Salta al contenuto

Inferno Canto 23 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Troviamo nel canto gli ipocriti, obbligati a camminare sotto il peso di un pesante masso, e l'uscita dalla bolgia, non sarà facile: il ponte non c'è

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 23

Il Canto XXIII dell’Inferno si colloca nell’VIII cerchio, quello dei fraudolenti, e in particolare nella sesta bolgia, dove vengono puniti gli ipocriti. Dante e Virgilio fuggono dai diavoli Malebranche, incontrati nella bolgia precedente dei barattieri, e si rifugiano nella nuova cavità. Qui vedono una processione lenta e dolorosa di anime avvolte in pesanti cappe di piombo dorate all’esterno. Tra esse spiccano i frati bolognesi Catalano e Loderingo, appartenenti all’ordine dei “Frati Gaudenti”, e soprattutto la figura tragica di Caifa, crocifisso al suolo. Il canto affronta temi centrali come l’ipocrisia religiosa e politica, la menzogna, il contrasto tra apparenza e realtà, e mette in luce la provvidenza divina che limita il potere del male e guida il cammino dei due pellegrini.

Riassunto per versi del Canto 23

Versi 1–36: Il timore dei Malebranche e la fuga

Dante e Virgilio procedono in silenzio, uno davanti all’altro, come frati lungo la strada. Dante, ricordando la favola di Esopo della rana e del topo, teme che i Malebranche vogliano vendicarsi per lo scherzo subito nel canto precedente. Immagina i diavoli lanciarsi all’inseguimento con la ferocia di cani contro una lepre, e la paura gli fa rizzare i peli. Confida il suo timore a Virgilio, che gli rivela di aver letto i suoi pensieri e di aver avuto la stessa intuizione. Progetta allora di scendere nella bolgia successiva per sfuggire all’“imaginata caccia”, ma il tempo è poco: Dante scorge già i diavoli che volano verso di loro con le ali spiegate, pronti a catturarli.

Versi 37–57: Il salvataggio di Virgilio e la discesa nella sesta bolgia

Appena vede i diavoli, Virgilio agisce prontamente: afferra Dante come una madre che, svegliata all’improvviso dal rumore e dalle fiamme, prende in braccio il figlio e fugge dimentica di sé. Lo stringe al petto non come un compagno ma come un figlio e si lascia scivolare supino lungo il ripido fianco roccioso che separa le due bolge. La discesa è veloce come l’acqua che corre in una doccia a muovere la ruota di un mulino. Giunti a fatica sul fondo della nuova bolgia, i due pellegrini sono ormai fuori dalla portata dei Malebranche, perché la provvidenza ha stabilito che i demoni non possano lasciare la quinta bolgia, di cui sono ministri e custodi, privandoli del potere di inseguire le anime altrove.

Versi 58–100: La processione degli ipocriti e l’incontro con Catalano e Loderingo

Nella sesta bolgia Dante e Virgilio vedono una folla di dannati che cammina lentamente, affaticata, piangendo, con il volto stanco e vinto. Indossano larghe cappe con cappucci abbassati sugli occhi, simili a quelle dei monaci di Cluny. All’esterno sono dorate e abbaglianti, ma all’interno sono interamente di piombo e così pesanti che, dice Dante, Federico II le avrebbe riempite solo di paglia per alleggerirle. Il poeta maledice quel “faticoso manto eterno”. Camminando alla loro sinistra, chiede a Virgilio di individuare qualcuno riconoscibile. Un dannato, sentendo la parlata toscana, li invita a fermarsi, promettendo informazioni. Si presentano due frati “godenti” bolognesi, Catalano e Loderingo, scelti un tempo come pacieri a Firenze.

Versi 101–111: Confessione dei Frati Gaudenti e denuncia dell’ipocrisia politica

I due frati spiegano che le loro cappe color ruggine sono di piombo spesso, e il loro peso fa “cigolare le bilance”, immagine del carico morale della loro colpa. Si presentano: sono Catalano e Loderingo, “Frati Gaudenti” bolognesi, chiamati insieme dalla città di Firenze per riportare la pace, secondo l’uso di affidare a uomini forestieri un incarico delicato. Confessano però di essere stati pessimi pacieri, tanto che ancora si vedono le conseguenze delle loro azioni nel quartiere del Gardingo, devastato dalle lotte tra fazioni. Dante vorrebbe esprimere compassione (“O frati, i vostri mali…”), ma si interrompe bruscamente perché scorge un dannato crocifisso a terra con tre pali, visione che cattura tutta la sua attenzione e cambia il centro della scena.

Versi 112–132: La pena di Caifa e degli altri membri del Sinedrio

Il crocifisso, vedendo Dante, si contorce e sospira soffiando nella barba, gesto di dolore e rabbia impotente. Il frate Catalano spiega che quell’anima è Caifa, il sommo sacerdote che consigliò ai Farisei che “era espediente” sacrificare un uomo (Gesù) per salvare il popolo. Ora giace nudo, confitto sulla via, in modo che ogni ipocrita che passa nella bolgia debba calpestarlo e fargli sentire il peso del proprio peccato. Allo stesso modo è punito suo suocero, Anna, e gli altri membri del sinedrio che parteciparono a quella decisione. Dante nota con stupore la pena infamante, e Virgilio stesso resta meravigliato nel vedere Caifa così vilmente disteso in croce nell’“eterno essilio”, a testimonianza della gravità dell’ipocrisia religiosa e politica che condannò Cristo.

