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Purgatorio Canto 14 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dopo un'invettiva agli abitanti della valle d'Arno, si ha una profezia da parte di Guido del Duca che denuncia la corruzione anche dell'Emilia Romagna

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 14

Nel Canto 14 del Purgatorio, Dante e Virgilio si trovano ancora nella seconda cornice, dove sono punite le anime degli invidiosi. Dopo l’incontro con Sapìa nel canto precedente, qui il poeta dialoga con due nuovi spiriti: Guido del Duca e Rinieri da Calboli. Il canto si apre con il loro stupore nel vedere un vivo che sale il monte e prosegue con una lunga invettiva morale e politica contro la corruzione dell’Italia centrale, in particolare della valle dell’Arno e della Romagna. Nella parte finale compaiono due esempi mitologici di invidia, tratti dall’Ovidio delle Metamorfosi (Caìnide/Aglauro), uditi come voci fulminee. Temi centrali sono l’invidia, la degenerazione dei costumi civili, la nostalgia per un passato più virtuoso e il contrasto tra il richiamo del cielo e l’attaccamento alle cose terrene.

Riassunto per versi del Canto 14

Versi 1–21: Lo stupore degli spiriti e le prime domande

Due anime, chini l’uno verso l’altro, notano la presenza di Dante che sale il monte ancora vivo e se ne meravigliano. Si domandano chi sia questo pellegrino che “cerchia il nostro monte” prima della morte e che apre e chiude gli occhi a suo piacere, diversamente dalle anime purganti. Una delle due invita l’altra a rivolgergli la parola con dolcezza, in modo da ottenere risposta. Uno degli spiriti allora interpella Dante, chiedendogli chi sia e da dove venga, poiché la sua condizione è qualcosa di straordinario, “cosa che non fu più mai”. Dante risponde solo indirettamente: non dice il proprio nome, che “ancor molto non suona”, ma indica il luogo d’origine attraverso il fiume Arno.

Versi 22–54: L’invettiva contro la valle dell’Arno

Uno degli spiriti comprende che Dante parla dell’Arno e l’altro si chiede perché il poeta ne abbia taciuto il nome, “come om fa de l’orribili cose”. Lo spirito interrogato spiega che è giusto che il nome di quella valle scompaia, perché lungo tutto il corso del fiume la virtù fugge “come biscia”, per sventura del luogo o per cattive abitudini. Segue allora una violenta allegoria zoologica: gli abitanti delle varie zone attraversate dall’Arno sono paragonati prima a porci, poi a botoli ringhiosi, quindi a lupi rapaci e infine a volpi piene di frode. In questo modo Dante, per bocca del personaggio, denuncia la corruzione morale e politica delle città toscane, dalla sorgente in Casentino fino alla foce in Maremma.

Versi 55–72: La profezia sul “nepote” e la devastazione fiorentina

Lo spirito che parla prosegue affermando che non tacerà, perché ciò potrà essere utile se Dante ricorderà in futuro le sue parole. Egli vede in visione il “nepote” dell’interlocutore, cioè un discendente dei fiorentini, destinato a diventare feroce cacciatore di lupi sulle rive dell’Arno. Costui, identificato tradizionalmente con Fulcieri da Calboli, perseguiterà e ucciderà i cittadini come se fossero bestie, vendendone la “carne” viva e poi sopprimendoli, privando molti della vita e se stesso dell’onore. Uscirà coperto di sangue dalla “trista selva”, ossia dalla città, lasciandola così devastata che per mille anni non tornerà al suo stato originario. Le parole suscitano grande turbamento nell’altra anima, che si rattrista ascoltando il cupo annuncio.

Versi 73–96: Guido del Duca e il lamento sulla Romagna

Spinto dal desiderio di conoscenza, Dante chiede ai due spiriti i loro nomi, con umile insistenza. Il primo risponde che Dante pretende ciò che lui stesso non ha voluto concedere (dire il proprio nome), ma aggiunge che non gli negherà la verità, poiché in lui risplende una speciale grazia di Dio. Si presenta dunque come Guido del Duca, consumato in vita dall’invidia, tanto da soffrire alla vista della gioia altrui. L’altro è Rinieri da Calboli, “pregio e onore” della sua casata, rimasto però senza eredi degni. Guido allarga poi lo sguardo alla Romagna, tra Po, monte, mare e Reno, dichiarando che la regione è ormai priva di nobili virtù e popolata solo da “venenosi sterpi”. Menziona con nostalgia antichi signori e famiglie illustri, oggi decadute o estinte.

Versi 97–129: Nostalgia per la cortesia perduta e invettive finali

Guido del Duca continua il suo lamento, invocando vari centri romagnoli (Bologna, Faenza, Bretinoro, Bagnacavallo, Castrocaro, Conio) e famiglie una volta celebri per cortesia e valore. Piange ricordando cavalieri, dame, “affanni e agi” che l’amore e la cortesia rendevano nobili, in contrasto con l’odierno imbarbarimento dei cuori. Alcune città vengono lodate per non aver generato ulteriori discendenti malvagi, altre biasimate perché continuano a produrre signori corrotti. Dopo una lunga serie di nomi e giudizi severi, Guido invita infine Dante, chiamato “Tosco”, ad allontanarsi: ora desidera più piangere che parlare, tanto la conversazione ha stretto la sua mente nel dolore. Dante e Virgilio proseguono dunque in silenzio, rispettando il pianto di quelle anime.

