Purgatorio Canto 20 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Qui avviene l'incontro con Ugo Capeto che critica i suoi discendenti, infine un terremoto scuote tutti: un'anima del Purgatorio ascende in Paradiso
Introduzione al Canto 20
Il Canto XX del Purgatorio si colloca nella quinta cornice, dove sono purificate le anime degli avari e dei prodighi, distesi a terra e legati mani e piedi. Dante e Virgilio proseguono il loro cammino lungo il ciglio della roccia, mentre odono le voci delle anime che piangono esempi di povertà virtuosa e condannano l’avidità. Il canto è dominato dalla figura di Ugo Capeto, capostipite della dinastia reale di Francia, che denuncia con forza la corruzione e la brama di potere dei suoi discendenti. La seconda parte del canto è segnata da un improvviso terremoto del monte, accompagnato dal canto del Gloria in excelsis Deo, evento misterioso che suscita in Dante un intenso desiderio di capire. I temi centrali sono l’avarizia, l’abuso del potere politico, la giustizia divina e la speranza di redenzione.
Riassunto per versi del Canto 20
Versi 1–27: Il cammino tra gli avari e i prodighi
Dante, pur contro il proprio desiderio di restare ad ascoltare, obbedisce a Virgilio e riprende il cammino lungo il margine stretto della cornice, vicino alla roccia, perché dall’altro lato le anime distese a terra occupano lo spazio. Egli osserva coloro che piangono e fondono a goccia a goccia dagli occhi il “mal che tutto il mondo occupa”, cioè l’avarizia. Scaglia una maledizione contro l’“antica lupa”, simbolo della cupidigia che domina il mondo, e si domanda quando giungerà il misterioso liberatore capace di scacciarla. Nel procedere, Dante ode improvvisamente una voce che, con accenti simili al grido di una donna che partorisce, invoca “Dolce Maria!”, ricordandone la povertà al momento della nascita di Cristo.
Versi 28–60: Elogio della povertà e incontro con Ugo Capeto
Alla prima invocazione seguono altre voci che esaltano esempi di povertà volontaria e onesta: viene ricordato san Fabrizio, che preferì la virtù alla ricchezza, e Niccolò, che elargì generosamente la dote alle fanciulle povere per salvarne l’onore. Colpito dalla bellezza morale di queste parole, Dante si avvicina per conoscere l’anima che le pronuncia. Rivolge allo spirito una domanda diretta: vuole sapere chi sia e perché, tra tanti, sia proprio lui a rinnovare tali lodi. Promette inoltre di ricambiare questa testimonianza, facendone memoria nel mondo dei vivi se riuscirà a completare il breve corso della vita terrena. L’anima inizia allora a rivelare la propria identità e il motivo della sua presenza lì.
Versi 61–96: La confessione di Ugo Capeto e l’origine della dinastia francese
Lo spirito dichiara che parlerà non per attendersi beneficio, ma per riconoscere la grazia che Dante ha ricevuto prima ancora della morte. Rivela di essere Ugo Capeto, “radice de la mala pianta” che ha oscurato la cristianità: dalla sua stirpe derivano i re di Francia, i Filippo e i Luigi, responsabili di ingiustizie e rapine. Racconta umilmente le sue umili origini, figlio di un beccaio di Parigi, e come, alla scomparsa dei vecchi re, si ritrovò con il potere nelle mani, tanto da far incoronare suo figlio. Descrive quindi l’accrescersi del potere dei Capetingi e la progressiva corruzione politica, alimentata da brama di ricchezza e conquista territoriale.
Versi 97–135: Le colpe dei re di Francia e la denuncia dell’avarizia
Ugo Capeto ripercorre alcuni episodi storici in cui i suoi discendenti si sono macchiati di delitti per cupidigia. Ricorda la “gran dota provenzale” e le usurpazioni in Provenza, Normandia, Guascogna; accenna a Carlo d’Angiò, che fece decapitare Corradino e favorì l’uccisione di san Tommaso d’Aquino, sempre con il pretesto di “ammenda”. Profetizza poi eventi futuri (per il tempo di Dante): le imprese di un altro Carlo che verrà in Italia per sconvolgere Firenze, e l’avidità di un re che arriverà a “vendere sua figlia” come fosse una schiava. Ugo si scaglia con veemenza contro l’avarizia che trascina il suo sangue in una tale degradazione da non rispettare neppure i vincoli più sacri della famiglia.
