Inferno Canto 28 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Nella nona bolgia ci sono vari incontri: Maometto, Pier da Medicina, Mosca dei Lamberti e de Born, seminatori di discordie e puniti con mutilazioni
Introduzione al Canto 28
Il Canto XXVIII dell’Inferno si svolge nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, quello dei fraudolenti. Qui Dante colloca i seminatori di scandalo e di scisma, cioè coloro che in vita hanno diviso comunità politiche, religiose o familiari. Il poeta descrive uno degli scenari più cruenti di tutta la Commedia, caratterizzato da corpi mutilati e continuamente squarciati da un diavolo. In questo canto Dante incontra figure storiche e leggendarie come Maometto, Alì, Pier da Medicina, Curione, Mosca dei Lamberti e soprattutto Bertran de Born, simbolo estremo della lacerazione. Temi centrali sono la punizione della divisione (il contrapasso), la responsabilità politica e morale delle parole, la funzione profetica della poesia e il rapporto tra verità storica e finzione poetica.
Riassunto per versi del Canto 28
Versi 1–27: L’ineffabilità dell’orrore e l’ingresso nella nona bolgia
Dante apre il canto dichiarando l’insufficienza del linguaggio di fronte all’orrore che sta per descrivere: nessuna lingua potrebbe narrare adeguatamente sangue e ferite visti nella nona bolgia. Per rendere l’idea, richiama grandi stragi avvenute in Puglia, dalla guerra di Troia a battaglie medievali come Ceperano e Tagliacozzo. Anche se tutte le vittime di quelle guerre mostrassero insieme le loro mutilazioni, non uguaglierebbero l’atrocità che egli vede ora. Con questa premessa iperbolica, il poeta prepara il lettore alla visione di corpi orribilmente dilaniati, introducendo il clima di violenza e di colpa tipico della bolgia dei seminatori di discordia, dove ogni divisione umana si traduce in lacerazione fisica.
Versi 28–53: L’incontro con Maometto e la legge del contrapasso
Dante vede un dannato spaccato dal mento fino al basso ventre, con le viscere penzolanti. Il personaggio si apre il petto e si presenta: è Maometto, che invita Dante a osservare come è “dilacco”. Indica poi Alì, anche lui fesso nel volto, e spiega la pena comune: tutti sono stati seminatori di scandalo e di scisma, perciò ora i loro corpi sono divisi. Un diavolo li taglia continuamente con la spada e, dopo che hanno percorso il giro della bolgia, le ferite si richiudono solo per essere riaperte. Qui è esplicitata la legge del contrapasso: chi ha diviso gli altri è ora egli stesso fisicamente diviso. Maometto chiede infine chi sia Dante e Virgilio chiarisce che il poeta è vivo e sta compiendo un viaggio per conoscere pienamente l’Inferno.
Versi 54–63: Fra Dolcino e la meraviglia dei dannati
Alla spiegazione di Virgilio, i dannati si fermano, stupiti dal fatto che un vivo li contempli. Maometto, prima di allontanarsi, affida a Dante un messaggio per fra Dolcino, eretico contemporaneo del poeta: se non vuole raggiungerlo presto all’Inferno, dovrà provvedere a rifornirsi di viveri, perché la neve darà vantaggio ai suoi nemici, i “Noaresi”. Il riferimento all’assedio di Dolcino anticipa una futura sconfitta storica, inserendo una profetia post eventum. In questa sequenza Dante mostra come la colpa religiosa si traduca in lacerazione eterna e mette in rilievo il proprio ruolo di testimone: il suo passaggio suscita meraviglia nei dannati, che sembrano per un momento dimenticare la sofferenza, sottolineando la straordinarietà del viaggio ultraterreno.
Versi 64–99: Pier da Medicina e la profezia del tradimento a Fano
Appare un nuovo dannato, con gola forata, naso troncato e un solo orecchio: è Pier da Medicina. Riconoscendo Dante “de la terra latina”, gli chiede di ricordarlo quando tornerà nella “dolce pianura” padana. Gli affida poi un messaggio tragico per i due nobili fanesi Guido del Cassero e Angiolello da Carignano: saranno traditi da un “tiranno fello” (Malatestino da Rimini), gettati in mare presso La Cattolica e massacrati. Pier sottolinea la gravità del delitto, maggiore di qualunque tradimento marittimo visto da Nettuno. Alla richiesta di Dante di conoscere il nome del tiranno, Pier indica un altro dannato, muto, e spiega che costui (Malatestino) accecò quasi del tutto un suo simile, simbolo della cecità morale del traditore.
Versi 100–111: Curione e Mosca: la responsabilità delle parole
Dante vede poi Curione, con la lingua tagliata in gola, punito per aver consigliato a Cesare di passare il Rubicone, accendendo la guerra civile. La mutilazione della lingua è il segno del potere distruttivo della parola politica. Subito dopo appare Mosca dei Lamberti, con entrambe le mani mozzate: egli ricorda la sua celebre frase “Capo ha cosa fatta”, che aveva spinto all’assassinio di Buondelmonte, dando origine alle lotte tra guelfi e ghibellini a Firenze. Dante risponde severamente: quella parola fu anche causa della rovina della sua stirpe. La mutilazione delle mani indica l’azione scellerata generata dal consiglio sbagliato. In questa sezione Dante riflette sulla responsabilità storica e morale di chi incita al conflitto attraverso discorsi e decisioni avventate.
