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Inferno Canto 9 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante è spaventato e Virgilio lo conforta: conosce la strada. Arrivano le Furie e poi il Messo celeste. Poi discendono nel sesto cerchio: gli eretici

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 9

Il Canto 9 dell’Inferno si colloca all’inizio del VI cerchio, quello degli eretici, subito dopo l’incontro con gli iracondi e gli accidiosi nella palude Stige. Dante e Virgilio sono fermi davanti alle porte sprangate della città di Dite, ostacolati dai diavoli che non vogliono lasciarli entrare. Il canto rappresenta un momento di forte tensione: cresce la paura di Dante, mentre Virgilio tenta di rassicurarlo ricordando un precedente viaggio nell’oltretomba. Compaiono figure mitologiche terrificanti, come le Furie e la minaccia di Medusa, fino all’arrivo di un messo celeste che, con disprezzo, apre le porte di Dite. Nella seconda parte, i due poeti entrano nella città e vedono i sepolcri infuocati degli eretici. I temi centrali sono la paura e la fiducia, il contrasto tra potenza divina e ribellione infernale, la condanna dell’eresia e il ruolo decisivo della grazia.

Riassunto per versi del Canto 9

Versi 1–33: L’angoscia di Dante e il racconto di Virgilio

Dante, spaventato dal ritorno preoccupato di Virgilio dopo il rifiuto dei diavoli, vede il maestro ascoltare attentamente qualcosa che lui non può scorgere a causa delle tenebre e della nebbia. Virgilio prova a rassicurarlo dicendo che vinceranno la “punga”, cioè la battaglia, accennando a un aiuto promesso, ma tronca la frase, aumentando l’ansia del discepolo. Dante, angustiato, domanda se qualcuno degli spiriti beati sia mai disceso in quel “fondo de la trista conca”. Virgilio risponde di sì e racconta di quando, ancora vivo, fu evocato dalla maga Eritón per scendere fino al cerchio di Giuda. Con questo ricordo, afferma di conoscere bene la strada, invitando Dante a sentirsi sicuro nonostante il pericolo imminente.

Versi 34–54: Apparizione delle Furie e minaccia di Medusa

Mentre Virgilio continua a parlare, l’attenzione di Dante viene attratta dall’alta torre infuocata sulla città di Dite. Improvvisamente compaiono tre Furie infernali, tinte di sangue, con corpo di donna e cinture di idre verdi; sui loro capelli spiccano serpenti e ceraste che avvolgono le tempie. Virgilio le riconosce come le Erinni, ministri di vendetta della regina dell’Inferno: Megera a sinistra, Aletto a destra e Tesifone al centro. Le Furie si graffiano il petto con le unghie, si percuotono e urlano invocando Medusa, minacciando di pietrificare Dante come punizione, ricordando anche il fallito assalto a Teseo. Virgilio allora ordina a Dante di voltarsi e chiudere gli occhi, proteggendolo dal pericolo mortale della visione del Gorgone.

Versi 55–84: L’invito all’allegoria e l’arrivo del messo celeste

Virgilio stesso gira il volto di Dante e gli copre gli occhi con le mani, così che non possa vedere Medusa nel caso si manifesti. Dante si rivolge ai lettori con un famoso apostrofe: invita chi ha “l’intelletto sano” a riconoscere la dottrina allegorica nascosta sotto il velo dei versi. Subito dopo si ode un fragore che risale lungo le acque torbide di Stige, simile al rumore di un vento tempestoso che abbatte una foresta. Alle parole di Virgilio, Dante apre gli occhi e vede le anime fuggire come rane davanti a una biscia: stanno scappando da un misterioso personaggio che attraversa la palude con i piedi asciutti, scostando l’aria densa col suo gesto. Dante comprende che è un messo mandato dal cielo e, su cenno di Virgilio, si inchina rispettosamente.

