Inferno Canto 7 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Appare il demonio di Pluto e poi gli avari e i prodighi, spiegata la teoria della fortuna, Virglio e Dante discendono nel quinto cerchio: gli iracondi
Introduzione al Canto 7
Il Canto 7 dell’Inferno segna l’ingresso di Dante e Virgilio nel quarto cerchio e nella palude Stigia, proseguendo la discesa nei cerchi dedicati ai peccati di incontinenza. Dopo l’incontro con Pluto, demone guardiano, i poeti osservano le anime degli avari e dei prodighi, costrette a spingere pesi enormi e a urtarsi eternamente, e poi quelle degli iracondi e degli accidiosi immerse nel fango. Il canto approfondisce il tema del rapporto dell’uomo con i beni materiali e con le passioni disordinate, soprattutto l’ira e la tristezza pigra. Centrale è anche la spiegazione di Virgilio sulla Fortuna, presentata come ministra divina che distribuisce e muta i beni terreni. Il Canto 7 unisce quindi descrizione vivida delle pene e riflessione teologica e morale sul disordine interiore umano.
Riassunto per versi del Canto 7
Versi 1–15: Lo scontro con Pluto e la sua caduta
Il canto si apre con l’oscura esclamazione di Pluto, «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», che suscita paura in Dante. Virgilio lo rassicura subito, spiegando che nessuna potenza infernale può impedire il loro viaggio voluto dall’alto. Poi si rivolge a Pluto chiamandolo «maladetto lupo», simbolo di cupidigia, e lo zittisce ricordandogli la sconfitta di Satana da parte dell’arcangelo Michele. Queste parole, che evocano la giustizia divina, abbattono la forza del demone: Pluto cade a terra come vela squarciata dal vento dopo che l’albero della nave si spezza. Superato l’ostacolo, i due poeti possono scendere liberamente verso il quarto cerchio, proseguendo la loro esplorazione dell’Inferno.
Versi 16–39: Il quarto cerchio: avari e prodighi
Dante e Virgilio giungono nel quarto cerchio, «la dolente ripa che ’l mal de l’universo tutto insacca». Dante, colpito dalla quantità di pene, invoca la giustizia di Dio chiedendosi perché la colpa umana causi tanta sofferenza. Osserva allora una folla enorme di anime, divise in due schiere opposte: spingono pesi con fatica, urtandosi violentemente al centro del cerchio. Ogni gruppo grida all’altro: «Perché tieni?» e «Perché burli?», accusandosi reciprocamente di cattivo uso dei beni. Dopo lo scontro, ciascuno torna indietro lungo il proprio semicerchio, per poi ripetere all’infinito lo stesso movimento. Dante, commosso, chiede a Virgilio chi siano queste anime e se siano tutti ecclesiastici calvi che vede alla loro sinistra.
Versi 40–50: Spiegazione dei peccati di avarizia e prodigalità
Virgilio spiega che queste anime furono «guerci sì de la mente», cieche nell’uso delle ricchezze: non seppero spendere con giusta misura. La loro stessa voce, quando si scontrano, rivela la colpa opposta di avarizia e prodigalità. Molti di loro furono chierici, papi e cardinali, dominati dall’eccesso di cupidigia. Dante spera di riconoscere alcuni di questi personaggi, ma Virgilio chiarisce che è impossibile: la «sconoscente vita» li ha resi oscuri a ogni memoria. Nella resurrezione, gli avari usciranno dal sepolcro col pugno chiuso, i prodighi coi capelli tagliati, segni eterni del loro vizio. Mal dare e mal tenere i beni del mondo li ha condotti a questa zuffa, che nessuna parola può del tutto spiegare.
Versi 51–66: La dottrina della Fortuna
Virgilio invita Dante a osservare quanto siano effimeri i beni affidati alla Fortuna: tutto l’oro esistente non basterebbe a dare pace a una sola di queste anime. Dante allora domanda che cosa sia questa Fortuna che trattiene i beni del mondo. Virgilio rimprovera l’ignoranza degli uomini e spiega che Dio, creatore dei cieli, ha stabilito anche una «general ministra e duce» dei beni terreni. A lei è affidato il compito di distribuire e mutare i beni «di gente in gente e d’uno in altro sangue», al di là dei calcoli umani. Così alcuni popoli prosperano e altri decadono, seguendo un giudizio misterioso come un serpente nascosto nell’erba.
Versi 67–99: Il governo invisibile della Fortuna
Virgilio prosegue descrivendo la Fortuna come creatura che prevede, giudica e persegue il suo ufficio secondo il disegno divino, senza che il sapere umano possa contestarla. Le sue continue permutazioni dei beni non conoscono tregua: per necessità è rapida, e spesso chi sale al potere viene presto sostituito. Nonostante ciò, gli uomini la bestemmiano e la «pongono in croce», pur dovendole invece riconoscenza. Ma la Fortuna, beata nella volontà di Dio, non ode le accuse; con le altre creature angeliche fa ruotare la sua sfera gioiosa. Conclusa la spiegazione, Virgilio invita Dante a scendere verso luoghi ancor più dolorosi: il tempo passa, le stelle sono già cambiate, e il troppo indugiare è vietato nel loro viaggio.
