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Inferno Canto 29 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante si commuove alla vista di Geri del Bello, suo parente. Virgilio lo incita a continuare ed arrivano alla decima bolgia dove trovano Griffolino

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 29

Il Canto XXIX dell’Inferno si colloca nell’ottavo cerchio, Malebolge, subito dopo il canto dedicato ai seminatori di discordia. Dante e Virgilio si spostano ora verso la decima bolgia, dove sono puniti i falsatori. Il pellegrino, turbato dalla vista dei dannati mutilati del canto precedente, viene richiamato da Virgilio a non indugiare nel compianto, perché il viaggio è lungo e il tempo è breve. Nella nuova bolgia i due assistono a uno spettacolo di sofferenza estrema, paragonato a un enorme lazzaretto, dove i peccatori sono devastati da malattie orribili, simbolo della corruzione morale. Il canto presenta figure di falsatori di metalli (alchimisti) come Griffolino d’Arezzo e Capocchio, insieme a una polemica contro la frivolezza dei Senesi. I temi centrali sono la deformazione del corpo come riflesso del peccato, il limite della pietà e la follia umana che si illude di sfidare le leggi divine e naturali.

Riassunto per versi del Canto 29

Versi 1–39: Il richiamo di Virgilio e il ricordo di Geri del Bello

Dante, ancora sconvolto dalle terribili mutilazioni viste nella bolgia precedente, si attarda a guardare e a piangere. Virgilio lo rimprovera con decisione: gli ricorda l’estensione di Malebolge, la scarsità di tempo e il dovere di proseguire. Dante allora spiega che il suo sguardo era fisso in quella bolgia perché crede di avervi scorto l’anima di un suo parente, Geri del Bello, morto di morte violenta e non ancora vendicata. Virgilio riferisce di aver visto lo spirito minacciarlo col dito, nominando il proprio nome, mentre Dante era distratto da un altro dannato. La mancata vendetta familiare spiega, secondo Dante, il disdegno mostrato da Geri. Concluso questo scambio, i due pellegrini riprendono il cammino verso la successiva valle di Malebolge.

Versi 40–57: La visione della decima bolgia e il paragone col lazzaretto

Giunti al margine estremo di Malebolge, Dante e Virgilio si affacciano sulla decima bolgia. Prima ancora di vedere chiaramente i dannati, Dante è colpito dai lamenti acutissimi, così penetranti da costringerlo a tapparsi le orecchie. Per descrivere l’orrore, Dante ricorre a un ampio paragone: immagina di raccogliere in una sola fossa tutti i malati dei grandi spedali della Valdichiana, della Maremma e della Sardegna, nei mesi più pestilenziali; il dolore e il fetore sarebbero pari a quelli che si levano dalla bolgia. Scendendo lungo lo scoglio di sinistra, la vista del poeta diviene più chiara: egli comprende che qui la giustizia divina punisce i falsatori con pene che ricordano epidemie e corruzioni fisiche, segni esteriori della loro frode interiore.

Versi 58–84: I corpi piagati e l’incontro con i due falsatori

Dante afferma che nemmeno la pestilenza mitica di Egina avrebbe mostrato tanta desolazione: lungo tutta la valle scorge anime languenti, distese in ogni modo possibile, accatastate o trascinantisi carponi. Il silenzio pieno di orrore accompagna il lento passare dei due viandanti, che osservano questi malati incapaci di rialzarsi. Tra tutti, Dante nota due anime sedute, appoggiate l’una all’altra come tegole sul tetto, coperte di piaghe dalla testa ai piedi. Il tormento del prurito è così violento che essi si graffiano furiosamente con le unghie, strappandosi la scabbia come un coltello stacca le squame ai pesci. Con questo quadro, Dante prepara l’interrogatorio che Virgilio sta per rivolgere loro, concentrando l’attenzione del lettore su questi due particolari peccatori.

Versi 85–120: Il dialogo con Griffolino d’Arezzo e l’alchimia

Virgilio si rivolge a uno dei due dannati che si graffiano, chiedendogli se tra i presenti ci sia qualche latino. L’anima risponde piangendo che entrambi sono latini e chiede a sua volta chi siano i visitatori. Virgilio spiega che egli guida un uomo vivo attraverso l’Inferno per mostrarglielo. La notizia provoca un fremito tra i dannati, che si voltano stupiti verso Dante. Incoraggiato dal maestro, il poeta domanda loro il nome e l’origine. Il primo si presenta come Griffolino d’Arezzo: racconta di essere stato arso vivo a Siena per aver promesso per scherzo a Albero da Siena di insegnargli a volare. Ma questa non è la colpa che lo ha dannato: Minosse lo ha condannato qui per l’alchimia, ossia per aver falsificato i metalli. Così il canto collega la credulità umana al desiderio di superare i limiti naturali attraverso arti illecite.

Versi 121–139: Satira dei Senesi e rivelazione di Capocchio

Dante, ascoltata la storia, commenta con amarezza che non esiste gente più vana dei Senesi, nemmeno i Francesi. L’altro lebbroso coglie la critica e la rafforza, elencando vari personaggi senesi noti per sprechi e follie: Stricca, che seppe dissipare ricchezze con “temperate spese”; Niccolò, che introdusse il lusso del garofano; Caccia d’Asciano, che sperperò vigneti e sostanze; l’Abbagliato, che mostrò stoltezza. Quindi invita Dante a guardarlo bene: rivela di essere l’ombra di Capocchio, anch’egli alchimista e falsatore di metalli. Ricorda di essere stato “buona scimia di natura”, cioè imitatore ingegnoso, sottolineando il carattere imitativo e ingannevole dell’alchimia stessa. Il canto si chiude così sulla figura del falsatore come colui che imita e corrompe la creazione di Dio, degradandola.

