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Inferno Canto 31 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante scorge delle torri che sono in realtà dei giganti, un è Anteo a cui i poeti chiedono di essere posti nel pozzo, sul ghiaccio del nono cerchio

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 31

Il Canto 31 dell’Inferno segna il passaggio tra l’ottavo cerchio, quello dei fraudolenti, e il nono, dove sono puniti i traditori. Dante e Virgilio hanno appena lasciato la bolgia dei falsari e si trovano ora sul margine di un grande pozzo che scende al centro della terra. In questo spazio di transizione incontrano i giganti incatenati: Nembrot, Fialte e Anteo. Il canto è dominato da immagini di enorme forza visiva: il corno fragoroso, le “torri” che si rivelano essere corpi mostruosi, il confronto con Monteriggioni e con la Carisenda. I temi centrali sono la superbia titanica, la punizione della violenza contro Dio, l’uso e l’abuso del linguaggio, il rapporto tra forza bruta e ragione, la paura del poeta di fronte al potere smisurato e alla dismisura morale.

Riassunto per versi del Canto 31

Versi 1–18: Il corno e il richiamo alla battaglia di Roncisvalle

Dante apre il canto ricordando come la stessa lingua di Virgilio lo abbia prima ferito con il rimprovero (nel canto precedente) e poi curato con parole benevole, paragonandola alla lancia di Achille che feriva e guariva. I due poeti risalgono in silenzio dalla “misero vallone” dell’ottavo cerchio verso la ripa che circonda il grande pozzo. In una luce incerta, “men che notte e men che giorno”, Dante ode il suono di un corno così potente che sovrasta ogni tuono e fa volgere i suoi occhi in una precisa direzione. Il poeta evoca allora il ricordo epico di Orlando a Roncisvalle, dicendo che neppure il suo olifante, dopo la sconfitta di Carlo Magno, sonò così terribilmente, sottolineando la dimensione guerresca e minacciosa dell’ambiente.

Versi 19–45: Le false “torri” e la rivelazione dei giganti

Dante, volgendo appena il capo, crede di scorgere in lontananza “molte alte torri” e chiede a Virgilio che città sia quella. Il maestro lo corregge: l’inganno è dovuto alle tenebre e alla distanza, che alterano la percezione. Lo invita ad avvicinarsi per capire meglio e lo prende per mano con cura, preannunciando che ciò che vedrà è strano: non si tratta di torri, ma di giganti conficcati nel pozzo fino all’ombelico. Man mano che la “nebbia” si dissolve, l’errore lascia posto alla paura: la sponda che circonda il pozzo appare coronata, come Monteriggioni di torri, da corpi mostruosi che sporgono con metà figura all’esterno. L’analogia architettonica rafforza il senso di minaccia stabile e fortificata di queste creature titaniche.

Versi 46–66: Descrizione dei giganti e condanna della violenza unita alla ragione

Dante vede i giganti fino alle spalle, al petto, a gran parte del ventre e alle braccia. Riflette allora che la Natura, smettendo di creare questi esseri, “assai fé bene”, per impedire a Marte di avere simili esecutori di guerra. Se non si pente di aver creato elefanti e balene, è perché queste sono prive di ragione: la vera minaccia nasce quando alla “argomento de la mente” si unisce la malvagia volontà e la potenza fisica, contro cui “nessun riparo” è possibile. Segue un’impressionante iperbole: il volto di un gigante è paragonato alla pigna di San Pietro a Roma e si calcola la sua altezza in “trenta gran palmi” visibili. Tre Frisoni, famosi per la statura, non arriverebbero nemmeno alla sua chioma. Il paesaggio assume così dimensioni quasi mitiche e oppressive.

