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Purgatorio Canto 16 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dopo una preghiera degli iracondi, avviene l'incontro con Mario Lombardo con cui si parlerà di responsabilità umana, libero arbitrio e corruzione

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 16

Il Canto 16 del Purgatorio si svolge nella terza cornice, quella dedicata agli iracondi. Dante e Virgilio sono immersi in un fitto fumo che oscura la vista, simbolo della cecità causata dall’ira. In questo ambiente ostile, il poeta incontra l’anima di Marco Lombardo, con cui intrattiene uno dei dialoghi dottrinali più importanti dell’intera Commedia. Il canto affronta temi centrali come la responsabilità morale dell’uomo, il libero arbitrio, il rapporto tra influsso celeste e scelta umana, e la corruzione delle istituzioni politiche e religiose. Attraverso le parole di Marco, Dante sviluppa una vera e propria lezione di filosofia morale e politica, denunciando la degenerazione del suo tempo e indicando nella cattiva guida dei pastori e dei governanti la causa principale del male nel mondo.

Riassunto per versi del Canto 16

Versi 1–18: Il buio fumo degli iracondi

Dante descrive il fumo densissimo che avvolge la cornice degli iracondi, più oscuro del buio infernale e così acre da impedire completamente la vista. Il poeta è costretto a procedere come un cieco, appoggiandosi alla spalla di Virgilio, sua guida sicura. In questa atmosfera opprimente si sente smarrito, ma continua ad avanzare fidandosi del maestro, che lo esorta a non staccarsi da lui. Il cammino diventa quindi una prova di fiducia e di abbandono alla guida razionale rappresentata da Virgilio, mentre il fumo allude alla cecità morale generata dall’ira che acceca l’intelletto e impedisce di vedere la verità.

Versi 19–36: Le preghiere degli spiriti e l’incontro con Marco

Immerso nel fumo, Dante ode delle voci che cantano l’Agnus Dei, invocando la pace e la misericordia dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Tutte le voci hanno una sola parola e un solo tono, segno di perfetta concordia tra le anime purganti. Alla domanda di Dante, Virgilio conferma che si tratta degli spiriti degli iracondi che stanno sciogliendo il nodo della loro colpa. Una di queste anime si rivolge al poeta chiedendogli chi sia. Virgilio invita Dante a rispondere e a domandare la via per salire. Così inizia il dialogo con uno spirito ancora anonimo, pronto a seguirlo almeno con l’udito, vista l’impossibilità di vedere attraverso il fumo.

Versi 37–48: Dante si presenta e l’anima rivela la propria identità

Dante spiega all’anima che sta salendo la montagna con il corpo mortale, legato ancora dalla “fascia” che la morte dissolve, e che è giunto al Purgatorio dopo aver attraversato l’Inferno. Confessa che Dio, per speciale grazia, gli concede di vedere la sua corte in modo straordinario. Chiede quindi allo spirito di rivelargli la propria identità e di confermargli se sta seguendo la strada giusta. L’anima risponde di essere stata lombarda e di chiamarsi Marco, dichiarando di aver conosciuto il mondo e amato il “valore”, la virtù cavalleresca e morale oggi dimenticata. Conferma che Dante procede correttamente verso l’alto e lo prega di ricordarsi di lui nelle sue preghiere una volta giunto in Paradiso.

Versi 49–63: Il dubbio di Dante sul male nel mondo

Dante promette la sua preghiera a Marco, ma confessa di essere tormentato da un dubbio sempre più grande. Egli riconosce, anche dalle parole di Marco, che il mondo è impoverito di ogni virtù e colmo di malizia. Tuttavia non capisce dove stia la causa di questa corruzione: c’è chi la attribuisce al cielo e agli influssi astrali, e chi invece alla responsabilità umana. Per questo, chiede a Marco di indicargli con chiarezza la causa del male, affinché possa comprenderla e spiegarla ad altri. Marco, dopo un profondo sospiro di dolore per la cecità del mondo, si prepara a esporre a Dante una dottrina precisa sul libero arbitrio e sulla corruzione delle guide umane.

Versi 64-96: La dottrina del libero arbitrio e la responsabilità umana

Marco rimprovera gli uomini, accusandoli di attribuire ogni causa al cielo, come se tutto fosse mosso per necessità dagli astri. Se fosse così, dice, non ci sarebbe libertà e dunque neppure giustizia nel premio e nella pena. Il cielo può avviare i movimenti umani, ma all’uomo è stato dato il “lume” per distinguere il bene dal male e un libero voler capace di resistere agli influssi celesti, purché sia ben nutrito con buoni insegnamenti. L’anima nasce pura e innocente, inclinata naturalmente al bene, ma facilmente si inganna inseguendo beni piccoli e apparenti se non è guidata e frenata. Per questo sono necessarie le leggi come freno e un re che distingua il vero bene, orientando la comunità verso la “vera cittade”, cioè verso Dio.

Versi 97–114: La corruzione dei pastori e dei governanti

Marco denuncia che, pur esistendo le leggi, nessuno le applica davvero, perché “il pastor che procede”, cioè i vertici della Chiesa, non è un vero pastore: si ciba dei beni, ma non ha “l’unghie fesse”, simbolo del discernimento spirituale. Il popolo, vedendo i propri capi cercare solo il proprio vantaggio materiale, li imita e non aspira a un bene più alto. La colpa del mondo sta dunque nella cattiva guida, non in una natura umana corrotta in sé. Dante ricorda che Roma aveva un tempo due “soli”: l’Impero e il Papato, che illuminavano rispettivamente la via terrena e quella spirituale. Ora invece la spada e il pastorale si sono uniti, confondendo i due poteri: questa unione violenta ha spento l’ordine originario, causando il disordine universale.