Versi 85–105: Apertura delle porte di Dite e rimprovero ai demoni

Il messo celeste appare colmo di disdegno. Giunge davanti alla porta della città infernale e, con una semplice “verghetta”, la apre senza alcuna resistenza, ignorando le difese dei demoni. Li apostrofa come “cacciati del ciel, gente dispetta” e li rimprovera per la loro continua ribellione contro la volontà divina, che non può essere interrotta e che anzi ha già aumentato più volte i loro tormenti. Ricorda il precedente fallimento contro la volontà di Dio citando Cerbero, che ancora porta i segni della punizione ricevuta. Compiuto il suo incarico, il messo se ne va lungo la “strada lorda”, senza rivolgere altre parole ai poeti, evidentemente preso da cure più alte. Rincuorati dal suo intervento e dalle sue parole, Dante e Virgilio riprendono il cammino sicuri verso l’interno della città.

Versi 106–108: L’ingresso nella città di Dite

Dante e Virgilio varcano finalmente la soglia di Dite “sanz’ alcuna guerra”, cioè senza più ostacoli da parte dei demoni. Dante, spinto dal desiderio di conoscere la realtà di quel luogo, volge subito lo sguardo attorno per osservare cosa sia racchiuso in quella fortezza infernale. Ciò che vede è una vasta campagna che si estende da ogni parte, completamente occupata da scene di dolore e di asperrimi tormenti. In questo modo, il poeta prepara il passaggio dalla città infernale come simbolo della perversione della ragione, alle specifiche pene degli eretici, che saranno illustrate più dettagliatamente nel canto successivo, ma già qui sono preannunciate dalla visione dei sepolcri infuocati e dall’atmosfera di estrema sofferenza.

Versi 109–136: I sepolcri infuocati degli eretici

Dante paragona la distesa di sepolcri che vede al campo santo di Arles in Provenza e al cimitero di Pola presso il golfo del Quarnaro, luoghi reali pieni di tombe. Tuttavia, in Dite il paesaggio è molto più terribile: tra gli avelli sorgono fiamme che li rendono completamente arroventati, come se nessun’arte potesse più lavorare il ferro per quanto già incandescente. I coperchi delle tombe sono sollevati e da esse escono lamenti durissimi, che rivelano sofferenza e offesa. Dante chiede allora a Virgilio chi siano queste anime sepolte negli arche roventi. Virgilio risponde che lì sono puniti gli eresiarchi, cioè i capi delle eresie, con i loro seguaci; le tombe, più o meno calde a seconda della colpa, ospitano insieme chi è stato simile nell’errore.

Personaggi del Canto 9

Dante

Dante è il protagonista e narratore del canto, rappresentante dell’uomo in cammino verso la salvezza. In questo episodio la sua umanissima paura è particolarmente evidente: teme l’insuccesso del viaggio e interpreta le parole tronche di Virgilio nel modo più negativo. La minaccia di Medusa incarna il rischio di una paralisi spirituale, ossia il pericolo di restare fissato nel peccato e nella disperazione. Dante, costretto a chiudere gli occhi, mostra di non potersi salvare con le proprie sole forze: ha bisogno di essere guidato, protetto e, soprattutto, della grazia rappresentata dal messo celeste. La sua curiosità verso i dannati di Dite esprime anche il desiderio di comprendere il senso profondo della giustizia divina e degli errori umani.

Virgilio

Virgilio continua a essere la guida razionale di Dante, simbolo della ragione umana e della sapienza pagana. Nel Canto 9 cerca di rassicurare il discepolo, ricordandogli la promessa di un aiuto superiore e narrando la sua precedente discesa agli inferi su richiesta di Eritón. Tuttavia, la sua stessa esitazione davanti alle porte chiuse di Dite mostra il limite della ragione: da sola non riesce a superare tutti gli ostacoli spirituali. Significativa è la scena in cui Virgilio copre gli occhi di Dante per proteggerlo da Medusa: la ragione può difendere l’uomo da alcuni pericoli interiori, ma deve comunque attendere il soccorso diretto dal cielo. Così il poeta latino appare grande guida, ma non onnipotente, inserita in un ordine superiore che la trascende.

