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Purgatorio Canto 15 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante l'esaltazione di Virgilio della misericordia, gli appaiono poi tre anime: Maria, Pisistrato e santo Stefano; infine si addentrano in una nebbia

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 15

Il Canto 15 del Purgatorio si colloca nella seconda cornice del monte, dove sono purificati gli invidiosi. Dante e Virgilio hanno appena incontrato gli spiriti penitenti e ora, guidati da un angelo, salgono alla terza cornice, quella dedicata all’ira. Il canto si apre con una descrizione del tempo e della luce del tramonto, quindi presenta l’incontro con l’angelo della misericordia e una profonda spiegazione, da parte di Virgilio, sulla natura del bene spirituale e della carità. Nella seconda parte del canto Dante è rapito in un’estasi visionaria: vede tre esempi di mansuetudine e di amore che vince l’ira e il desiderio di vendetta. Il canto si chiude con l’arrivo di una fitta nebbia, simbolo dell’ira, che introduce il pellegrino alla nuova cornice purgatoriale.

Riassunto per versi del Canto 15

Versi 1–33 La luce del tramonto e l’angelo della misericordia

Dante descrive il momento della giornata: è il vespro in Purgatorio, mentre sulla Terra è mezzanotte. Il sole sta tramontando e i suoi raggi colpiscono in volto il poeta e Virgilio, perché si stanno dirigendo verso occidente. La luce diventa sempre più intensa e accecante, tanto che Dante si copre gli occhi con le mani. Improvvisamente gli sembra di essere colpito da un raggio riflesso, simile a quello che rimbalza da uno specchio o dall’acqua. Stupito, chiede spiegazioni al suo “dolce padre”. Virgilio gli spiega che non deve meravigliarsi: quella luce è causata da un angelo, un “messo” del cielo che viene a invitarli a salire alla cornice successiva.

Versi 34–45: Il canto dell’angelo e l’ascesa alla nuova cornice

I due pellegrini giungono davanti all’angelo benedetto, che li accoglie con voce lieta e li invita a entrare per una scala “men che li altri eretto”, cioè meno ripida delle precedenti. Mentre Dante e Virgilio salgono, alle loro spalle si leva il canto “Beati misericordes” e “Godi tu che vinci!”, che celebra la vittoria sulla colpa dell’invidia. Ora i due procedono soli, senza più la compagnia delle anime invidiose. Dante, desideroso di apprendere, approfitta del cammino per interrogare Virgilio sulle parole pronunciate poco prima da Guido del Duca (lo “spirto di Romagna”), in particolare sui concetti di “divieto” e di “consorte” collegati al vizio dell’invidia.

Versi 46–63: La spiegazione di Virgilio su invidia e bene condiviso

Virgilio spiega che Guido del Duca è consapevole della gravità del proprio peccato e perciò biasima con forza l’invidia, affinché se ne pianga di meno e se ne fugga di più. L’invidia nasce dal fatto che gli uomini fissano i loro desideri su beni terreni limitati: beni che, se divisi con altri, sembrano diminuire. Da qui il dolore per il bene altrui. Al contrario, se l’amore fosse rivolto alla “spera supprema”, cioè a Dio e al bene eterno, nel cuore umano non ci sarebbe più questa paura. Nel Regno dei cieli, infatti, quanto più si dice “nostro”, tanto più ciascuno possiede il bene e arde di carità. Dante però confessa di essere ancora più confuso, e chiede come sia possibile che un bene, distribuito tra molti, renda tutti più ricchi invece che più poveri.

Versi 64–81: La dottrina del bene infinito e della carità

Virgilio rimprovera gentilmente Dante di fissare la mente solo sui beni terreni, che sono limitati, e per questo non comprendere il vero bene. Il bene di cui parla è Dio, “infinito e ineffabil”, che si effonde verso l’amore come un raggio di luce verso un corpo lucente. Questo bene si dona tanto quanto trova ardore di amore e di carità: più la carità si estende, più cresce il valore eterno che la accompagna. In Paradiso, più anime amano Dio, più aumenta il bene da amare e l’amore reciproco, come in uno specchio che riflette la luce da un’anima all’altra. Se questa spiegazione non basta, aggiunge Virgilio, sarà Beatrice a colmare ogni dubbio. Infine esorta Dante a guarire presto le “cinque piaghe” dell’anima, restanti dopo superbia e invidia.

Versi 82–93: L’estasi di Dante e i tre esempi di mitezza (Gesù nel tempio)

Mentre Dante sta per ringraziare Virgilio, si accorge di essere già giunto sulla nuova cornice. Improvvisamente entra in uno stato di estasi: gli sembra di trovarsi in un tempio, in mezzo a molte persone. Vede una donna che, con dolcezza materna, si rivolge al figlio chiedendogli perché si sia comportato così, gettando nell’ansia il padre e lei stessa che lo cercavano addolorati. Appena ella tace, la visione svanisce. È il primo esempio di mansuetudine: si tratta di Maria che rimprovera con dolcezza Gesù dodicenne, rimasto nel tempio di Gerusalemme. Il modello proposto alle anime iraconde è quello di una dolcezza affettiva che non cede alla collera, pur in una situazione di preoccupazione e dolore profondi.