Versi 67–81: Nembrot e il castigo della confusione delle lingue

Un gigante inizia a gridare parole incomprensibili: “Raphèl maì amècche zabì almi”. La sua bocca feroce pronuncia suoni privi di senso, inadatti a qualsiasi “dolce salmo”. Virgilio lo apostrofa duramente, invitandolo a sfogarsi col corno, a guardare la fune che lo tiene legato e Dante che lo osserva. Poi spiega al discepolo che il gigante si è da sé stesso accusato: è Nembrotto, l’artefice della torre di Babele, la cui colpa è all’origine della divisione delle lingue nel mondo. Per questo il suo parlare è inintelligibile a tutti e il linguaggio altrui è incomprensibile per lui. Virgilio conclude che è inutile parlare con Nembrot, poiché ogni dialogo sarebbe “a vòto”, introducendo il tema della punizione della superbia mediante la frantumazione della comunicazione.

Versi 82–99: Fialte, il gigante ribelle e il timore di Dante

I due poeti proseguono girando a sinistra lungo il bordo del pozzo e, nel giro di un tiro di balestra, incontrano un altro gigante, più feroce e più grande. È cinto da una catena che lo imprigiona dal collo fino al tronco, avvolgendolo cinque volte, con il braccio destro stretto davanti e dietro. Virgilio ne spiega la colpa: questo superbo, chiamato Fialte, volle sperimentare la propria forza contro Giove quando i giganti mossero guerra agli dei. Per questo è così severamente punito, e le braccia con cui combatté non si muoveranno mai più. Dante chiede di poter vedere anche il “smisurato Brïareo”, ma Virgilio rimanda il desiderio, promettendo invece l’incontro con Anteo. Fialte, nel frattempo, si scuote con tale violenza che Dante teme di morire, pur rassicurato dalle catene che lo trattengono.

Versi 100–145: Anteo, la lode astuta di Virgilio e la discesa al Cocito

Procedendo ancora, Dante e Virgilio giungono ad Anteo, che sporge dalla grotta per cinque braccia (senza contare la testa). Virgilio lo interpella con un’abilissima captatio benevolentiae: ricorda la “fortunata valle” dello Zama, dove Scipione sconfisse Annibale, e le mille prede di leoni che Anteo vi portò. Sottolinea che, se fosse stato alla guerra dei giganti, essi avrebbero potuto vincere gli dei. Poi lo invita a calare i due poeti nel fondo di Cocito, evitando che debbano ricorrere a Tizio o Tifeo, e gli promette fama nel mondo grazie al racconto di Dante, ancora vivo. Convinto, Anteo allunga le mani, prende Virgilio (come già fece con Ercole) e, dopo aver afferrato Dante, li posa dolcemente nel ghiaccio dove è confitto Lucifero. Subito dopo, si raddrizza veloce “come albero in nave”, lasciando i due nel centro profondo dell’Inferno.

Personaggi del Canto 31

Dante

Dante, protagonista e narratore, vive in questo canto un’esperienza di forte smarrimento percettivo e timore fisico. Scambia i giganti per torri, viene tratto in inganno dalla distanza e dalla penombra, e deve appoggiarsi costantemente alla guida di Virgilio. Di fronte alla smisuratezza dei giganti, sente la propria fragilità e teme per la vita, soprattutto quando Fialte si scuote rabbiosamente. La sua paura è anche spirituale: i giganti rappresentano la violenza contro Dio e la ragione, agli antipodi del suo ideale di armonia. In chiave allegorica, Dante è la ragione umana in cammino verso la verità, che deve riconoscere i limiti delle proprie forze e affidarsi alla guida sapiente per attraversare i territori estremi del peccato.

Virgilio

Virgilio si conferma guida razionale, autorevole e prudente. È lui a correggere l’errore percettivo di Dante sulle presunte “torri”, a spiegare la natura e la colpa dei giganti, a mantenere il controllo in situazioni di pericolo. Il tono con cui si rivolge a Nembrot è severo e sprezzante, mentre con Anteo usa l’astuzia retorica, esaltandone la gloria terrena per ottenerne l’aiuto. Virgilio incarna la ratio classica, capace sia di interpretare il mondo sia di negoziare con le forze ostili. Allegoricamente rappresenta la ragione umana illuminata ma non salvifica da sola: può guidare Dante fino al cuore dell’Inferno, ma avrà bisogno di essere poi superata dalla grazia divina, prefigurando il passaggio a Beatrice nel Paradiso.