Le Furie (Megera, Aletto, Tesifone)

Le tre Furie, o Erinni, sono figure mitologiche della vendetta e del rimorso. Nel Canto 9 appaiono sulla torre infuocata di Dite, con sembianze femminili, tinte di sangue e ornate di serpenti. Rappresentano le forze irrazionali del male, l’odio e il tormento interiore. Evocano Medusa per pietrificare Dante, cioè per bloccare definitivamente la sua possibilità di redenzione, fissandolo nel peccato. Allegoricamente, incarnano i rimorsi e le passioni distruttive che possono paralizzare l’anima. Il loro furore, i gesti autolesionistici e le urla simboleggiano uno stato di lacerazione interiore senza speranza. Il richiamo a Teseo allude al passato fallimento delle potenze infernali contro gli eroi favoriti dagli dei, anticipando la sconfitta delle loro resistenze di fronte alla volontà divina che sostiene il viaggio di Dante.

Il messo celeste

Il messo celeste è una figura misteriosa inviata direttamente dal cielo per aprire le porte di Dite. Non viene nominato esplicitamente, ma appare con autorità assoluta: attraversa la palude Stige con i piedi asciutti, scaccia le anime come una biscia le rane e, con una semplice verghetta, abbatte ogni resistenza dei demoni. Il suo volto pieno di sdegno e le parole di rimprovero agli angeli ribelli esprimono la superiorità irresistibile della volontà divina. Allegoricamente rappresenta la grazia, cioè l’intervento diretto di Dio nella storia dell’uomo, senza il quale la sola ragione (Virgilio) non può avanzare oltre certi limiti. La sua rapidità nel compiere il compito e l’indifferenza a ogni altro affare indica l’inevitabilità e l’efficacia della giustizia e misericordia divine.

Gli eretici e gli eresiarche

Gli eretici, in particolare gli eresiarche, compaiono solo nella parte finale del canto, attraverso la descrizione dei sepolcri infuocati. Non vengono ancora nominati singolarmente (come avverrà nel Canto 10), ma sono presentati come moltitudine sepolta in arche di diversa intensità di calore, secondo gravità e tipo di colpa. Allegoricamente, l’eresia è il rifiuto ostinato della verità rivelata e della corretta dottrina, spesso dovuto all’orgoglio intellettuale. Le tombe aperte, da cui escono lamenti, esprimono una condanna eterna che consiste nel restare chiusi in un pensiero deviato e separato dalla comunità dei fedeli. Il fuoco che li avvolge simboleggia la luce della verità percepita come bruciante da chi l’ha rifiutata e ora ne subisce la presenza come tormento continuo e irrimediabile.

Temi e Simboli del Canto 9

Il Canto 9 sviluppa soprattutto il tema del rapporto tra paura umana, ragione e grazia divina. Dante è dominato dall’angoscia di fallire; Virgilio, simbolo della ragione, tenta di confortarlo, ma si rivela impotente di fronte alle porte chiuse di Dite. Solo l’intervento del messo celeste, emblema della grazia, infrange la resistenza infernale, mostrando che la salvezza richiede un aiuto dall’alto. Importante è anche il tema della visione: la minaccia di Medusa rappresenta la possibilità di restare pietrificati nel peccato, senza più poter salire a Dio. Il gesto di Virgilio che copre gli occhi a Dante sottolinea che non ogni realtà può essere affrontata direttamente dall’uomo.

La città di Dite, cinta da mura e torri infuocate, è simbolo dell’ostinazione nel male e dell’uso perverso della ragione che nega la verità. Le Furie e i serpenti rimandano a passioni distruttive e rimorsi perpetui. La palude Stige, le anime che fuggono come rane, il vento tempestoso sono immagini del caos morale e spirituale. Infine, i sepolcri incendiati degli eretici esprimono la fissazione definitiva in una scelta sbagliata: la dottrina falsa diventa una prigione ardente, dove la luce della verità, rifiutata in vita, si trasforma in eterna condanna.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.