Inferno Canto 33 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Dante nota un'anima che rosicchia il capo di un'altra: il conte Ugolino e il cardinal Ruggieri. Segue il racconto straziante della morte per la fame
Introduzione al Canto 33
Il Canto XXXIII dell’Inferno si colloca nella parte finale del viaggio di Dante attraverso il nono cerchio, dove sono puniti i traditori. Dopo aver attraversato Caina e Antenora, il poeta si trova ancora in Antenora e poi in Tolomea, zone riservate ai traditori della patria e degli ospiti. Gli episodi principali del canto sono due: il racconto straziante del conte Ugolino della Gherardesca, che narra la propria morte per fame insieme ai figli e nipoti nella “torre della Muda”, e l’incontro con frate Alberigo, che rivela l’orrenda legge per cui alcune anime dei traditori scendono all’Inferno prima ancora che i loro corpi muoiano. I temi chiave sono il tradimento politico e familiare, la disumanizzazione, il cannibalismo simbolico, la responsabilità collettiva della città (Pisa e Genova) e la riflessione sul confine tra vita e morte, giustizia umana e divina.
Riassunto per versi del Canto 33
Versi 1–21: Il conte Ugolino interrompe il “fiero pasto”
Il canto si apre con l’immagine crudele del peccatore che solleva la bocca dal “fiero pasto”, pulendola sui capelli della vittima a cui rode il cranio: è il conte Ugolino che divora l’arcivescovo Ruggieri. Interrogato da Dante, Ugolino accetta di raccontare la propria vicenda, pur sapendo che gli causerà nuovo dolore, nella speranza di lasciare infamia eterna al suo traditore. Si identifica come conte Ugolino della Gherardesca e presenta il compagno di pena come l’arcivescovo Ruggieri, responsabile della sua cattura e morte. Ugolino non insiste sui fatti politici noti, ma promette di narrare la crudeltà della propria morte in prigione, introducendo così il lungo flashback che occuperà la prima metà del canto.
Versi 22–40: Il sogno del lupo e la chiusura della torre
Ugolino racconta della prigionia nella torre della Muda, che per la sua storia verrà ricordata come “torre della fame”. Attraverso una piccola fessura egli osserva la luna e, poco prima della tragedia, fa un “mal sonno”: sogna Ruggieri mentre caccia lui (il “lupo”) e i suoi “lupicini” con l’aiuto dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, famiglie pisane nemiche. Nel sogno i cani sbranano i fianchi del padre e dei figli, preannunciando la futura morte. Destandosi, Ugolino sente i figli piangere e chiedere pane, mentre tutti temono che il sogno sia presagio di sventura. L’ora in cui solitamente ricevevano il cibo arriva, ma si sente solo chiudere a chiave la porta della torre: nessuno porta più da mangiare.
Versi 41–66: La fame, la disperazione e l’offerta dei figli
Alla chiusura definitiva della torre, Ugolino fissa i figli senza parlare, pietrificato dal dolore, mentre loro piangono. Il piccolo Anselmuccio gli chiede che cosa abbia, ma il padre rimane in silenzio fino al giorno seguente. Quando un raggio di sole entra nel carcere, Ugolino vede riflessa la propria disperazione nei volti dei figli e, per il dolore, si morde le mani. I ragazzi credono che sia per la fame e lo pregano, in un gesto di amore estremo, di nutrirsi dei loro corpi: “tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”. Il conte li rassicura per non aumentarne la tristezza e tutti rimangono muti per due giorni, invocando inutilmente che la “dura terra” si apra per porre fine alle loro sofferenze.
