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Paradiso Canto 6 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Giustiniano spiega la sua vita e la storia dell'impero di Roma, poi si scaglia contro la contemporaneità e descrive gli spiriti del cielo di Mercurio

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 6

Il sesto canto del Paradiso si svolge nel Cielo di Mercurio, dove Dante incontra gli spiriti attivi per amore della gloria terrena. Tra essi si distingue l’imperatore bizantino Giustiniano, che parla in prima persona. Il canto è unico nella Commedia perché affidato a un solo personaggio che, come un grande oratore, ripercorre la storia dell’Impero romano attraverso il simbolo dell’aquila. Gli avvenimenti principali sono il racconto della vita di Giustiniano, il compendio delle imprese dell’aquila dai tempi di Enea fino a Carlo Magno, e la durissima condanna delle lotte tra Guelfi e Ghibellini. I temi chiave sono il valore provvidenziale dell’Impero, la giustizia divina nella storia, il rapporto tra autorità politica e religiosa, il pericolo dell’attaccamento alla fama e il contrasto tra vera e falsa grandezza.

Riassunto per versi del Canto 6

Versi 1–12: Presentazione di Giustiniano e la sua conversione dottrinale

Giustiniano si presenta spiegando come l’aquila imperiale sia stata trasferita da Costantino in Oriente, invertendo il percorso seguito da Enea dopo la caduta di Troia. L’imperatore riassume brevemente le vicende dell’aquila fino al proprio tempo, per poi rivelare la sua identità con il celebre verso «Cesare fui e son Iustinïano». Racconta quindi il suo errore dottrinale iniziale: credeva che in Cristo vi fosse una sola natura, cadendo nell’eresia monofisita. Il papa Agapito I lo corresse, riportandolo alla fede ortodossa. Chiarita la verità, Giustiniano afferma di vedere ora la dottrina con limpidezza assoluta. Solo dopo questa conversione egli può dedicarsi all’“alto lavoro”: la riforma del diritto romano, da cui trasse via il “troppo e ’l vano”.

Versi 13–27: L’opera politica di Giustiniano e il ruolo di Belisario

Giustiniano spiega che, una volta riconciliato con la Chiesa, Dio gli ispirò la grande impresa legislativa, cui si dedicò totalmente. Per la parte militare dell’Impero egli si affidò al generale Belisario, da lui definito “mio Belisar”, le cui vittorie furono così brillanti da essere segno che l’imperatore doveva fermarsi dall’azione diretta sulle armi. In questo modo Dante presenta il modello dell’imperatore ideale: guidato dalla grazia, fedele alla Chiesa, attento alla giustizia e capace di affidare il potere a collaboratori degni. Questa breve sezione collega la biografia di Giustiniano al tema centrale del canto: mostrare la funzione provvidenziale dell’aquila imperiale nella storia, preparando il lungo excursus storico che seguirà.

Versi 28–54: Storia dell’Impero da Enea alla Repubblica romana

Giustiniano introduce la “domanda prima” di Dante, cioè il senso dell’aquila imperiale, e annuncia che, per rispondere, deve ripercorrerne la storia. Ricorda innanzitutto il sacrificio di Pallante, morto per dare un regno a Enea, origine remota di Roma. L’aquila rimane per secoli ad Alba Longa, poi passa alla Roma monarchica, con i sette re, dal ratto delle Sabine al dramma di Lucrezia. Seguono le imprese della repubblica: la difesa contro Brenno, Pirro e altri nemici, da cui nascono le glorie di Torquato, Quinzio Cincinnato, i Deci e i Fabii. Viene esaltata anche la vittoria contro Annibale e i Cartaginesi, con i trionfi di Scipione e Pompeo. Questa sezione costruisce l’immagine eroica e sacralizzata di Roma come strumento di giustizia e ordine tra i popoli.

Versi 57–72: Cesare e la conquista del mondo mediterraneo

Giustiniano passa a narrare le imprese di Gaio Giulio Cesare, nel momento in cui “tutto ’l ciel volle / redur lo mondo a suo modo sereno”, cioè preparare la venuta di Cristo. L’aquila, guidata da Cesare, combatte dalle rive del Reno fino alle terre bagnate da Isara, Era, Senna e Rodano, alludendo alle campagne galliche. Poi viene ricordato il passaggio del Rubicone e la guerra civile: la marcia verso la Spagna, la battaglia di Farsalo, il coinvolgimento dell’Egitto di Tolomeo e la morte di Pompeo. Cesare torna quindi in Oriente, passa in Africa contro Giuba, e infine rientra in Occidente. Dante sottolinea come la sua azione fu così vasta e rapida da non poter essere adeguatamente descritta né a parole né per iscritto, evidenziando il carattere eccezionale e provvidenziale del suo potere.

Versi 73–93: Da Augusto a Tito: l’Impero strumento della Redenzione

Giustiniano prosegue con gli eventi successivi alla morte di Cesare. Ricorda le guerre civili che coinvolgono Bruto e Cassio, condannati all’Inferno, e le battaglie di Modena e Perugia. Rievoca poi la figura tragica di Cleopatra, che, sconfitta, si toglie la vita col morso dell’aspide. Con Augusto, successore di Cesare, l’aquila raggiunge il “lito rubro” (Mar Rosso) e porta il mondo a una pace così profonda da permettere la chiusura del tempio di Giano. Tuttavia, tutte le imprese dell’aquila prima e dopo sono poca cosa rispetto a ciò che compie nelle mani del “terzo Cesare” (Tiberio): Dio gli concede la gloria di far giustizia contro chi aveva ucciso Cristo. Con Tito, infine, l’Impero vendica la crocifissione distruggendo Gerusalemme, configurando una “vendetta della vendetta”.