Versi 94–145: Pisistrato e santo Stefano, poi il risveglio di Dante

Segue una seconda visione: un’altra donna piange di sdegno e chiede a Pisistrato, tiranno di Atene, di vendicarsi del giovane che ha abbracciato la loro figlia. Ma il sovrano risponde con mite ragionevolezza: come potremmo punire chi ci ama, se già colui che ci vuole bene è condannato per causa nostra? È un esempio di rifiuto della vendetta. Infine Dante vede un giovane lapidato dalla folla in furore; cadendo a terra, egli continua a guardare il cielo e chiede a Dio il perdono per i suoi persecutori. È santo Stefano, modello supremo di carità verso i nemici. Finita l’estasi, Dante si ritrova a camminare come un uomo che si sveglia, e Virgilio lo rimprovera dolcemente per aver proceduto come ubriaco o assopito, spiegando che le visioni servivano ad aprire il suo cuore alla pace.

Personaggi del Canto 15

Dante

Dante è il protagonista e il pellegrino che attraversa il Purgatorio. In questo canto il suo ruolo è quello dell’allievo che si lascia istruire da Virgilio e dalle esperienze spirituali che vive. La sua difficoltà a comprendere come il bene spirituale possa crescere condividendolo rappresenta i limiti della mentalità umana legata ai beni materiali. L’estasi in cui è immerso e le tre visioni di mitezza mostrano il suo cammino interiore: dalla confusione iniziale verso una comprensione più profonda della carità e del perdono. Allegoricamente Dante è l’anima in via di purificazione, che passa dall’invidia e dall’ira all’amore disinteressato, guidata dalla ragione e dalla grazia divina.

Virgilio

Virgilio è la guida razionale e morale di Dante. In questo canto svolge soprattutto il ruolo di maestro di teologia morale, spiegando la natura dell’invidia e la differenza tra i beni terreni, limitati, e il bene divino, infinito. Rimprovera affettuosamente Dante quando si accorge che egli ragiona ancora secondo categorie materiali. Allegoricamente Virgilio rappresenta la ragione umana illuminata ma non ancora pienamente salvifica: può condurre fino alla soglia della fede perfetta, ma rinvia a Beatrice per la comprensione completa del mistero divino. Inoltre lo richiama alla vigilanza, esortandolo a non camminare come un pigro o un ubriaco, ma a usare con prontezza la sua libertà per cooperare alla propria purificazione.

L’angelo della misericordia

L’angelo che appare nella luce riflessa è il messaggero celeste che presidia il passaggio dalla seconda alla terza cornice. Il suo compito è invitare le anime a salire e cantare la beatitudine “Beati misericordes”, richiamando alla misericordia come antidoto all’invidia e all’ira. La scala “men che li altri eretto” indica che, man mano che l’anima si purifica, il cammino verso Dio diventa più agevole. Allegoricamente l’angelo rappresenta la grazia divina che sostiene la volontà umana e la solleva verso l’alto. La luce che acceca Dante indica la difficoltà iniziale dell’uomo a sostenere la pienezza della luce spirituale, che però in seguito diventerà fonte di diletto e non più di fatica.

Maria, Pisistrato e santo Stefano (esempi di mitezza)

Questi tre personaggi compaiono solo nelle visioni estatiche di Dante, ma hanno un ruolo dottrinale centrale. Maria è il modello della dolcezza materna che non si sfoga nell’ira, pur nell’angoscia; Pisistrato incarna il potere politico che rifiuta la vendetta privata e frena l’ira altrui; santo Stefano è l’esempio massimo di carità verso i propri persecutori. Insieme rappresentano tre gradi di vittoria sull’ira: dal dolce rimprovero, al rifiuto di punire chi ama, fino al perdono di chi uccide. Allegoricamente sono “esempi virtuosi” posti da Dio davanti alle anime per orientarle al bene opposto al loro vizio, mostrando che la vera grandezza sta nella mansuetudine e nel perdono.

Temi e Simboli del Canto 15

Il tema centrale del canto è il rapporto tra bene, amore e condivisione. Virgilio contrappone i beni terreni, che diminuiscono se spartiti e generano invidia, al bene divino, infinito, che cresce con la condivisione: più anime amano Dio, più aumenta per ciascuna la felicità. Questo introduce il grande tema della carità come amore che si dilata e non conosce gelosia. Collegato a ciò, il canto approfondisce il vizio dell’invidia e prepara il passaggio al vizio dell’ira: entrambi nascono da un amore disordinato del proprio bene, percepito come in conflitto con quello altrui.

Importante è anche il simbolismo della luce: la luce del sole, la rifrazione nello “specchio”, la luce dell’angelo indicano la grazia e la conoscenza del bene, inizialmente abbagliante per l’uomo. In contrapposizione, la nebbia finale preannuncia l’ira, che oscura gli occhi e impedisce di vedere chiaramente. Le tre visioni di Maria, Pisistrato e santo Stefano sono simboli concreti di mitezza e di perdono, proposti come “terapia” contro l’ira. Infine, la scala meno ripida simboleggia che, progredendo nella purificazione, l’ascesa spirituale diventa più dolce: il cuore, liberato dall’invidia, è più pronto ad accogliere la carità che unisce tutti nel “nostro” di Dio.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.