Versi 67–78: La morte dei figli e l’enigmatica frase sul digiuno
Al quarto giorno di fame, uno dei figli, Gaddo, cade ai piedi del padre chiedendo aiuto e muore. Gli altri tre ragazzi lo seguono tra il quinto e il sesto giorno, morendo uno dopo l’altro. Ugolino, rimasto solo e ormai cieco (forse per il pianto e lo sfinimento), brancola sui corpi dei figli, chiamandoli per due giorni, anche se sono già morti. Il racconto si chiude con il verso ambiguo “Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno”, che può significare sia che la morte sopraggiunge per fame, sia che Ugolino, vinto dal digiuno, sia arrivato al cannibalismo. Terminata la narrazione, il conte riprende a rodere furiosamente il cranio di Ruggieri, come un cane, mentre Dante lancia una violenta invettiva contro la città di Pisa, colpevole di tanta crudeltà.
Versi 79–90: L’invettiva contro Pisa e il destino dei figli innocenti
Dante si scaglia contro Pisa, definendola “vituperio de le genti” del bel paese dove si parla la lingua del “sì”. Poiché i vicini sono lenti a punirla, il poeta invoca che le isole di Capraia e Gorgona si muovano a chiudere la foce dell’Arno, sommergendo la città. Pur ammettendo che Ugolino potesse aver tradito Pisa cedendo castelli ai nemici, Dante condanna la crudeltà di aver fatto morire con lui i figli e nipoti, innocenti per età e responsabilità. Li paragona alla “novella Tebe”, richiamando il mito tragico di Edipo e dei figli innocenti travolti dalla colpa dei padri. Si passa poi in una zona ancora più gelata, dove i dannati sono riversi sulla schiena e il pianto stesso si ghiaccia sugli occhi, trasformandosi in cristallo.
Versi 91–157: Tolomea e la rivelazione di frate Alberigo
Dante e Virgilio giungono in Tolomea, dove i traditori degli ospiti sono coricati supini nel ghiaccio. Qui il dolore è aggravato dal fatto che le lacrime si congelano sugli occhi, formando una crosta che non permette nemmeno il sollievo del pianto. Dante percepisce un vento freddo e chiede al maestro da cosa derivi, dato che nel fondo dell’Inferno ogni vapore dovrebbe essere spento; Virgilio gli promette che lo capirà più avanti. Un dannato prega Dante di togliere il ghiaccio dai suoi occhi, e in cambio si presenta come frate Alberigo, colpevole di aver tradito degli ospiti invitati a banchetto. Egli spiega la legge terribile di Tolomea: le anime dei grandi traditori scendono qui ancora in vita, mentre il loro corpo sulla terra è mosso da un demonio.
Personaggi del Canto 33
Conte Ugolino della Gherardesca
Il conte Ugolino è il protagonista della prima parte del canto. Nella storia reale, fu un nobile pisano coinvolto in complesse lotte politiche tra Guelfi e Ghibellini, accusato di tradimento e rinchiuso con figli e nipoti nella torre della Muda, dove morì di fame. Nel canto rappresenta la vittima di un tradimento ancora più grande, quello di Ruggieri, e attraverso il suo racconto Dante denuncia la ferocia della politica cittadina. Allegoricamente, Ugolino incarna sia la degenerazione della politica medievale sia la potenza distruttiva del rancore, che lo porta all’eterna vendetta contro il nemico. La sua figura, sospesa tra colpa politica e pietà paterna, è volutamente ambigua e problematica.
Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini
L’arcivescovo Ruggieri è la vittima del “fiero pasto” e, al tempo stesso, il carnefice politico di Ugolino. Storicamente, fu l’uomo che orchestrò la sua caduta, facendo rinchiudere lui e i suoi discendenti nella torre dove morirono di fame. Nel canto non parla mai: la sua colpa è già “detta” dal gesto di Ugolino e dalla narrazione. Simbolicamente, Ruggieri rappresenta il tradimento istituzionale e religioso: un uomo di Chiesa che usa il proprio potere per fini di vendetta politica, violando ogni dovere di carità e giustizia. Il suo silenzio nel ghiaccio, mentre subisce il morso incessante di Ugolino, evidenzia la condanna assoluta di Dante verso il connubio tra potere ecclesiastico e intrigo violento.
