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Inferno Canto 27 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Guido da Montefeltro, riconosce l'accento lombardo di Virgilio e chiede notizie della Romagna dopo aver raccontato l'inganno tesogli da Bonifacio VIII

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 27

Il Canto XXVII dell’Inferno si colloca nell’ottavo cerchio, bolgia dei consiglieri fraudolenti, subito dopo il celebre episodio di Ulisse. Dante e Virgilio incontrano un’altra fiamma parlante, che cela l’anima di Guido da Montefeltro, astuto condottiero e poi frate francescano. Il canto è dominato dal lungo monologo di Guido, che racconta la propria vita, la conversione religiosa e, soprattutto, il peccato finale: aver dato un consiglio fraudolento a papa Bonifacio VIII, in cambio di una falsa assoluzione preventiva. I temi centrali sono la frode politica, la corruzione della Chiesa, l’abuso del potere spirituale a fini mondani e l’impossibilità del perdono senza autentico pentimento. La lingua si fa fortemente politica e storica, con numerosi riferimenti alla Romagna del tempo di Dante.

Riassunto per versi del Canto 27

Versi 1–33: Una nuova fiamma e la domanda sulla Romagna

Concluso il dialogo con Ulisse, la fiamma che lo conteneva si allontana e subito un’altra lingua di fuoco attira l’attenzione di Dante con un suono confuso. Il poeta paragona la voce che esce dalla fiamma al mugghiare del bue di Falaride, in cui il grido del martire pareva provenire dall’animale di bronzo. Allo stesso modo, il lamento dell’anima si trasforma in parole solo sulla punta del fuoco. Questa fiamma si rivolge direttamente a Dante, riconoscendolo come lombardo da un’espressione da lui pronunciata, e gli chiede notizie sulla situazione politica della Romagna, terra d’origine del dannato, che confessa di essere giunto forse tardi ma pronto a parlare con il pellegrino.

Versi 34–57: Dante descrive la Romagna divisa dai tiranni

Virgilio invita Dante a rispondere, rivelando che l’anima è latina. Dante, pronto, dipinge un quadro sintetico ma durissimo della Romagna, affermando che non è mai stata senza guerra nel cuore dei suoi tiranni, pur non essendoci in quel momento conflitti apertamente in corso. Passa poi in rassegna le principali città: Ravenna, sotto la famiglia da Polenta; Cervia, anch’essa compresa nel loro dominio; Forlì, che ha resistito ai Francesi ma è ancora sotto il potere dei “branca verdi” degli Ordelaffi; Rimini, preda dei “mastini” Malatesta e Malatestino; Faenza e Imola, governate dal “lioncel dal nido bianco” (i Manfredi); Cesena, divisa tra tirannia e relativa libertà. Chiude chiedendo all’anima di presentarsi, promettendo fama nel mondo.

Versi 58–84: Guido da Montefeltro si presenta e racconta la conversione

Dopo un breve rugghio della fiamma, la punta si agita e l’anima dichiara di parlare senza timore d’infamia, convinta che nessuno torni vivo dall’Inferno. Si presenta: fu dapprima uomo d’armi, poi frate francescano (“cordigliero”), sperando di espiare così le proprie colpe. Ammette che in vita non fu “leonino”, ma furbo come una volpe, maestro di astuzie politiche e inganni tanto celebri da diffondersi in tutta Italia. Giunto alla vecchiaia, quando l’uomo dovrebbe “calar le vele”, egli si pentì sinceramente e si confessò, abbandonando con disgusto ciò che prima lo attraeva. Tale pentimento, afferma, sarebbe stato efficace, se non fosse intervenuto il “gran prete”, alludendo polemicamente a papa Bonifacio VIII.

Versi 85–111: L’intervento di Bonifacio VIII e il consiglio fraudolento

Guido racconta che Bonifacio, definito “principe de’ novi Farisei”, era in guerra presso il Laterano non contro infedeli, ma contro altri cristiani. Il papa, incurante della dignità del suo ufficio e del saio di Guido, lo convocò come maestro per guarire la propria “superba febbre” politica, paragonandosi implicitamente a Costantino che chiese la guarigione a san Silvestro. Bonifacio, dopo aver rassicurato Guido con una falsa assoluzione preventiva (“finor t’assolvo”), gli chiese di suggerire come distruggere il castello di Palestrina (Penestrino) dei Colonna. Guido esita, ma infine cede, ritenendo peggio tacere: gli suggerisce la strategia di lunga promessa e breve adempimento, cioè l’inganno di promettere molto e mantenere poco per ottenere la resa del nemico.