Versi 94–142: L’aiuto di Carlo Magno, la critica a Guelfi e Ghibellini, gli spiriti di Mercurio

Giustiniano ricorda come, quando i Longobardi assalirono la Chiesa, Carlo Magno intervenne sotto le ali dell’aquila per difenderla, confermando la legittimità dell’Impero come protettore del potere spirituale. Da qui passa alla dura condanna di chi oggi combatte o usurpa il “sacrosanto segno”: i Ghibellini che vogliono servirsi dell’aquila per interessi di parte, e i Guelfi che le oppongono i gigli di Francia. L’imperatore denuncia la rovina politica italiana, invitando i Ghibellini a seguire un altro simbolo e ammonendo il “Carlo novello” (Carlo II d’Angiò). Nella parte finale spiega la natura degli spiriti di Mercurio, mossi da desiderio di onore e fama, e introduce l’esempio di Romeo di Villanova, ministro virtuoso ma ingiustamente calunniato e costretto alla povertà.

Personaggi del Canto 6

Giustiniano

Giustiniano è l’unico grande interlocutore di Dante nel canto. Imperatore d’Oriente e legislatore, incarna l’ideale di sovrano cristiano che, illuminato dalla fede, ordina le leggi per il bene comune. La sua vicenda biografica, dalla caduta nell’eresia alla correzione da parte di papa Agapito, mostra come l’autorità politica debba sottomettersi all’autorità spirituale della Chiesa. Allegoricamente, Giustiniano è la voce dell’Impero legittimo, che racconta la storia sacralizzata dell’aquila romana come strumento della provvidenza. Il suo ruolo nel Cielo di Mercurio sottolinea però anche un limite: pur essendo giusto e attivo, fu spinto in parte dal desiderio di gloria terrena, motivo per cui non raggiunge i cieli più alti.

Belisario

Belisario è il grande generale cui Giustiniano affida le armi dell’Impero. Dante lo cita brevemente ma con grande lode, sottolineando come la “destra del ciel” sia stata congiunta alle sue imprese militari. Belisario rappresenta il braccio secolare dell’Impero che opera in accordo con la volontà divina, segno che l’imperatore deve dedicarsi soprattutto all’opera legislativa e spirituale della giustizia. In chiave allegorica, incarna l’ideale di condottiero fedele, subordinato alla legittima autorità e non dominato da ambizioni personali. La sua figura contrasta implicitamente con i signori italiani contemporanei di Dante, spesso violenti e ribelli all’ordine imperiale, e rafforza l’idea che il potere militare è giusto solo quando serve un disegno superiore di pace e diritto.

Carlo Magno

Carlo Magno compare come difensore della Chiesa contro il “dente longobardo”. Sotto le ali dell’aquila imperiale, egli soccorre la Sede romana e ristabilisce l’ordine, confermando la funzione provvidenziale dell’Impero anche nel Medioevo. Per Dante, Carlo Magno è il modello di imperatore cristiano che collabora con il papato, senza però confondere i due poteri. Allegoricamente, rappresenta la possibilità concreta di armonia tra autorità spirituale e temporale. Il suo esempio viene contrapposto ironicamente a quello del “Carlo novello”, re angioino che, invece di proteggere la giustizia, la tradisce per interessi dinastici. Così Carlo Magno diventa un parametro morale con cui misurare la decadenza politica e religiosa del tempo di Dante.

Romeo di Villanova

Romeo di Villanova è un ministro provenzale che Dante presenta come “persona umìle e peregrina”, fedele servitore del conte Raimondo Berengario IV. Grazie alla sua prudenza politica, quattro figlie del signore diventano regine, segno del suo successo. Tuttavia, l’invidia e le “parole biece” lo accusano ingiustamente, costringendolo a rendere conto delle sue finanze (“sette e cinque per diece”) e a lasciare la corte povero e anziano. Allegoricamente, Romeo rappresenta il giusto perseguitato e l’ingratitudine dei potenti verso i servitori leali. La sua figura, collocata nel Cielo di Mercurio, denuncia la corruzione dei valori mondani e mostra come la vera grandezza non coincida con il riconoscimento terreno, ma con la rettitudine interiore che Dio solo può valutare pienamente.

Temi e Simboli del Canto 6

Il tema centrale del canto è il significato provvidenziale dell’Impero romano, rappresentato dal simbolo dell’aquila. Essa non è solo emblema politico, ma strumento della “viva giustizia” divina: unifica i popoli, prepara la venuta di Cristo, punisce il deicidio con Tito e difende la Chiesa con Carlo Magno. In questa prospettiva si inserisce la dottrina dei “due soli”: potere spirituale e potere temporale hanno entrambi origine divina, ma funzioni distinte e complementari. Un altro tema forte è la condanna delle fazioni italiane: Guelfi e Ghibellini, che deformano o usurpano il “sacrosanto segno”, sono causa di tutti i mali politici. Il Cielo di Mercurio mette inoltre in luce l’ambiguità della gloria: gli spiriti qui presenti hanno operato il bene, ma con un eccesso di desiderio di onore e fama, che attenua la purezza del loro amore. Simboli chiave sono l’aquila, il tempio di Giano chiuso da Augusto (segno della pace messianica) e la figura di Romeo, emblema della giustizia calunniata. L’armonia finale tra diversi “scanni” celesti esprime l’ordine perfetto in cui ogni merito riceve il giusto premio, senza invidia né disuguaglianza percepita.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.