Versi 133–148: L’indicazione della via d’uscita e la menzogna dei diavoli

Virgilio chiede a Catalano se, sulla destra, vi sia un’uscita che permetta a lui e a Dante di risalire senza dover dipendere nuovamente dai neri angeli di Malebolge. Il frate indica un masso che dalla grande ripa crolla e scavalca tutte le bolge, ma precisa che in questo punto è rotto e non le copre: i due potranno risalire lungo la rovina che giace sulla costa e supera anche il fondo. Virgilio china il capo, rendendosi conto che Barbariccia, capo dei Malebranche, aveva descritto male la situazione. Catalano conferma con ironia, riferendo un detto udito a Bologna: il diavolo è “padre della menzogna”. Virgilio, turbato nell’aspetto, si allontana a grandi passi, seguito da Dante che si stacca dalla compagnia degli ipocriti per proseguire il viaggio verso la settima bolgia.

Personaggi del Canto 23

Dante

In questo canto Dante appare particolarmente umano e vulnerabile: la paura dei Malebranche lo paralizza, gli fa rizzare i peli, lo porta a immaginare la vendetta dei demoni. La sua sensibilità si manifesta anche nella curiosità verso i dannati e nella compassione iniziale per Catalano e Loderingo, subito interrotta dalla vista di Caifa. Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima in cammino verso la salvezza, che deve imparare a riconoscere l’ipocrisia e a non lasciarsi ingannare dalle apparenze. La sua capacità di dialogare, chiedere, osservare con attenzione i simboli delle pene infernali è strumento di conoscenza morale e spirituale, necessario per superare la frode e avvicinarsi alla verità.

Virgilio

Virgilio svolge nel canto il ruolo di guida saggia e protettrice. La similitudine con la madre che salva il figlio dalle fiamme mostra la sua cura affettuosa per Dante, tratto che umanizza la figura del poeta latino. È capace di leggere i pensieri di Dante, unendo intuizione razionale e comprensione psicologica. Tuttavia, appare anche limitato: si era fidato delle indicazioni dei diavoli e scopre solo qui la loro menzogna, mostrando che la ragione umana, da sola, può essere ingannata dal male. Allegoricamente, Virgilio incarna la ragione naturale che guida ma non salva pienamente; la sua irritazione verso la bugia dei diavoli riflette il conflitto tra verità razionale e frode, tipico dell’VIII cerchio infernale.

Catalano e Loderingo

Catalano e Loderingo sono due frati dell’Ordine dei “Frati Gaudenti”, bolognesi chiamati a Firenze come garanti di pace. Nel poema, tuttavia, rappresentano l’ipocrisia politica e religiosa: sotto l’apparenza di uomini pii e pacificatori, nascosero interessi di parte e contribuirono alle devastazioni del quartiere del Gardingo. Le loro cappe di piombo dorato simboleggiano proprio questo contrasto tra esterno e interno: una superficie splendente di virtù e un peso interiore di colpa. Il loro parlare ancora lucido e informato indica che l’ipocrita conserva intelligenza e capacità di giudizio, ma le usa male. Essi personificano l’inganno istituzionalizzato, quando l’autorità religiosa diventa strumento di lotta politica e tradisce la propria missione.

Caifa

Caifa, sommo sacerdote e capo del sinedrio che decise la condanna di Cristo, è punito in modo particolarmente duro: crocifisso al suolo, nudo, attraversato dalla strada degli ipocriti. Il suo corpo diventa letteralmente strada per gli altri dannati, che ne schiacciano il petto sentendo quanto pesa la propria colpa. Allegoricamente, Caifa rappresenta il massimo dell’ipocrisia religiosa e politica: giustificò l’uccisione di un innocente in nome del bene pubblico, mascherando l’ingiustizia con una falsa ragion di Stato. La sua croce rovesciata e degradante è contrapposta alla croce redentrice di Cristo; mentre quella di Gesù salva, la croce di Caifa è segno di condanna eterna per chi ha manipolato la religione a fini di potere.

Temi e Simboli del Canto 23

Il tema centrale del canto è l’ipocrisia, soprattutto religiosa e politica. Gli ipocriti appaiono avvolti in cappe dorate ma pesantissime: il contrasto tra l’oro esterno e il piombo interno simboleggia la distanza tra apparenza di virtù e realtà di vizio. Il “faticoso manto eterno” rappresenta il peso della menzogna portata per tutta la vita e smascherata nel giudizio divino. Il canto insiste sul conflitto tra verità e falsità: i diavoli, bugiardi per natura, hanno ingannato Virgilio; Caifa ha travestito un’ingiustizia come scelta necessaria per il popolo; i Frati Gaudenti hanno mascherato ambizioni politiche da missione pacificatrice. Un altro tema forte è la provvidenza divina, che limita il potere dei demoni e guida il percorso dei pellegrini. Simbolicamente importanti sono anche le figure materna di Virgilio che salva Dante, segno di cura e guida amorevole della ragione, e la crocifissione rovesciata di Caifa, che rovescia il significato della croce trasformandola da strumento di salvezza in condanna. Il canto, infine, sviluppa la critica dantesca alla corruzione del clero e alla complicità tra istituzioni religiose e violenza politica.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.