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Inferno Canto 26 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Ottava bolgia: consiglieri di frodi, Ulisse. L'eroe qui racconta la versione medievale delle sue gesta, rendendosi emblema della curiositas e sagacia

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 26

Il Canto 26 dell’Inferno si colloca nell’ottavo cerchio, Malebolge, e in particolare nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, avvolti in lingue di fuoco che nascondono il loro volto. Dopo aver lasciato i ladri nella settima bolgia, Dante e Virgilio proseguono tra rocce scoscese fino a contemplare uno spettacolo suggestivo: una distesa di fiamme che si muovono come lucciole nella notte. Tra queste spicca il fuoco “cornuto” che racchiude insieme Ulisse e Diomede. Il canto è celebre soprattutto per il grande monologo di Ulisse, che racconta il suo ultimo folle viaggio oltre le Colonne d’Ercole. I temi centrali sono il desiderio di conoscenza, il limite posto da Dio alla ragione umana, l’uso fraudolento dell’ingegno e il contrasto tra gloria mondana e salvezza spirituale.

Riassunto per versi del Canto 26

Versi 1–24: Invettiva contro Firenze e salita dalla settima all’ottava bolgia

Dante apre il canto con un’amara apostrofe a Firenze, “superba” perché il suo nome risuona perfino nell’inferno: tra i ladri ha riconosciuto cinque concittadini, motivo di vergogna più che di vanto. Allude poi, profeticamente, ai futuri disordini politici che colpiranno la città, preannunciando le vendette di Prato. Conclusa l’invettiva, Dante e Virgilio lasciano la settima bolgia e risalgono per le stesse “scalee” rocciose da cui erano discesi. Il cammino è arduo e solitario, tra schegge e massi scoscesi, dove il piede non può procedere senza l’aiuto della mano. Dante, ricordando questa salita difficile e le visioni che seguiranno, dichiara di voler frenare il proprio ingegno, per non oltrepassare i limiti imposti dalla virtù.

Versi 25–48: La visione delle fiamme e la spiegazione di Virgilio

Dante paragona le numerose fiamme che riempiono l’ottava bolgia alle lucciole viste dal contadino nella valle al calare del sole estivo. Ogni fiammella brilla nel buio e riempie l’intera distesa infernale. Un secondo paragone richiama il carro di Elia, visto dal profeta Eliseo: egli scorge solo la fiamma salire in cielo come una nuvoletta. Così si muovono le lingue di fuoco nella bolgia, ognuna avvolgendo un dannato e nascondendone il “furto”, cioè il peccato. Dante, affacciato sul ponte, rischia quasi di cadere, tanto è preso dalla vista. Virgilio allora spiega che dentro ciascun fuoco si trovano gli spiriti dei consiglieri fraudolenti, avvolti dalla stessa fiamma che simboleggia l’ingegno ingannatore con cui peccarono.

Versi 49–63: Identificazione di Ulisse e Diomede e introduzione alla loro colpa

Dante nota una fiamma particolare, divisa in due punte, simile al rogo in cui furono bruciati insieme i corpi nemici di Eteocle e Polinice. Chiede a Virgilio chi siano i dannati racchiusi in quel fuoco “cornuto”. Virgilio risponde che lì sono puniti Ulisse e Diomede, uniti nel peccato come lo furono nell’ira e nella vendetta durante la guerra di Troia. All’interno della loro fiamma piangono per tre colpe principali: l’inganno del cavallo di Troia, che permise la distruzione della città e la nascita del “gentil seme” di Roma; l’artificio con cui Ulisse strappò Achille a Deidamia, causandone la morte; infine, il furto del Palladio, la statua sacra che proteggeva Troia. Questi episodi mostrano l’uso fraudolento dell’astuzia a fini distruttivi.

Versi 64–84: La preghiera di Dante e l’invocazione di Virgilio agli eroi greci

Dante chiede con insistenza a Virgilio di poter ascoltare le parole di Ulisse e Diomede, supplicandolo di non negargli l’attesa fino all’arrivo della fiamma cornuta. Il poeta confessa il forte desiderio di conoscere la loro storia. Virgilio approva la richiesta, giudicandola degna di lode, ma lo invita a tacere, poiché teme che, essendo i dannati greci, possano mostrarsi diffidenti verso le parole di un latino. Sarà dunque Virgilio a parlare in nome di Dante. Quando la fiamma si avvicina al punto opportuno del ponte, Virgilio si rivolge agli spiriti ricordando i “versi alti” da lui scritti nell’Eneide. Chiede che almeno uno dei due racconti dove morì, perdendo così la vita terrena, per soddisfare il desiderio di conoscenza del suo discepolo.

Versi 85–111: L’ultimo viaggio di Ulisse e il “folle volo”

Il corno maggiore della fiamma inizia a vibrare come agitato dal vento e prende a parlare con la voce di Ulisse. L’eroe racconta che, dopo essere partito dall’isola di Circe, vicino a Gaeta, nessun affetto umano – né il figlio, né il vecchio padre Laerte, né l’amore dovuto a Penelope – poté vincere in lui l’ardente desiderio di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli uomini. Decide così di riprendere il mare con pochi compagni rimastigli fedeli, navigando lungo le coste di Spagna, Marocco, Sardegna e le altre isole del Mediterraneo occidentale. Ormai vecchi, giungono allo stretto di Gibilterra, limite estremo segnato da Ercole perché l’uomo non proceda oltre. Qui Ulisse medita il superamento di quel confine proibito.