Versi 112–142: Bertran de Born e la perfetta figura del contrapasso
Dante resta a osservare i dannati e scorge una delle immagini più celebri del canto: un corpo che cammina senza testa, mentre il capo, tenuto per i capelli come una lanterna, parla e guarda. È Bertran de Born, trovatore e signore provenzale, che si presenta come colui che mise discordia tra il giovane re d’Inghilterra e suo padre. Paragona la sua colpa a quella biblica di Achitofèl, consigliere di Assalonne contro Davide. Poiché separò padre e figlio, ora il suo cervello è separato dal corpo: egli stesso spiega il proprio contrapasso, mostrando come la lacerazione dei vincoli familiari si traduca in lacerazione dell’unità personale. Bertran incarna in modo esemplare il tema della divisione, portata al limite estremo, in cui l’uomo è letteralmente “due in uno e uno in due”.
Personaggi del Canto 28
Maometto
Maometto è presentato da Dante come il principale dannato della bolgia, dilaniato dal mento al ventre, con le viscere pendenti. È indicato esplicitamente come seminatore di scandalo e di scisma, poiché, dal punto di vista teologico medievale, ha provocato una frattura nell’unità religiosa. La punizione riflette il principio del contrapasso: chi ha diviso la comunità dei fedeli ora è fisicamente diviso. Maometto svolge anche un ruolo narrativo importante, spiegando a Dante la legge della bolgia e collegando il passato (le colpe storiche e religiose) al presente profetico (l’avvertimento a fra Dolcino). Allegoricamente rappresenta il pericolo della divisione religiosa e il peso eterno delle scelte dottrinali e politiche.
Pier da Medicina
Pier da Medicina, mostrato con il volto orrendamente mutilato, incarna la frode politica e diplomatica. Originario della Romagna, è ricordato per le sue trame e per aver alimentato discordie tra le città. Nel canto, la sua funzione principale è profetica: annuncia il futuro tradimento ai danni di Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, vittime dell’inganno di Malatestino. La deformazione del suo volto simboleggia la corruzione interiore di chi usa la parola per seminare sospetto e morte. Allegoricamente, Pier rappresenta il potere devastante dell’intrigo politico e la responsabilità di chi manipola accordi e “parlamenti” per fini personali, conducendo all’omicidio mascherato da trattativa diplomatica.
Curione (Cesare Curione)
Curione è un tribuno romano che, secondo la tradizione medievale, avrebbe spinto Cesare a varcare il Rubicone, dando inizio alla guerra civile contro Pompeo. Dante lo presenta con la lingua recisa, punizione perfettamente adeguata alla colpa: il consiglio pronunciato con le parole ha portato alla lacerazione dello Stato. La mutilazione rende visibile il danno politico della retorica usata per istigare alla guerra. Allegoricamente, Curione simboleggia l’irresponsabilità del consigliere, che antepone l’ambizione e il calcolo personale al bene comune, contribuendo alla rovina della res publica. La sua figura ammonisce contro l’uso sconsiderato della parola pubblica e contro la retorica che spinge alla violenza.
Mosca dei Lamberti
Mosca dei Lamberti è il fiorentino che, secondo la tradizione, pronuncia la frase “Capo ha cosa fatta”, spingendo all’omicidio di Buondelmonte e innescando le lotte tra guelfi e ghibellini. È presentato con entrambe le mani mozzate, simbolo di azioni violente scatenate da un consiglio sconsiderato. La sua parola, breve e decisa, ha generato una lunga catena di sangue. Dante lo rimprovera apertamente, ricordandogli che la sua frase fu “morte di tua schiatta”, collegando parola, azione e conseguenze storiche. In chiave allegorica, Mosca incarna il consiglio affrettato e fatale, il gesto politico che, pur apparendo risolutivo, apre conflitti inestinguibili. La sua pena mostra come il passato di Firenze sia segnato da scelte violente non più rimediabili.
Bertran de Born
Bertran de Born, trovatore provenzale e signore feudale, è il personaggio più simbolico del canto. Cammina tenendo la propria testa per i capelli, come una lanterna che illumina se stessa. Dopo essersi identificato come colui che divise il “re giovane” dal padre (Enrico II d’Inghilterra), spiega da sé il proprio contrapasso: avendo separato persone unite dal vincolo di sangue, porta separato il proprio cervello dal corpo. Bertran è la figura-emblema della discordia, che trasforma la famiglia in campo di battaglia. Il suo gesto rende visibile la scissione interiore dell’uomo che vive di intrighi e tradimenti. Allegoricamente rappresenta la lacerazione dell’ordine naturale (padre-figlio) e politico, divenendo una delle immagini più potenti della “poesia del terrore” dantesca.
Temi e Simboli del Canto 28
Il Canto XXVIII è dominato dal tema della discordia in tutte le sue forme: religiosa, politica, familiare. La bolgia raccoglie coloro che hanno spezzato l’unità di comunità e istituzioni; il contrapasso si manifesta in corpi mutilati, recisi, smembrati. La divisione morale e sociale si traduce in divisione fisica, rendendo visibile l’effetto dei peccati di scisma. Forte è anche il tema della parola responsabile: i personaggi puniti (Curione, Mosca, Pier) hanno usato consigli, slogan, trattative per generare conflitti. Lingue tagliate, gole forate, mani mozzate simbolizzano la corruzione della comunicazione politica e civile.
Un altro tema centrale è la storicità della colpa: Dante intreccia vicende antiche e contemporanee (da Cesare a fra Dolcino) per mostrare la continuità del male nella storia. Il simbolo più potente è Bertran de Born, “due in uno e uno in due”: la testa-lanterna rende concreta la lacerazione dell’io e visualizza l’idea che chi divide gli altri finisce per essere diviso dentro se stesso. Infine, l’iperbole iniziale sull’ineffabilità dell’orrore riflette il limite del linguaggio di fronte al male, ma insieme esalta la forza della poesia, capace di trasformare l’orrore in conoscenza morale e civica.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.