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Purgatorio Canto 18 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Chiarita la natura dell'Amore, ci si concentra sul libero arbitrio: si palesa San Zeno e poi due esempi di accidia punita, infine Dante si addormenta

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 18

Il Canto 18 del Purgatorio si colloca nella seconda cornice, dove vengono purificate le anime degli accidiosi, ossia coloro che in vita hanno mancato di fervore nel bene. Dopo le spiegazioni dottrinali dei canti precedenti, continua il grande discorso teologico-morale iniziato nel Canto 17 sul tema dell’amore. Virgilio completa la sua “lezione” su che cosa sia l’amore, come nasca nell’animo umano e in che modo si colleghi al libero arbitrio e al merito morale. Nella seconda parte del canto, l’attenzione si sposta sulla scena dinamica delle anime che corrono per espiare l’accidia, gridando esempi di sollecitudine e rimproveri alla negligenza. Si intrecciano così meditazione filosofica e rappresentazione viva della pena, delineando i temi chiave dell’amore come forza originaria, della libertà umana e del contrasto tra ardore e pigrizia spirituale.

Riassunto per versi del Canto 18

Versi 1–27: Il desiderio di conoscere e la definizione di amore

Il canto si apre con Virgilio che ha appena concluso il suo ragionamento, osservando attentamente se Dante sia soddisfatto. Dante, pur avendo ancora “nova sete” di sapere, teme di infastidire il maestro con troppe domande. Virgilio, intuendo il suo timore interiore, lo incoraggia a parlare. Dante chiede allora che gli sia meglio spiegato che cosa sia l’amore, al quale Virgilio ha ricondotto ogni azione buona o cattiva. Virgilio invita Dante a rivolgere a lui le “agute luci de lo ’ntelletto” e inizia a spiegare: l’anima, creata per amare, si muove verso ciò che le piace; la facoltà conoscitiva forma un’immagine interna dell’oggetto e il piegarsi dell’animo verso di essa è l’amore, paragonato al fuoco che naturalmente tende verso l’alto.

Versi 28–45: L’illusione che ogni amore sia buono

Virgilio prosegue chiarendo che, come il fuoco si muove verso l’alto per sua natura, così l’anima “presa” entra nel desiderio, un movimento spirituale che non si ferma finché non gode della cosa amata. Da questa dinamica deriva l’errore di chi crede che ogni amore sia lodevole, solo perché l’oggetto che appare amabile sembra buono. Virgilio usa la metafora della cera: la materia può essere buona, ma non per questo tutti i “segni” impressi sono buoni. Dante riconosce che le spiegazioni del maestro gli hanno chiarito la natura dell’amore, ma confessa di avere ora un dubbio ancora più grande: se l’amore ci viene “offerto” dall’esterno, come può essere meritorio o colpevole il suo andare diritto o torto?

Versi 46–66: Libero arbitrio e merito morale

Virgilio risponde che oltre un certo limite la ragione non può arrivare, e rimanda Dante a Beatrice per le verità di fede. Tuttavia spiega che ogni forma sostanziale unita alla materia possiede una virtù specifica, che si manifesta solo attraverso gli effetti, come la vita delle piante si vede nelle foglie verdi. Nessuno sa con certezza da dove provengano il primo intelletto e il primo desiderio, che nell’uomo sono naturali e non danno luogo a merito o colpa, come l’istinto delle api a fare il miele. Poiché a questi moti primi si riconducono tutti gli altri, è innata nell’uomo una “virtù che consiglia” e presiede all’assenso: qui nasce il merito, secondo che l’uomo accolga e governi amori buoni o cattivi.

Versi 67–81: La libertà innata e il libero arbitrio

Virgilio afferma che i filosofi che hanno approfondito la natura umana hanno riconosciuto questa libertà interiore e perciò hanno fondato la moralità. Anche se ogni amore che nasce dentro di noi sorge per necessità, l’uomo ha il potere di trattenerlo o meno: qui sta la sua responsabilità. È questa la “nobile virtù” che Beatrice chiama libero arbitrio. Virgilio raccomanda a Dante di ricordare a fondo questo concetto, in vista delle future spiegazioni. La scena si sposta quindi sul paesaggio notturno: la luna, alta nel cielo come un secchio ardente, rende le stelle più rade mentre segue il suo corso sulle stesse vie che il sole percorre. Il tono si fa contemplativo, preparando il passaggio dalla speculazione filosofica all’osservazione delle anime penitenti.

Versi 82–102: L’arrivo degli accidiosi e gli esempi di sollecitudine

Virgilio, “l’ombra gentil per cui si noma Pietola”, ha tolto a Dante il peso dei dubbi, tanto che il poeta si sente quasi assopito. Ma la sua sonnolenza è bruscamente interrotta dall’arrivo di una turba di anime che corrono alle loro spalle con grande impeto. Dante paragona il loro movimento alla furia notturna dei seguaci di Bacco lungo fiumi come Ismeno e Asopo. Queste anime, spinte da “buon volere e giusto amor”, avanzano velocemente per espiare la loro antica pigrizia. Due di esse gridano esempi di prontezza nel bene: Maria che corre sollecita verso la montagna presso Elisabetta e Cesare che sprona le sue truppe per conquistare Ilerda e poi corre in Spagna, simboli di sollecitudine spirituale e politica.