Versi 112–142: L’esortazione ai compagni, la visione del monte e il naufragio

Rivolgendosi ai suoi “frati”, Ulisse li invita a non negarsi l’esperienza del “mondo sanza gente”, cioè dell’emisfero sconosciuto oltre le Colonne d’Ercole, ricordando loro che non sono nati per vivere come bruti, ma per seguire “virtute e canoscenza”. Con questa breve orazione accende tantissimo il loro coraggio, tanto che difficilmente li avrebbe potuti trattenere dal partire. Volta quindi la poppa verso est e con i remi, paragonati ad ali, si lancia in quello che definisce “folle volo”. Per cinque mesi navigano vedendo le stelle dell’altro emisfero, finché scorgono una grande montagna scura (il monte del Purgatorio). La gioia dura poco: un turbine si abbatte sulla nave, che gira tre volte e alla quarta viene rovesciata, finché il mare si richiude sopra di loro, segnando la morte di Ulisse e compagni.

Personaggi del Canto 26

Dante

Dante è il protagonista-viandante che osserva e interpreta le pene infernali. In questo canto si mostra particolarmente coinvolto emotivamente e intellettualmente: rischia persino di cadere nel fossato, tanto è preso dalla vista delle fiamme. Il suo desiderio di ascoltare Ulisse rivela una forte attrazione per la conoscenza e per le grandi figure del mondo classico, ma anche il pericolo di identificarsi con un modello umano che Dante giudica, in ultima analisi, colpevole. In senso allegorico, Dante rappresenta l’anima razionale in cammino verso Dio, che deve imparare a controllare il proprio “ingegno” e piegarlo al bene, evitando gli eccessi superbi e la curiosità disordinata simboleggiata dalla vicenda di Ulisse.

Virgilio

Virgilio, guida di Dante nell’Inferno e nel Purgatorio, incarna la ragione umana e la sapienza pagana. Nel Canto 26 svolge un duplice ruolo: da un lato, spiega razionalmente la natura della pena e l’identità dei dannati; dall’altro, protegge Dante, sia fisicamente (richiamandolo dal pericolo di cadere), sia spiritualmente, moderando il suo desiderio di parlare direttamente con Ulisse. È Virgilio a rivolgersi alla fiamma ricordando i suoi versi epici, segno del rispetto che gli spiriti nutrono per la grande poesia. Allegoricamente, Virgilio indica che la ragione, pur nobile e alta, deve riconoscere i propri limiti: può guidare fino alla consapevolezza del peccato, ma non può da sola condurre alla salvezza, né giustificare il superamento dei confini imposti da Dio.

Ulisse

Ulisse è la figura centrale del canto e una delle più potenti di tutta la Commedia. Eroe dell’ingegno, della curiosità e del coraggio, si trasforma qui in simbolo dell’uso distorto della ragione: la sua sete di conoscenza, non orientata a Dio ma alla gloria umana, diventa “folle volo”. Il suo celebre discorso ai compagni esalta la dignità dell’uomo, chiamato a seguire “virtute e canoscenza”, ma allo stesso tempo rivela la superbia di chi vuole oltrepassare i limiti fissati dal Creatore. Allegoricamente, Ulisse rappresenta l’intelletto umano che, confidando solo in se stesso, pretende di penetrare in territori proibiti. La sua fine tragica – il naufragio presso il monte del Purgatorio – mostra l’impossibilità, per la ragione isolata dalla fede, di raggiungere la vera meta della salvezza.

Diomede

Diomede appare solo indirettamente, poiché non prende la parola: condivide con Ulisse la fiamma e la pena, a sottolineare il loro legame indissolubile nel peccato. Nella tradizione epica, Diomede è un valoroso guerriero acheo, compagno di Ulisse in molte imprese, tra cui il furto del Palladio e altre azioni ingannevoli contro Troia. In Dante, Diomede simboleggia l’aspetto collettivo e “complice” della frode: non solo l’individuo, ma anche il gruppo può usare l’ingegno a scopi distruttivi. La fusione dei due eroi in un’unica fiamma suggerisce come la colpa dei consiglieri fraudolenti sia spesso condivisa e come l’astuzia corrotta possa diventare forza storica devastante, contribuendo alla rovina di intere città e civiltà.

Temi e Simboli del Canto 26

Il Canto 26 sviluppa soprattutto il tema del rapporto tra ingegno umano e limite divino. Ulisse incarna la potenza della ragione e della volontà di conoscere, ma anche il suo possibile sviamento: il “folle volo” è il simbolo dell’intelletto che pretende di superare i confini segnati da Dio, confidando solo in se stesso. Il mare aperto rappresenta l’ignoto del sapere e dell’esperienza, affascinante ma pericoloso; le Colonne d’Ercole sono il segno del limite naturale e morale da non valicare. Il naufragio finale è l’immagine della caduta di chi abusa della propria libertà intellettuale.

Le fiamme che avvolgono i dannati sono simbolo dell’ingegno che, usato per la frode, diventa strumento di autodistruzione: la stessa astuzia che li rese celebri ora li consuma e li nasconde. Il discorso di Ulisse ai compagni esprime un ideale alto – “virtute e canoscenza” – ma deformato dalla superbia, mostrando l’ambiguità della cultura pagana: grandezza eroica e, insieme, incapacità di orientarsi al vero Bene. L’invettiva iniziale contro Firenze collega questi temi alla storia contemporanea di Dante, indicando come l’abuso dell’intelligenza e dell’astuzia politica corrompa la città e la conduca alla rovina.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.