Purgatorio Canto 17 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Dante e Virgilio escono dal fumo che è allegoria della cecità causata dall'ira e poi conversano sull'Amore e sull'ordinamento morale del Purgatorio
Introduzione al Canto 17
Il Canto 17 del Purgatorio si colloca nella parte centrale della Cantica, sul terzo girone della montagna, dove si purifica il peccato d’ira. Dopo essere usciti dalla coltre di fumo che avvolge gli iracondi, Dante e Virgilio raggiungono una nuova cornice, salendo una scala guidati da un angelo. Il canto è particolarmente importante perché contiene la più ampia dottrina dantesca sull’amore, visto come radice di ogni virtù e di ogni peccato. Attraverso una serie di visioni esemplari e il discorso filosofico-morale di Virgilio, Dante mostra come l’amore possa essere rettamente orientato al bene oppure corrotto e rivolto al male, generando odio, invidia e vendetta. Il canto unisce quindi narrazione, simbolismo e speculazione, segnando una tappa decisiva nella comprensione del funzionamento morale del Purgatorio.
Riassunto per versi del Canto 17
Versi 1–12: Uscita dalla nebbia degli iracondi
Dante invita il lettore a ricordare l’esperienza di trovarsi avvolto nella nebbia in montagna per capire la sua condizione nel girone degli iracondi. Come il sole filtra debolmente tra i vapori che si diradano, così egli scorge lentamente la luce, finché, seguendo Virgilio con passi sicuri, esce dalla nube e rivede il sole al tramonto, già vicino all’orizzonte. Questa scena segna il passaggio simbolico dall’oscurità della passione irata alla chiarezza crescente della ragione. Il sole calante indica anche l’avvicinarsi della notte, che sul Purgatorio sospende l’ascesa, creando una tensione temporale che accompagnerà i passi successivi dei due pellegrini.
Versi 13–39: Le visioni esemplari di mansuetudine e amore
Dante riflette sulla facoltà dell’immaginazione, capace di rapire l’uomo al punto da non fargli sentire neppure il fragore di mille trombe. Egli si chiede chi la muova, se non i sensi, e si risponde che la ispira una luce celeste. Nella sua fantasia appare dapprima l’immagine della crudele Procne, trasformata in uccello, simbolo di empietà; poi una seconda visione rappresenta Cristo crocifisso, con accanto il re Assuero, Ester e Mardocheo, richiamo alla misericordia e alla giustizia divina. Infine, come una bolla che si rompe, l’immagine svanisce e ne sorge un’altra: una fanciulla piangente, Lavinia, che rimprovera la madre Didone per essersi tolta la vita, scegliendo l’ira e la disperazione anziché l’amore materno.
Versi 40–66: L’angelo della scala e la salita al nuovo girone
Come il sonno che si spezza quando una luce improvvisa colpisce gli occhi chiusi, così le visioni di Dante si dissolvono quando un bagliore più forte della luce abituale lo percuote in volto. Mentre si volta per capire dove si trovi, una voce gli indica: “Qui si monta”, distogliendolo da ogni altro pensiero. Dante desidera vedere chi parla, ma la sua vista, come davanti al sole, non riesce a sostenere tanta luminosità. Virgilio spiega che si tratta di uno spirito divino, un angelo che, senza essere pregato, guida i viandanti sulla via della salita, celando la propria forma nella luce. I due, obbedendo all’invito, iniziano a salire la scala prima che venga buio.
Versi 67–78: La beatitudine dei pacifici e l’arrivo sul girone degli accidiosi
Appena Dante mette piede sul primo gradino, sente vicino un fruscio d’ali e un soffio di vento che lo colpisce in volto, mentre una voce proclama: “Beati i pacifici, che son sanz’ira mala!”, citazione delle Beatitudini evangeliche. L’angelo ha così cancellato dal suo volto una delle “P” del peccato. Intanto il giorno declina e le ultime luci del sole lasciano spazio alle stelle che iniziano ad apparire nel cielo. Dante sente la stanchezza nelle gambe e si chiede perché le forze gli vengano meno. Giunti alla sommità della scala, si fermano come una nave che ha raggiunto la riva, pronti a esplorare il nuovo girone del Purgatorio in cui sono entrati.
Versi 79–102: Domanda di Dante e dottrina sull’amore naturale e razionale
Dante attende di sentire qualche voce nel nuovo cerchio, poi chiede a Virgilio quale colpa vi si purifichi e lo invita a parlare anche se i piedi riposano. Virgilio risponde che in questa cornice si raddrizza l’amore del bene manchevole del suo dovere e si corregge il “mal tardato remo”, cioè la lentezza nel tendere al bene. Per chiarire meglio, espone una vera piccola “lezione” sull’amore: nessun creatore o creatura è mai stato privo d’amore, naturale o d’animo. L’amore naturale non sbaglia; l’altro può errare per cattivo oggetto o per eccesso/difetto di intensità. Finché è rivolto al sommo Bene e misura i beni secondari, non genera male; quando invece si volge al male o corre al bene con misura sbagliata, l’uomo usa contro il Creatore la propria natura.