Versi 100–130: La palude Stigia e gli iracondi
I due poeti tagliano il cerchio fino all’altra sponda di una fonte oscura che ribolle e si riversa in un fossato. L’acqua, più nera della pece, scende fino a formare la palude Stigia ai piedi di «maligne piagge grige». Dante osserva nel pantano anime nude e infangate, dal volto stravolto, che si colpiscono furiosamente con mani, testa, petto e piedi, strappandosi brandelli di carne coi denti. Virgilio spiega che sono le anime dominate dall’ira. Ma ce ne sono altre sommerse sotto l’acqua, che fanno ribollire la superficie con i loro sospiri: in vita furono accidiosi, tristi nel «dolce aere» illuminato dal sole, e ora gorgogliano un inno di rimorso nella gola, senza riuscire a pronunciarlo chiaramente.
Personaggi del Canto 7
Dante
Dante è il protagonista e narratore che attraversa l’Inferno in viaggio di salvezza. Nel Canto 7 il suo ruolo è soprattutto quello di osservatore e discepolo. Di fronte alle pene degli avari, dei prodighi e degli iracondi, egli prova pietà e stupore, ma anche un intenso desiderio di capire la giustizia di Dio. Le sue domande a Virgilio riguardano sia l’identità dei dannati, in particolare ecclesiastici corrotti, sia la natura della Fortuna. Allegoricamente, Dante rappresenta l’uomo che, smarrito nel peccato, si apre alla conoscenza razionale e teologica per ritrovare l’ordine vero dei beni e delle passioni.
Virgilio
Virgilio è la guida razionale e morale di Dante, simbolo della ragione umana illuminata ma non ancora dalla fede cristiana. Nel Canto 7 egli svolge il ruolo di maestro autorevole: rassicura Dante contro la minaccia di Pluto, dimostra dominio sulle forze infernali con la sola parola e interpreta le pene viste nel cerchio. Importante è soprattutto la sua lunga spiegazione sulla Fortuna, che chiarisce come la distribuzione dei beni materiali sia regolata da una volontà divina superiore ai calcoli umani. Virgilio incarna l’intelletto che aiuta a smascherare l’illusione delle ricchezze e a comprendere il giusto rapporto tra uomo, beni terreni e provvidenza.
Pluto
Pluto è il demone custode del quarto cerchio, associato alla ricchezza e all’avidità. La sua incomprensibile invocazione iniziale, «Pape Satàn…», esprime un linguaggio disarticolato e mostruoso, specchio del disordine morale legato alla cupidigia. Virgilio lo definisce «maladetto lupo», richiamando il simbolo dantesco della lupa, emblema dell’avidità che domina il mondo. Pluto tenta di ostacolare il cammino dei poeti, ma alla menzione del volere divino e della vittoria di Michele su Satana, crolla a terra impotente. Allegoricamente rappresenta il potere corruttore del denaro e la forza dei beni materiali, che però è nulla davanti alla giustizia e all’ordine stabilito da Dio.
Anime degli avari e dei prodighi
Le anime degli avari e dei prodighi costituiscono le due schiere che si scontrano nel quarto cerchio. Spingono pesi enormi in direzioni opposte, accusandosi a vicenda di cattiva gestione delle ricchezze. Molti di loro sono chierici, papi e cardinali, segno della corruzione penetrata anche nella Chiesa. Il movimento circolare, ripetuto eternamente, e l’inutilità dello sforzo simboleggiano il disordine interiore e l’inconcludenza della vita spesa nel possesso o nello spreco dei beni. Allegoricamente rappresentano l’incapacità di trovare la giusta misura nel rapporto con il denaro, condannandosi a un’eterna “zuffa” priva di senso e di scopo salvifico.
Anime degli iracondi e degli accidiosi
Nella palude Stigia compaiono due categorie di anime legate al disordine dell’animo. Gli iracondi, alla superficie del fango, si percuotono con violenza, divorandosi a brandelli: la loro ira, repressa o sfogata in vita, esplode ora in una lotta eterna e sterile. Gli accidiosi, invece, sono immersi sotto l’acqua, invisibili ma percepibili dai gorghi che creano: in vita vissero nel «dolce aere» inerti e tristi, incapaci di godere del bene e di agire. Ora gorgogliano un inno monco, espressione di un pentimento soffocato. Allegoricamente rappresentano gli estremi del cattivo uso delle passioni: l’esplosione distruttiva e la paralisi malinconica.
Temi e Simboli del Canto 7
Il Canto 7 sviluppa soprattutto il tema del rapporto tra uomo e beni materiali. Avari e prodighi vengono uniti nella stessa pena perché entrambi hanno usato male le ricchezze: l’uno trattenendole con cupidigia, l’altro sperperandole senza misura. I loro pesi, spinti faticosamente, simboleggiano il peso interiore del possesso e dello spreco, mentre il moto circolare e lo scontro perpetuo mostrano la sterilità di una vita dominata dal denaro.
Al centro del canto sta la figura della Fortuna, rappresentata non come cieca dea capricciosa, ma come creatura di Dio, «general ministra» che distribuisce e cambia i beni secondo un ordine provvidenziale. Questo rovescia la visione comune e denuncia l’errore umano nel bestemmiare la Fortuna invece di riconoscere il limite del proprio sapere.
La palude Stigia è simbolo del degrado delle passioni: il fango in cui si dibattono iracondi e accidiosi rappresenta la torbidezza interiore che offusca la mente. L’ira violenta degli uni e la tristezza pigra degli altri mostrano due modi opposti, ma ugualmente peccaminosi, di reagire alla vita. Nel complesso, il canto insiste sull’idea che ogni disordine nei beni esteriori e nelle passioni nasce da una cecità spirituale che allontana dall’armonia voluta da Dio.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.