Personaggi del Canto 29

Dante personaggio

Dante è il pellegrino che percorre l’Inferno, qui particolarmente colpito dalla sofferenza fisica e morale dei dannati. In questo canto appare più emotivo del solito: indugia nel pianto e nel ricordo del parente Geri del Bello, mostrando quanto i legami familiari pesino ancora sulla sua sensibilità. Tuttavia l’ammonimento di Virgilio lo costringe a misurare la propria pietà con il dovere conoscitivo del viaggio. Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima umana in cammino verso la verità: le sue reazioni oscillano tra compassione e giudizio morale. Nel confronto con i falsatori, la sua condanna della vanità senese indica una progressiva interiorizzazione del criterio di giustizia divina, che va oltre simpatie o antipatie personali.

Virgilio

Virgilio continua a essere la guida razionale e autorevole di Dante. Nel Canto XXIX il suo ruolo è soprattutto pedagogico: richiama il discepolo a non disperdersi nel dolore, ricordandogli la vastità dell’Inferno e il tempo limitato. Così rappresenta la ragione che frena l’eccesso di sentimento. È lui a iniziare il dialogo con i dannati, ponendo le domande decisive e proteggendo Dante quando i peccatori si voltano stupiti verso l’uomo vivo. Allegoricamente, Virgilio incarna la ragione illuminata e la sapienza classica, capace di guidare fino alla comprensione del peccato e della giustizia, ma non ancora alla salvezza definitiva. In questo canto, la sua fermezza mostra come la conoscenza del male richieda distacco e disciplina interiore.

Geri del Bello

Geri del Bello, cugino di Dante, non compare direttamente ma è ricordato nel dialogo tra Dante e Virgilio. La sua anima, vista da Virgilio nella bolgia precedente, ha mostrato disdegno verso il poeta perché la sua morte violenta non è stata ancora vendicata dai parenti. La figura di Geri richiama la logica della vendetta sanguinaria tipica delle famiglie nobili medievali. Allegoricamente, rappresenta l’attaccamento terreno all’onore e alla ripicca, che persiste anche dopo la morte. La sua breve menzione mostra la distanza tra l’antica mentalità feudale, che pretende riparazioni di sangue, e il nuovo orizzonte etico di Dante, orientato a una giustizia superiore e non più fondata sulla vendetta privata.

Griffolino d’Arezzo

Griffolino è il primo dei due dannati con cui Dante dialoga direttamente nella decima bolgia. È un alchimista aretino, bruciato a Siena dopo aver scherzosamente affermato di saper volare e aver attirato così l’ira del credulone Albero da Siena. La sua vicenda unisce superstizione, ingenuità e abuso del sapere tecnico. In Inferno è punito come falsatore di metalli: l’alchimia è vista da Dante come tentativo fraudolento di imitare e forzare la natura. Allegoricamente, Griffolino rappresenta l’uso distorto dell’intelligenza, piegata al guadagno illecito e all’inganno. Le piaghe che lo devastano esprimono la corruzione interiore prodotta dal voler “fabbricare” valore dal nulla, violando l’ordine voluto da Dio nella materia e nelle ricchezze.

Capocchio

Capocchio è il secondo dannato che conversa con Dante; anch’egli è un alchimista e falsatore di metalli. Si presenta come “buona scimia di natura”, cioè imitatore abile, capace di riprodurre ciò che vede. La sua condanna mostra il lato seducente ma menzognero dell’alchimia, che promette di trasformare i metalli vili in oro, scimmiottando il potere creatore divino. Capocchio è anche legato biograficamente a Dante come conoscente fiorentino, il che rende più intenso il loro incontro. Allegoricamente, egli incarna l’intelligenza sprovvista di etica, che riduce la natura a oggetto di manipolazione. Le malattie che lo consumano sono simbolo della degradazione cui va incontro chi usa l’ingegno per deformare la verità e sovvertire l’ordine naturale per puro interesse materiale.

Temi e Simboli del Canto 29

Il Canto XXIX sviluppa soprattutto il tema della falsificazione in rapporto al corpo e alla natura. I falsatori sono puniti con malattie orribili, in un ambiente che ricorda un ospedale sovraffollato: il corpo, straziato da piaghe e pruriti insopportabili, diventa il simbolo visibile della corruzione morale. La scabbia e la lebbra, che costringono i dannati a scorticarsi da soli, esprimono l’autodistruzione provocata dal peccato: chi ha falsificato i beni e le sostanze ora vede la propria carne disfarsi.

Un altro tema fondamentale è il limite della pietà: Dante viene richiamato da Virgilio a non lasciarsi travolgere dal dolore, perché la conoscenza del male richiede lucidità. Il canto affronta anche la follia umana che pretende di sfidare l’ordine divino, come l’alchimia che vuole imitare la creazione trasformando i metalli. I paragoni con le pestilenze reali (Valdichiana, Maremma, Sardegna) e mitiche (Egina) rafforzano il simbolismo del contagio: il peccato di frode è un’infezione che si diffonde nella società. Infine, la satira contro la vanità dei Senesi denuncia l’incoscienza collettiva di una comunità che spreca beni e vita, riflettendo l’idea dantesca di responsabilità morale anche a livello civile.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.