Versi 112–148: La dannazione di Guido e il conflitto tra misericordia e giustizia

Guido narra la sua morte: san Francesco viene per condurlo in Paradiso, ma un “nero cherubino” lo rivendica all’Inferno, accusandolo di aver dato un consiglio fraudolento. L’angelo demoniaco espone una dottrina teologica: non si può assolvere chi non si pente veramente, e non è possibile volere il peccato e pentirsi nello stesso momento, perché sarebbe una contraddizione logica. A queste parole Guido resta atterrito, riconoscendo la validità del ragionamento (“forse tu non pensavi ch’io löico fossi”). Condotto a Minosse, viene giudicato tra i fraudolenti (otto giri di coda) e gettato nella bolgia dove Dante lo vede, avvolto nella fiamma che si contorce dolorosamente prima di allontanarsi.

Personaggi del Canto 27

Guido da Montefeltro

Guido è il protagonista del canto: condottiero ghibellino romagnolo, celebre per astuzia e abilità politica, poi divenuto frate francescano. In lui Dante ritrae il tipo del consigliere fraudolento, capace di usare l’inganno come arma sottile più della forza. Il suo percorso di apparente conversione religiosa, vanificato dall’ultimo consiglio a Bonifacio VIII, mostra la fragilità di un pentimento calcolato. Allegoricamente, Guido incarna l’intelligenza piegata al male, la razionalità usata per la frode e la politica corrotta che travolge anche chi cerca tardivamente la via della salvezza. La sua storia mette in luce la responsabilità personale, nonostante le pressioni del potere ecclesiastico.

Bonifacio VIII (il “gran prete”)

Papa Bonifacio VIII non appare fisicamente, ma domina il racconto di Guido come figura negativa. Definito “principe de’ novi Farisei”, rappresenta la corruzione della Chiesa e l’uso sacrilego dell’autorità spirituale per fini politici. Promette a Guido un’assoluzione anticipata in cambio di un consiglio fraudolento, stravolgendo la funzione dei sacramenti. Allegoricamente è il simbolo della connivenza tra religione e potere mondano, dell’ipocrisia ecclesiastica e della degenerazione della plenitudo potestatis papale. In prospettiva dantesca, Bonifacio mina la credibilità stessa della Chiesa, trasformando la chiave del perdono in strumento di ricatto politico, e trascina con sé nel peccato coloro che coinvolge nei suoi disegni.

Dante pellegrino

Dante è il mediatore tra il mondo dei vivi e quello dei dannati. In questo canto assume un ruolo quasi cronistico e politico: interpellato da Guido sulle vicende della Romagna, offre un quadro lucido e critico della situazione dei comuni romagnoli. La sua voce è quella del testimone storico, ma anche del moralista che denuncia la tirannia diffusa. Allegoricamente, Dante rappresenta la coscienza critica del suo tempo, capace di smascherare violenze e soprusi. Il suo dialogo con Guido mette a confronto la storia recente italiana con il giudizio eterno divino, mostrando come le trame politiche, per quanto astute, finiscano sottoposte a un ordine di giustizia superiore rispetto ai calcoli umani.

Virgilio

Virgilio in questo canto parla poco, ma il suo intervento è decisivo quando invita Dante a rispondere a Guido, sottolineandone l’origine latina. Come guida razionale e simbolo della ragione umana, egli lascia spazio al dialogo diretto tra Dante e il dannato, quasi a favorire la comprensione storica e morale del caso di Guido. Il suo silenzio relativo evidenzia come, di fronte alle intricate vicende politiche contemporanee, la ragione possa solo osservare e guidare il giudizio, ma non modificare il destino già compiuto. Allegoricamente, Virgilio resta la guida etica e intellettuale, che orienta Dante nell’interpretazione dei peccati di frode, senza però avere il potere di intervenire sulla condanna ultraterrena.

Temi e Simboli del Canto 27

Il Canto XXVII sviluppa soprattutto il tema della frode politica, mostrando come l’intelligenza, se separata da ogni principio morale, diventi strumento di dannazione. Guido da Montefeltro incarna questa deriva: la sua astuzia, anziché portare gloria, lo consegna a una pena eterna. Centrale è il motivo della corruzione ecclesiastica: Bonifacio VIII è descritto come un papa guerriero che scambia i sacramenti per moneta di scambio politico. Ciò fa emergere il conflitto tra misericordia e giustizia: la falsa assoluzione papale è annullata dalla giustizia divina, che esige il pentimento sincero.

Simbolicamente, la fiamma rappresenta sia la punizione del peccato d’inganno (la lingua che ha fuorviato brucia ora nascosta nel fuoco), sia la distorsione della parola, che fatica a emergere dal rogo. Il riferimento al bue di Falaride rafforza l’idea di una voce deformata dalla tortura. Le chiavi del cielo, rivendicate da Bonifacio, alludono al potere spirituale usato indebitamente. Infine, la descrizione della Romagna, frazionata fra tiranni e violenze, è simbolo di un’Italia lacerata, dove la sete di potere annulla la pace e prepara, già sulla terra, l’ombra delle pene infernali.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.