Versi 115–129: Decadenza del Nord Italia ed esemplari di virtù

Marco si sofferma sull’Italia settentrionale, in particolare sulle terre bagnate da Adige e Po, un tempo luogo di valore e cortesia, prima delle lotte sotto l’imperatore Federico II. Oggi, invece, si può attraversare quelle regioni senza timore di incontrare persone tanto nobili da suscitare vergogna in chi non fosse all’altezza nel parlare e nel comportamento. Solo tre “vecchi” rimangono come esempi viventi della virtù antica: Corrado da Palazzo, il “buon Gherardo” e Guido da Castel, detto “il semplice Lombardo”. Questi pochi giusti rimasti sono un rimprovero vivente al secolo corrotto. Marco conclude accusando la Chiesa di Roma di essere precipitata nel fango per aver confuso in sé i due reggimenti, spirituale e temporale, macchiando sé stessa e il carico che porta.

Versi 1300–145: Chiarimenti finali e congedo di Marco

Dante riconosce la solidità del ragionamento di Marco e comprende così perché, nell’Antico Testamento, ai figli di Levi fu vietata l’eredità terrena: per separare nettamente sacro e profano. Poi chiede quale sia esattamente il Gherardo lodato da Marco, mostrando di non identificarlo con sicurezza. Marco si stupisce che, pur parlando toscano, Dante non conosca la fama del “buon Gherardo”, noto soprattutto attraverso la figlia Gaia. Vedendo ormai la luce dell’angelo filtrare attraverso il fumo, Marco annuncia che deve lasciarli prima di essergli visibile. Si congeda augurando che Dio sia con loro e scompare, mentre Dante e Virgilio proseguono verso il termine della cornice degli iracondi.

Personaggi del Canto 16

Dante Alighieri

Dante è il protagonista e il pellegrino che compie il viaggio nell’oltretomba. In questo canto appare come un cercatore di verità, turbato dal male diffuso nel mondo e desideroso di comprenderne le cause profonde. La sua cecità fisica nel fumo degli iracondi rappresenta la cecità morale dell’umanità, ma il poeta, a differenza dei suoi contemporanei, cerca una risposta razionale e teologica al problema del male. Con le sue domande a Marco Lombardo, Dante dà voce ai dubbi del lettore e offre a sé stesso l’occasione di esporre la dottrina del libero arbitrio, della responsabilità personale e del corretto rapporto tra potere spirituale e temporale. È figura dell’uomo che, guidato dalla ragione (Virgilio), cerca la luce della verità.

Virgilio

Virgilio continua a svolgere il ruolo di guida fidata e sapiente. Nel fumo fitto, offre a Dante il proprio omero, permettendogli di avanzare nonostante l’oscurità: è la ragione umana che sostiene l’uomo quando i sensi e le passioni lo accecano. In questo canto interviene poco nel dialogo dottrinale, lasciando spazio a Marco Lombardo, ma resta il punto di riferimento costante, richiamando Dante a non allontanarsi da lui. La sua funzione allegorica rimane quella della ratio naturale, capace di condurre l’uomo al riconoscimento del bene e del male e di prepararlo alla fede, anche se non può da sola introdurlo alla visione piena di Dio, che sarà compito di Beatrice.

Marco Lombardo

Marco Lombardo è un nobile del Nord Italia, probabilmente realmente esistito, noto a Dante come uomo esperto del mondo e amante del “valore”. Nel canto assume un ruolo fondamentale come interlocutore dottrinale. A lui Dante affida l’esposizione della dottrina del libero arbitrio e della responsabilità morale, nonché la denuncia delle colpe della Chiesa e della confusione tra potere religioso e potere politico. Allegoricamente, Marco rappresenta il saggio laico, capace di leggere con lucidità la crisi etica e politica del suo tempo. Pur essendo un’anima penitente per l’ira, è presentato come persona equilibrata, che sa distinguere tra influsso celeste e libertà umana e che richiama all’importanza di leggi giuste e buoni governanti.

Le anime degli iracondi

Le altre anime della terza cornice non hanno nomi specifici, ma formano un coro che canta l’Agnus Dei. Sono coloro che in vita si lasciarono dominare dall’ira, accecandosi spiritualmente. Il fumo in cui sono immersi simboleggia questa cecità e la confusione interiore prodotta dalla passione violenta. Tuttavia, il loro canto unanime e pacato indica che la collera è ormai domata e purificata: la preghiera comune sostituisce il grido furioso. Allegoricamente, mostrano il cammino di purificazione delle passioni, che non vengono annullate ma ordinate verso Dio attraverso la penitenza, la preghiera e la riconciliazione con gli altri, in un clima di concordia e pace.

Temi e Simboli del Canto 16

Il Canto 16 sviluppa alcuni dei temi più importanti del Purgatorio. Centrale è il tema del libero arbitrio: Marco Lombardo afferma che, pur esistendo influssi celesti, l’uomo resta libero e responsabile delle proprie azioni. Negare questa libertà significherebbe annullare la giustizia divina. Accanto a questo emerge il tema della corruzione delle istituzioni: il vero male del mondo non sta nella natura umana, ma nella cattiva guida dei pastori della Chiesa e dei governanti, che inseguono solo il proprio interesse materiale. Simbolicamente, il fumo rappresenta la cecità prodotta dall’ira e, più in generale, dall’errore morale e politico. Importante è anche il simbolo dei “due soli”, Papato e Impero, che dovevano illuminare separatamente la via spirituale e quella temporale: la loro fusione indica la confusione dei poteri e l’origine del disordine storico. Il canto propone così una visione armonica dell’ordine universale, in cui legge, re e Chiesa devono cooperare, rispettando ciascuno il proprio ambito, per guidare le anime verso il vero bene.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.