarsi da una trappola causata dalla loro stessa violenza e imprudenza. Dante e Virgilio, approfittando della confusione e comprendendo il pericolo di restare in quella “fiera compagnia”, si allontanano, lasciando i Malebranche così intrappolati nel proprio stesso infernale pasticcio.

Personaggi del Canto 22

Dante

Dante-pellegrino è osservatore partecipe e impaurito. In questo canto manifesta una forte curiosità: vuole comprendere a fondo il peccato di baratteria e le storie dei dannati, ma allo stesso tempo è turbato dalla violenza e dalla volgarità dei demoni. Il suo sguardo unisce serietà morale e gusto narrativo per il dettaglio vivace. Chiede a Virgilio di interrogare il Navarrese, confermando il proprio ruolo di discepolo che cerca luce nella selva del male. Allegoricamente, rappresenta l’anima che, guidata dalla ragione, attraversa la conoscenza del peccato senza lasciarsene contagiare, imparando a smascherare l’inganno sotto le forme seducenti o ridicole del mondo.

Virgilio

Virgilio continua a essere la guida razionale di Dante, mediatore tra il poeta e i dannati, ma anche tra lui e i diavoli. È lui che interroga Ciampolo e ne ottiene la confessione, mantenendo un certo controllo sulla scena, pur dovendo sottostare alle regole imposte dai Malebranche. Sebbene circondato da violenza e caos, Virgilio cerca di ottenere il massimo di informazione e sicurezza per il suo discepolo. In chiave allegorica, incarna la ragione umana e la sapienza pagana, capaci di guidare l’uomo nella comprensione del male, ma non del tutto padrone del disordine che il peccato produce. La sua autorevolezza resta grande, ma in questa bolgia è visibilmente messa alla prova.

Ciampolo di Navarra (il Navarrese)

Il Navarrese è il barattiere protagonista del canto, scaltro e bugiardo. Nato nel regno di Navarra, servitore del re Tebaldo, confessa di aver praticato la baratteria, cioè la corruzione amministrativa, vendendo la giustizia per denaro. Nella sua condotta in Inferno ripete la frode che lo ha condannato: con parole ingannevoli promette di far emergere altri dannati, ma in realtà prepara la propria fuga. Il suo gesto di beffare i diavoli e tuffarsi nella pece lo rende simbolo dell’astuzia fraudolenta che non si pente, ma continua a ingannare anche nel castigo. Rappresenta la degenerazione della funzione pubblica, piegata all’interesse personale e alla menzogna sistematica.

Barbariccia

Barbariccia è il capo del drappello di Malebranche incaricato di scortare Dante e Virgilio. Ha un’autorità superiore sugli altri demoni: li comanda, li rimprovera e organizza i loro movimenti, fino al tentativo di salvataggio finale. Pur essendo un diavolo crudele, mostra un certo senso dell’ordine, imponendo ai suoi di non toccare il dannato finché si svolge l’interrogatorio. Allegoricamente, raffigura una forma di potere maligno ma “organizzato”, una burocrazia del male che gestisce le pene e i soprusi con metodo. Il suo nome, legato alla “barba riccia”, evoca un aspetto grottesco e animalesco, tipico della rappresentazione infernale dantesca dei vizi istituzionalizzati.

Altri diavoli Malebranche

I Malebranche (Graffiacane, Rubicante, Cirïatto, Libicocco, Draghignazzo, Cagnazzo, Alichino, Calcabrina, Farfarello, ecc.) formano una sorta di “truppa” caricaturale e violenta. Ognuno ha un nome parlante che indica una caratteristica bestiale o una modalità di tortura: artigli, zanne, graffi, bruciature. Nel canto agiscono in modo caotico, rissoso e spesso stupido: torturano i dannati con entusiasmo sadico, si lasciano ingannare da Ciampolo, finiscono per azzuffarsi tra loro e cadere nella pece. Simbolicamente rappresentano il male che, pur apparendo potente e spaventoso, è disordinato, autodistruttivo e ridicolo. Sono la parodia demoniaca di un corpo militare o di una magistratura corrotta, che gestisce la violenza senza vera giustizia.

Frate Gomita e Michel Zanche (figure evocate)

Frate Gomita di Gallura e donno Michel Zanche di Logudoro non compaiono in scena, ma vengono evocati nel racconto di Ciampolo come esempi eccellenti di baratteria in Sardegna. Gomita, che aveva in custodia i nemici del suo signore, li liberò in cambio di denaro e fu “vasel d’ogne froda”, cioè pieno di ogni inganno. Michel Zanche è descritto come suo complice e compare di chiacchiere sulla politica sarda. I due incarnano in modo emblematico la corruzione del potere politico ed ecclesiastico, mostrando come il tradimento del bene comune e dell’ufficio pubblico sia diffuso e sistemico. La loro citazione rafforza la denuncia dantesca contro la degenerazione morale delle classi dirigenti del suo tempo.

Temi e Simboli del Canto 22

Il tema centrale del canto è la frode politica, rappresentata dal peccato di baratteria: la vendita della giustizia e dell’autorità per denaro. Attraverso figure come Ciampolo, Gomita e Michel Zanche, Dante denuncia la corruzione diffusa nei governi e nelle corti, mostrando come chi dovrebbe amministrare il bene pubblico si trasformi in mercante di favori. Forte è anche il tema dell’

La pece bollente è un simbolo potente: densa, scura e appiccicosa, rappresenta la segretezza e l’opacità degli affari corrotti, in cui tutto avviene nascosto, “sotto” la superficie. I dannati vi sono immersi come funzionari immersi in intrighi oscuri. I Malebranche, con i loro nomi grotteschi, sono simbolo di un potere brutale, burocratico e ridicolo, parodia di eserciti e magistrature terrene corrotte. Il canto mescola tragico e comico: la farsa dei diavoli che cadono nella pece non attenua, ma intensifica la condanna morale, mostrando il peccato come qualcosa che, oltre a essere colpevole, è anche miserabile e ridicolo agli occhi della giustizia divina.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.