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Purgatorio Canto 13 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Raccontata la condizione degli invidiosi: tutto è in ombra perchè l'invidia è sterile. Infine Dante si ferma a parlare con Sapìa e a lui si confessa

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 13

Il Canto 13 del Purgatorio si colloca nella seconda cornice del monte, dove sono punite le anime degli invidiosi. Dopo aver salito la scala che conduce al nuovo girone, Dante e Virgilio si trovano in un ambiente arido e pietroso, privo di ombra e di colore, simbolo della sterilità dell’invidia. Qui incontrano anime sedute e cieche, con le palpebre cucite da un filo di ferro, costrette a sostenersi a vicenda. Il canto narra l’ascolto di voci esemplari di carità, la descrizione della pena, il dialogo con l’anima di Sapìa senese. I temi principali sono l’invidia come peccato sociale, la cecità morale contrapposta alla futura visione di Dio, il valore della preghiera altrui e la possibilità di conversione anche in tarda età.

Riassunto per versi del Canto 13

Versi 1–21: L’ingresso nella seconda cornice e l’invocazione al sole

Dante e Virgilio raggiungono la sommità della scala che introduce alla seconda cornice del Purgatorio, dove il monte torna a cingere il suo fianco. L’ambiente è descritto come spoglio e uniforme, con il colore livido della pietra: non vi sono ombre né segni distintivi, a indicare aridità e assenza di vita. Virgilio teme che il viaggio subisca rallentamenti se dovranno aspettare qualcuno a cui chiedere la via. Allora volge lo sguardo al sole e lo invoca come dolce luce guida nel “novo cammin”, riconoscendolo come simbolo della ragione e della grazia che illuminano il percorso di purificazione. Affidandosi a questo lume, i due poeti riprendono il cammino lungo la cornice.

Versi 22–45: Le voci degli spiriti e la spiegazione di Virgilio

Dopo aver percorso rapidamente un buon tratto, Dante e Virgilio sentono intorno a sé voci di spiriti che, invisibili, pronunciano frasi d’amore e carità. La prima voce cita le parole evangeliche “Vinum non habent”, ricordando l’attenzione di Maria alle necessità degli sposi di Cana; la seconda grida “Io sono Oreste”, richiamando l’amicizia fedele e sacrificata; la terza proclama “Amate da cui male aveste”, invito ad amare persino i nemici. Dante, stupito, chiede spiegazioni, e Virgilio chiarisce che questa cornice punisce l’invidia, e che la frusta che sprona le anime è formata da esempi d’amore. Preannuncia poi che più avanti giungerà il “freno”, cioè gli esempi contrari, di invidia punita, che trattengono dal peccato.

Versi 46–72: Visione delle anime invidiose e descrizione della pena

Dante, seguendo l’invito di Virgilio, fissa lo sguardo nell’aria e scorge finalmente le anime: sono sedute lungo la parete rocciosa, avvolte in rozzi mantelli del colore della pietra, quasi confusi con essa. Mentre si avvicina, ode le loro suppliche ai santi: invocano Maria, Michele, Pietro e “Tutti santi”, mostrando intensa devozione. La vista ravvicinata suscita nel poeta forte compassione: gli spiriti sono vestiti di vile cilicio e si sostengono l’un l’altro con le spalle, appoggiandosi alla ripa. Dante li paragona ai ciechi mendicanti che, privi di vista, si accalcano ai santuari per chiedere elemosina. La similitudine prepara la rivelazione della pena: le loro ciglia sono state forate e cucite con un filo di ferro, come si fa con lo sparviero selvaggio per addomesticarlo e renderlo mansueto.

Versi 73–96: Il dialogo iniziale con le anime e la richiesta di un’anima latina

Dante prova imbarazzo nel vedere senza essere visto e si rivolge a Virgilio per consiglio. Il maestro comprende il suo desiderio e lo invita a parlare con brevità e acutezza. Dante cammina sul lato esterno della cornice, vicino al precipizio, mentre dall’altra parte sono le anime accostate alla parete. Si rivolge a loro chiamandole “gente sicura di veder l’alto lume”, sottolineando la certezza della salvezza futura. Prega che la grazia purifichi presto la loro coscienza, così che la mente possa liberamente contemplare Dio. Poi domanda se tra loro vi sia un’anima latina, precisando che la sua conoscenza potrebbe giovarle. Una voce risponde che tutte sono cittadine della “vera città” celeste, ma comprende che Dante cerca qualcuno che in vita visse “in Italia peregrina”.

Versi 97–123: L’incontro con Sapìa senese e la confessione dell’invidia

Dante si avvicina alla fonte della voce e nota un’ombra che, come un cieco, leva il mento verso l’alto per orientarsi. La interpella chiedendo nome o patria, e l’anima si presenta: è stata senese e ora, con le altre, “rimenda la vita ria” piangendo a Dio che gliel’ha prestata. Rivela di chiamarsi Sapìa, ma di non essere stata affatto savia: è stata infatti più lieta dei mali altrui che delle proprie fortune. Per dimostrare la sua follia, racconta l’episodio della battaglia di Colle Val d’Elsa: mentre i suoi concittadini combattevano, ella pregava Dio perché li sconfiggesse e, vedendoli fuggire, ne ebbe gioia smisurata. In un atto di superbia, arrivò a gridare a Dio che non lo temeva più, paragonata al merlo che si illude per un breve miglioramento del tempo.