Versi 103–145: Dialogo con l’abate di San Zeno ed esempi di accidia

Il resto della schiera grida: “Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda per poco amor”, sottolineando come lo zelo nel bene ravvivi la grazia. Virgilio si rivolge a loro chiedendo dove sia il passaggio per salire alla cornice superiore, spiegando che Dante è vivo e vuole proseguire finché il sole splende. Uno spirito risponde invitandoli a seguirli: sono così pieni di desiderio di muoversi che non possono fermarsi. Si presenta come ex abate di San Zeno a Verona, ai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa, e profetizza sventura per il monastero, perché il nuovo abate, figlio fisico e spirituale infermo del signore locale, è indegno del suo ruolo. Infine Virgilio indica a Dante due anime che mordono l’accidia ricordando esempi negativi: il popolo d’Israele, morto nel deserto prima di vedere il Giordano, e i Troiani che abbandonarono Enea in Sicilia, rinunciando a una vita gloriosa. Dante, immerso nei pensieri, si addormenta e il pensiero si trasforma in sogno.

Personaggi del Canto 18

Dante

Dante è il protagonista e il pellegrino che attraversa il Purgatorio in un percorso di purificazione intellettuale e morale. In questo canto rappresenta l’uomo desideroso di verità, animato da una “nova sete” di conoscenza, ma anche timoroso di chiedere troppo. Il suo dialogo con Virgilio mette in scena il rapporto tra ragione umana e fede: Dante si lascia guidare passo passo, mostrando umiltà e intelligenza. Il suo dubbio sull’amore e sul merito morale è profondamente umano e lo rende portavoce delle perplessità del lettore. Alla fine del canto, il suo passaggio dal pensiero al sogno segnala anche simbolicamente il limite della ragione e l’apertura a forme superiori di conoscenza, preparando l’incontro con Beatrice.

Virgilio

Virgilio è la guida razionale di Dante, simbolo della ragione naturale e della sapienza filosofica pagana. In questo canto svolge soprattutto il ruolo di “alto dottore” che spiega la natura dell’amore, la dinamica del desiderio e il fondamento del libero arbitrio. Con grande chiarezza distingue tra gli impulsi naturali, che non sono meritori né colpevoli, e il consenso dell’anima, dove nasce la responsabilità morale. Allo stesso tempo, mostra i limiti della ragione, dichiarando che oltre un certo punto occorre attendere Beatrice, figura della teologia e della fede. Così Virgilio non è solo un maestro di dottrina, ma anche un educatore alla giusta misura della ragione, che conduce Dante fin dove può, senza pretendere di sostituirsi alla rivelazione cristiana.

L’abate di San Zeno

L’abate di San Zeno è uno dei penitenti che Dante incontra tra gli accidiosi. Si presenta brevemente come abate del monastero veronese ai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa. Il suo intervento, seppur rapido, ha una forte valenza storica e morale: denuncia la futura corruzione del monastero a causa di un abate indegno, figlio fisicamente e spiritualmente malato del signore locale. In questo modo, la sua figura diventa simbolo della decadenza delle istituzioni ecclesiastiche, piegate agli interessi politici e familiari. Il fatto che egli stia scontando l’accidia, mentre denuncia con lucidità l’indegnità del successore, sottolinea come la mancanza di fervore nel bene possa aprire la strada all’abuso di potere e alla corruzione nella Chiesa.

Temi e Simboli del Canto 18

Il Canto 18 ruota attorno al grande tema dell’amore come forza originaria dell’animo umano. Virgilio spiega che l’anima è creata per amare e che il desiderio nasce dall’incontro tra l’oggetto piacevole e la facoltà conoscitiva: l’amore è il piegarsi dell’animo verso ciò che appare buono. Ma non ogni amore è buono: come nella metafora della cera e dei suoi segni, la materia può essere buona mentre la forma impressa è cattiva. Da qui il secondo tema centrale, il libero arbitrio: se i moti primi non sono meritori né colpevoli, è nell’assenso o nel rifiuto che si fonda la moralità. L’uomo è libero di trattenere o meno gli amori che sorgono in lui. La schiera degli accidiosi, che corre gridando esempi di sollecitudine (Maria, Cesare) e di pigrizia (Israeliti nel deserto, Troiani rimasti in Sicilia), rende visibile il contrasto tra fervore e negligenza. La corsa incessante è simbolo della conversione dell’antica inerzia in ardore nel bene. Infine, il passaggio dalla lucida spiegazione razionale al sonno di Dante preannuncia il limite della filosofia e l’ingresso nel regno della fede, rappresentata da Beatrice.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.