Nembrotto

Nembrotto è il gigante biblico costruttore della torre di Babele. Nel canto è punito con la totale incomunicabilità: le sue parole sono un miscuglio di suoni privi di senso, e nessuna lingua umana può comprenderlo. È il simbolo della superbia collettiva che pretende di innalzarsi a Dio con le sole forze umane, sovvertendo l’ordine divino. La sua pena è profondamente legata al peccato: avendo causato la confusione delle lingue tra gli uomini, ora egli stesso è condannato a una comunicazione impossibile. Allegoricamente rappresenta l’uso distorto del linguaggio, la parola che non unisce ma divide, la pretesa di dominare il cielo attraverso il sapere e la tecnica senza riconoscere il limite imposto da Dio.

Fialte

Fialte è uno dei giganti della mitologia classica che sfidarono gli dèi nell’impresa detta gigantomachia. Nel canto è immobilizzato da pesanti catene che gli serrano le braccia, strumento della sua ribellione. La sua condizione traduce materialmente la superbia titanica: volle misurarsi con Giove per pura brama di potenza e ne ricevette un castigo eterno. Il suo scuotersi convulso, che fa temere a Dante un rovinoso crollo, mostra una violenza ancora viva ma sterilizzata, resa inutile dalla punizione. Allegoricamente, Fialte incarna la ribellione cieca all’ordine divino e politico, la forza che, privata della guida della ragione e della legge, diventa distruttiva e autodistruttiva, minacciosa ma impotente nel suo immobilismo coatto.

Anteo

Anteo, a differenza degli altri giganti, non partecipò – nella rielaborazione dantesca – alla ribellione contro gli dèi, ed è perciò l’unico non incatenato. Nella mitologia fu vinto da Ercole, che lo sollevò da terra, sottraendogli la forza. Dante e Virgilio lo incontrano come un colosso ancora dotato di una certa libertà, che può prestar loro aiuto. Virgilio fa leva sulla sua gloria guerriera e sulla prospettiva di nuova fama per convincerlo a calarli in Cocito. Anteo è così figura ambivalente: mostro infernale e al tempo stesso strumento provvidenziale di passaggio. Allegoricamente rappresenta la forza naturale non del tutto corrotta, che, se guidata dalla ragione, può essere piegata a un fine utile, pur restando inserita nell’ordine della giustizia divina.

Temi e Simboli del Canto 31

Il Canto 31 è dominato dal tema della superbia titanica, ossia della pretesa dell’uomo (o di esseri semidivini) di innalzarsi contro Dio. I giganti, figure mitologiche e bibliche, sono simboli della violenza bruta che si allea con l’intelletto, rendendosi massimamente pericolosa. Dante lo afferma esplicitamente quando condanna l’uso della ragione al servizio del male, contro cui nessun riparo umano è possibile. Un altro tema centrale è quello del linguaggio: Nembrot incarna la punizione della parola superba, trasformata in rumore incomprensibile. La Babele dantesca diventa metafora delle fratture storiche e politiche del suo tempo, spesso generate da comunicazioni falsate.

Importante è anche il rapporto tra apparenza e realtà: le torri che si rivelano giganti mostrano quanto la percezione possa ingannare senza la guida della ragione (Virgilio). Fra i simboli spiccano Monteriggioni e la Carisenda, richiami concreti che rendono credibili le misure smisurate dei giganti. Il pozzo funge da simbolo di discesa al cuore del male, mentre Anteo è figura-ponte, al tempo stesso mostro e mezzo di passaggio. Nel complesso, il canto riflette sulla sproporzione tra l’uomo e le forze che ha scatenato con la sua superbia, e sulla necessità di una guida razionale e divina per affrontarle.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.