Versi 130–151: Le voci esemplari e la lezione di Virgilio

Mentre Dante e Virgilio avanzano, sentono improvvisamente una voce, simile a un fulmine che fende l’aria, gridare: “Anciderammi qualunque m’apprende”, esempio di odio e invidia mortale. Subito dopo, un’altra voce, tonante, esclama: “Io sono Aglauro che divenni sasso”, richiamando la fanciulla mitologica trasformata in pietra per la sua invidia. Dante, spaventato, si stringe al fianco destro di Virgilio. Tornata la quiete, la guida spiega che questi fulminei richiami sono il “duro camo” che dovrebbe frenare l’uomo, ma gli uomini invece si lasciano attirare dall’“esca” dell’antico avversario, il diavolo. Il cielo li chiama, girando intorno a loro e mostrando le sue bellezze eterne, ma gli occhi rimangono fissi alla terra, perciò Dio li colpisce con questi ammonimenti.

Personaggi del Canto 14

Dante Alighieri

Dante è il pellegrino vivo che ascende il monte del Purgatorio. In questo canto svolge il ruolo di osservatore e interlocutore: suscita lo stupore degli spiriti per la sua condizione e, con le sue domande discrete ma insistenti, provoca le confessioni e le invettive di Guido del Duca. Non rivela il proprio nome, a indicare insieme umiltà e ancora limitata fama terrena, ma si identifica attraverso la geografia dell’Arno, legando se stesso alla storia civile della Toscana. Allegoricamente, Dante rappresenta l’uomo che, pur immerso nelle vicende politiche del suo tempo, è in cammino verso una comprensione più alta del peccato e della giustizia divina, guidato dalla ragione (Virgilio) e dalla grazia che gli permette di apprendere le verità ultraterrene.

Virgilio

Virgilio, guida razionale e poetica di Dante, in questo canto resta prevalentemente in ascolto, lasciando spazio al dialogo tra il pellegrino e gli spiriti. Interviene significativamente solo alla fine, quando interpreta per Dante il significato delle voci fulminee che citano esempi d’invidia. Spiega che esse sono il “duro camo” destinato a frenare gli uomini, ma che gli uomini preferiscono lasciarsi attirare dall’“esca” del demonio. Allegoricamente, Virgilio incarna la ragione naturale e la sapienza classica, capace di leggere gli eventi come ammonimenti morali e di indicare il contrasto tra la bellezza eterna del cielo e l’accecamento terreno che tiene lo sguardo umano rivolto in basso.

Guido del Duca

Guido del Duca è il principale interlocutore di Dante nel canto. Nobile romagnolo, ammette di essere stato dominato dall’invidia, tanto da soffrire alla vista della gioia altrui. Per questo si trova nella cornice degli invidiosi. Attraverso la sua voce, Dante costruisce una lunga e severa denuncia della decadenza morale della Romagna e dell’Italia centrale: Guido rimpiange famiglie e signori antichi, contrapposti agli uomini corrotti del presente. Allegoricamente, Guido rappresenta la coscienza storica e morale che riconosce i propri peccati ma, insieme, giudica il degrado collettivo. La sua invidia personale si trasforma, nel Purgatorio, in lucidità critica e in un pianto purificatore, che segna l’avvio della redenzione dall’odio verso il bene altrui.

Rinieri (Rinier) da Calboli

Rinieri da Calboli è l’altro spirito presente accanto a Guido del Duca. Parla poco direttamente, ma viene presentato come “pregio e onore” della casa da Calboli, di cui però non rimarranno più eredi degni. In lui Dante raccoglie il simbolo della nobiltà autentica, ormai isolata e destinata a spegnersi in mezzo a una società corrotta. La sua figura acquista ulteriore rilievo attraverso la profezia sul “nepote”, Fulcieri, che, al contrario, si distinguerà per ferocia e crudeltà. Allegoricamente, Rinieri incarna la memoria di una cavalleria e di una signoria più giusta, spazzata via dalla degenerazione morale e politica del tempo, con un forte valore di monito per i contemporanei del poeta.

Temi e Simboli del Canto 14

Il tema dominante è l’invidia, peccato della seconda cornice. Viene mostrata sia come vizio personale (la confessione di Guido del Duca) sia come male sociale, capace di corrodere intere città e regioni. L’invettiva politica contro la valle dell’Arno e la Romagna sottolinea la degenerazione dei costumi civili: le antiche virtù di cortesia, lealtà e nobiltà d’animo sono sostituite da violenza, frode e avidità. Forte è il tema della nostalgia per un passato migliore, che rende più amara la condanna del presente.
Simbolicamente, la metafora zoologica dei porci, cani, lupi e volpi rappresenta la progressiva bestializzazione dell’uomo, dominato dagli istinti e dalla malizia. L’Arno diventa emblema di un territorio dove la virtù “fugge come biscia”, mentre le voci di Caìnide e Aglauro, fulminee come tuoni, funzionano da esempi esemplari di invidia punita. Infine, il contrasto tra il cielo che chiama e lo sguardo umano fisso alla terra esprime l’alternativa radicale tra la vocazione alla beatitudine eterna e l’attaccamento ai beni terreni, che rende necessario il “duro camo” della punizione purgante.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.