Versi 103–139: Le forme dell’amore cattivo verso il prossimo e l’amore disordinato del bene
Virgilio prosegue spiegando che l’amore è seme di ogni virtù e di ogni azione che merita pena. L’amore non può mai distogliersi dal proprio oggetto naturale, perciò nessuna creatura odia se stessa o Dio come Primo Bene; da lui, infatti, dipendono tutte le cose. Rimane dunque l’amore del male rivolto al prossimo, che nasce in tre forme: chi vuole l’abbassamento altrui per eccellere; chi teme di perdere potere, grazia, onore e fama e perciò ama il male del rivale; chi, offeso, gode della vendetta. Questo triplice amore cattivo è punito nei gironi inferiori. Esiste poi l’amore che corre al bene con ordine corrotto: chi ama il bene vero ma con lentezza (accidia), che qui si purga, e chi ama beni non veri e supremi, disordinando così il proprio desiderio.
Personaggi del Canto 17
Dante
Dante è il protagonista e narratore del canto, pellegrino che procede nella purificazione morale e intellettuale. In questo episodio egli sperimenta sia il potere dell’immaginazione, che lo trasporta in visioni simboliche, sia la fatica fisica della salita, segno del cammino faticoso verso il bene. Le sue domande a Virgilio sull’ordine dell’amore riflettono il suo bisogno di comprendere razionalmente le radici del peccato. Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima umana in viaggio dalla confusione delle passioni (la nebbia dell’ira) alla luce della retta ragione, passando attraverso l’intervento della grazia (l’angelo) e l’istruzione morale ricevuta dal maestro pagano.
Virgilio
Virgilio svolge nel canto il ruolo di guida razionale e maestro di etica. Dopo aver interpretato per Dante la presenza dell’angelo, egli espone una vera e propria dottrina sull’amore, inteso come principio dinamico di ogni atto umano. Spiega la distinzione tra amore naturale e amore d’animo, la loro possibile deviazione e le tre forme di amore cattivo verso il prossimo. Allegoricamente, Virgilio rappresenta la ragione illuminata ma non ancora cristiana, capace di giungere a una profonda comprensione morale e filosofica, pur riconoscendo i propri limiti. In questo canto egli incarna la funzione educativa del Purgatorio, che purifica le passioni ordinandole al vero Bene.
L’angelo della scala
L’angelo compare come voce luminosa che indica il luogo della salita e come soffio d’ali che proclama “Beati i pacifici”. Non è descritto fisicamente perché la sua forma è velata da una luce troppo intensa per la vista di Dante: ciò sottolinea la natura puramente spirituale e la distanza fra l’umano e il divino. Il suo intervento spontaneo, “senza prego”, esprime la gratuità della grazia che guida l’uomo verso l’alto. Allegoricamente, l’angelo rappresenta la grazia divina che collabora con la libertà umana: invita, sospinge, cancella una “P” dal fronte di Dante, segno del progresso nella purificazione dal peccato d’ira e dell’acquisizione della pace interiore.
Procne, Cristo, Assuero, Ester, Mardocheo, Didone e Lavinia
Queste figure compaiono nelle visioni immaginarie di Dante e hanno funzione esemplare. Procne rappresenta l’empietà e la furia vendicativa che degenera in disumanità. Cristo crocifisso, con Assuero, Ester e Mardocheo, richiama invece la carità, la misericordia e la giustizia che prevale sull’odio. Didone, evocata attraverso il lamento di Lavinia, simboleggia l’ira disperata che porta al suicidio, anteponendo la passione al dovere materno e politico. Lavinia stessa è la voce innocente che subisce le conseguenze dell’errore altrui. Allegoricamente, queste figure mostrano concretamente, per immagini, gli effetti opposti dell’odio e dell’amore rettamente orientato, preparando la spiegazione teorica di Virgilio sull’ordine dell’amore.
Temi e Simboli del Canto 17
Il tema centrale del Canto 17 è l’amore come forza originaria di ogni atto umano, radice tanto delle virtù quanto dei vizi. Virgilio mostra come i peccati nascano non dall’assenza di amore, ma dal suo cattivo orientamento: amare il male del prossimo (invidia, ira, superbia) o amare beni limitati come se fossero assoluti (avari, golosi, lussuriosi). Un altro tema chiave è il rapporto tra ragione e grazia: l’angelo segna l’intervento divino che invita e sostiene, mentre Virgilio rappresenta l’analisi razionale dell’ordine morale. Simbolicamente, la nebbia degli iracondi evoca l’oscuramento della mente prodotto dall’ira; il sole che riappare indica il ritorno graduale alla luce della verità. Le visioni di Procne, Cristo, Didone e Lavinia sono simboli narrativi delle diverse forme di amore e di odio, mentre la scala e il vento d’ali dell’angelo rappresentano l’ascesa interiore resa possibile dall’unione di sforzo umano e aiuto divino. L’intero canto assume così valore di “trattato poetico” sull’amore ordinato e disordinato.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.