Dante-personaggio
Dante-personaggio è il testimone diretto degli orrori del nono cerchio. Nel Canto 33 assume il ruolo di ascoltatore partecipe: provoca il racconto di Ugolino e reagisce con forte commozione, arrivando a un’invettiva accesa contro Pisa. La sua presenza non è neutrale: con le domande stimola le confessioni dei dannati e, con i suoi giudizi morali, orienta il lettore. L’incontro con frate Alberigo gli permette inoltre di scoprire una legge “eccezionale” dell’Inferno, riflettendo sul legame tra anima e corpo. Allegoricamente, Dante rappresenta la coscienza civile e morale del suo tempo, che denuncia la disumanità della politica italiana e si interroga sul limite oltre il quale il peccato recide ogni legame con l’umanità.
Frate Alberigo da Faenza
Frate Alberigo è il dannato che Dante incontra in Tolomea, noto per il proverbiale “invitar le persone a frutta” e poi farle uccidere. Nel canto spiega a Dante che in questo girone le anime dei traditori scendono all’Inferno prima della morte fisica: il corpo, ancora vivo in apparenza, è abitato da un demonio. Alberigo rappresenta il tradimento dell’ospitalità, uno dei crimini più odiosi per il mondo medievale, perché viola la fiducia sacra tra ospite e padrone di casa. Simbolicamente, incarna l’ipocrisia e la maschera del bene (un frate, un ospite generoso) dietro cui si nasconde un male radicale. La sua richiesta di aiuto, che Dante rifiuta, mostra anche il limite della pietà di fronte al peccato estremo.
Ser Branca Doria
Ser Branca Doria è un personaggio nominato, non direttamente visibile, ma fondamentale per capire la logica infernale di Tolomea. Nella realtà storica, fece assassinare il suocero Michele Zanche durante un banchetto. Secondo Alberigo, la sua anima è già immersa nel ghiaccio mentre il corpo vive ancora nel mondo. Branca Doria simboleggia la piena consapevolezza e la reiterazione del male: ha tradito un ospite e parente, e il suo esempio dimostra come l’Inferno punisca in anticipo i traditori più gravi. La sua condanna anticipata è anche una riflessione sull’apparenza del vivere: si può “camminare” nel mondo, ma essere già spiritualmente morti. Il richiamo finale di Dante ai Genovesi sottolinea una responsabilità collettiva della sua città d’origine.
Temi e Simboli del Canto 33
Il Canto 33 sviluppa alcuni dei temi più cupi dell’Inferno. Centrale è il tradimento, nelle sue forme politiche e familiari: Ruggieri tradisce Ugolino, la città tradisce i suoi innocenti, Alberigo e Branca Doria tradiscono i loro ospiti. Questo tradimento estremo distrugge ogni legame di fiducia e di umanità, causando una disumanizzazione che Dante rappresenta simbolicamente con il cannibalismo (Ugolino che rode il cranio di Ruggieri) e con il ghiaccio che immobilizza i dannati. Il ghiaccio di Cocito è simbolo dell’amore totalmente estinto: non il fuoco della passione, ma il gelo dell’odio lucido e calcolato.
Importante è anche il motivo paterno-filiale: la tragedia di Ugolino e dei suoi figli mette in scena l’innocenza sacrificata per colpe politiche, denunciando la ferocia delle lotte civili. Il sogno dei lupi e delle cagne ha valore profetico e allegorico: gli animali rappresentano i nemici politici e la “caccia” diventa metafora della persecuzione. Il banchetto tradito (Alberigo, Branca Doria) rovescia il simbolo cristiano della convivialità in luogo di morte e inganno. Infine, la legge di Tolomea, che condanna l’anima prima della morte del corpo, suggerisce che il peccato può spezzare definitivamente il legame tra umano e divino già nella vita terrena, anticipando l’Inferno sulla terra.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.