Versi 124–154: Pentimento di Sapìa, intercessione e richiesta a Dante

Sapìa prosegue spiegando che desiderò la pace con Dio solo alla fine della vita; la sua penitenza sarebbe ancora insufficiente, se non fosse intervenuta l’intercessione di Pier Pettinaio, un umile e pio laico senese che la ricordò nelle sue “sante orazioni”. Quelle preghiere hanno abbreviato la sua sosta nell’Antipurgatorio e il tempo di espiazione. Quindi chiede a Dante chi egli sia, notando che ha gli occhi aperti e parla da vivo. Dante chiarisce che anche a lui saranno tolti gli occhi per poco tempo, perché colpevole d’una forma leggera di invidia, ma teme molto di più le pene dell’Inferno. Rivela di essere vivo e guidato da Virgilio. Sapìa, stupita, vede in ciò un segno dell’amore divino e lo supplica, se tornerà in Toscana, di riabilitare la sua fama presso i parenti, che ancora coltivano vane speranze politiche, alludendo a Talamone e alla Diana.

Personaggi del Canto 13

Dante

Dante è il pellegrino vivo che attraversa il Purgatorio per giungere alla salvezza. Nel Canto 13 assume il ruolo di osservatore partecipe e di interlocutore delle anime invidiose. La sua forte compassione per i ciechi penitenti mostra il distacco interiore dall’invidia, pur confessando una colpa lieve legata a questo vizio. La sua vista ancora libera, in contrasto con gli occhi cuciti degli spiriti, ha valore allegorico: rappresenta la possibilità, per l’uomo in vita, di correggere il proprio sguardo sul prossimo prima che sia troppo tardi. Dante è anche mediatore di grazia: promettendo di “rinfamare” Sapìa tra i vivi, mostra il legame tra Chiesa pellegrina e Chiesa purgante nella dottrina della comunione dei santi.

Virgilio

Virgilio è la guida razionale e morale di Dante. Nel Canto 13 si conferma come maestro sapiente: interpreta i segni della cornice, spiega la funzione pedagogica delle voci esemplari e anticipa la struttura della pena (frusta e freno). Quando Dante esita a parlare, Virgilio lo incoraggia a rivolgersi alle anime con parole brevi e argute, educandolo a una comunicazione rispettosa e efficace. Il gesto di volgersi al sole e invocarlo come guida simboleggia la ragione che riconosce il bisogno di una luce superiore, anticipazione della grazia divina. Pur essendo pagano e dannato, Virgilio incarna la virtù naturale che conduce l’uomo fino alla soglia della visione di Dio, ma non oltre.

Sapìa senese

Sapìa è l’unica anima che si presenta per nome nel canto e concentra su di sé il tema dell’invidia. Nobile donna di Siena, confessa d’essere stata gioiosa per la sconfitta dei suoi concittadini alla battaglia di Colle, arrivando a sfidare Dio con parole arroganti. Il contrasto tra il nome “Sapìa” e la sua mancanza di saggezza ha valore ironico e allegorico: mostra come l’invidia accechi il giudizio, facendo amare il male altrui più del proprio bene. Nella cornice, la sua cecità corporale ripara la cecità morale passata. Pentita in extremis, ottiene sollievo grazie alle preghiere di Pier Pettinaio, divenendo esempio della forza dell’intercessione e della possibilità di conversione anche dopo gravi colpe.

Pier Pettinaio

Pier Pettinaio è una figura umile e positiva, citata da Sapìa come benefattore spirituale. Era un laico francescano senese, noto per la sua vita semplice e devota. Nel Canto 13 non appare direttamente, ma la sua memoria agisce come forza di salvezza: le sue “sante orazioni” abbreviano il tempo di penitenza di Sapìa. Allegoricamente, rappresenta il valore della preghiera di intercessione dei giusti e il primato della carità silenziosa sulle ambizioni mondane dei nobili senesi. Il contrasto tra la vanagloria politica dei concittadini di Sapìa e la santità nascosta di Pier Pettinaio sottolinea come, nel giudizio divino, pesino più le opere umili e sincere che la fama e il potere terreni.

Temi e Simboli del Canto 13

Il tema centrale del Canto 13 è l’invidia, intesa come dolore per il bene altrui e gioia per il male del prossimo. Tale vizio, profondamente sociale, distrugge il tessuto comunitario: per questo la pena prevede anime costrette a stare insieme, sorrette l’una dall’altra, a ricordare che la salvezza passa attraverso una rinnovata solidarietà. La cecità imposta con il filo di ferro è un simbolo potente: chi fu cieco di fronte al bene degli altri ora non può più vedere, e deve imparare a confidare nella guida altrui e nella grazia. Il mantello pietroso e il paesaggio livido rimandano alla sterilità interiore dell’invidioso.

Importante è anche la “pedagogia” del Purgatorio: la frusta, costituita da esempi di amore (Maria, Oreste, l’amore dei nemici), e il freno, formato da esempi di invidia punita, educano le anime a trasformare lo sguardo ostile in carità. La figura di Sapìa concretizza il tema della conversione tardiva e quello dell’ironia del nome: la falsa sapienza mondana si rovescia nella vera sapienza del pentimento. Infine, le preghiere di Pier Pettinaio e la richiesta di aiuto a Dante evidenziano il legame tra vivi e defunti e il valore ecclesiale della preghiera vicendevole.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.