Versi 136–162: Violazione della Chiesa e rinnovazione della Passione di Cristo
Per far meglio comprendere la gravità del male, Ugo Capeto evoca scene di sacrilegio politico contro la Chiesa. Prevede che il giglio di Francia entrerà ad Alagna (Anagni) e che, nel suo vicario, Cristo stesso sarà catturato, schernito, di nuovo abbeverato di aceto e fiele, e crocifisso simbolicamente tra “vivi ladroni”: allusione all’oltraggio di Filippo il Bello contro papa Bonifacio VIII. Descrive il “nuovo Pilato”, così crudele che non si accontenta dell’umiliazione inflitta al pontefice, ma osa portare nel “Tempio” le “cupide vele”, cioè piegare i beni e le prerogative della Chiesa ai propri interessi. Ugo conclude con un’invocazione alla giustizia divina, chiedendo quando finalmente potrà gioire della vendetta che Dio prepara nel segreto.
Versi 163–151: Esempi di avarizia punita e terremoto del monte
Ugo spiega che il loro canto alterna, di giorno, esempi di povertà virtuosa, e, di notte, esempi di avarizia e cupidigia punite. Le anime ricordano Pigmaliòne, Mida, Acàn, Saffira col marito Anania, Eliodoro, Polinestore e Crasso, tutti legati all’avidità del denaro e alla conseguente rovina. Ugo precisa che, poco prima, anche altri spiriti cantavano con lui, ma ora tacciono. Separatisi da lui, Dante e Virgilio cercano di procedere più spediti, quando improvvisamente il monte intero trema con violenza, come non aveva fatto neppure Delo alla nascita di Apollo e Diana. Da ogni parte si eleva allora il canto “Gloria in excelsis Deo”: Dante, atterrito e curioso, resta immobile, mentre il terremoto e il coro cessano, lasciandolo pieno di domande senza risposta.
Personaggi del Canto 20
Dante
Dante è il pellegrino che osserva, ascolta e giudica. In questo canto la sua figura emerge come coscienza morale e politica: maledice l’“antica lupa” dell’avarizia e si mostra indignato per la corruzione dei potenti. Allo stesso tempo, è guidato dall’umiltà e dalla curiosità spirituale: si avvicina alle anime col desiderio sincero di capire e promette di far memoria delle loro parole nel mondo terreno. Il suo timore durante il terremoto del monte rivela la fragilità umana di fronte ai segni misteriosi della grazia e della giustizia divina. Allegoricamente rappresenta l’anima in cammino di purificazione, che impara a condannare l’avidità e a confidare nei disegni di Dio.
Virgilio
Virgilio, maestro e guida di Dante, ha nel canto un ruolo meno discorsivo ma decisivo sul piano simbolico. È lui che invita Dante a muoversi, anche quando il poeta vorrebbe trattenersi, mostrando come la ragione umana debba dirigere il cammino verso il bene senza lasciarsi bloccare da curiosità o compiacimenti. Nel momento del terremoto, Virgilio rassicura Dante con parole brevi ma ferme: “Non dubbiar, mentr’ io ti guido”. Questo intervento sottolinea la funzione di Virgilio come rappresentante della ragione naturale, capace di calmare le paure irrazionali e di mantenere il pellegrino sulla giusta via, pur non potendo ancora spiegare pienamente il mistero della grazia che agisce nel Purgatorio.
Ugo Capeto
Ugo Capeto è l’anima principale del canto, capostipite della dinastia capetingia di Francia. Si presenta con umiltà, ricordando le sue origini modeste, ma denuncia con forza le colpe dei suoi discendenti, trasformatisi in strumenti dell’avarizia. Il suo racconto mescola autobiografia, storia e profezia, diventando una dura condanna dell’intreccio tra potere politico e cupidigia. Allegoricamente, Ugo incarna la coscienza critica della monarchia francese e, più in generale, la degenerazione delle istituzioni quando sono dominate dall’avidità. La sua lucidità nel riconoscere il male della propria stirpe, unita alla fiducia nella giustizia divina, mostra il processo di purificazione della volontà, che passa attraverso la confessione e la condanna dei peccati connessi alla ricchezza e al potere.
Le anime degli avari e dei prodighi
Le anime della quinta cornice, distese a terra e impedite nei movimenti, rappresentano coloro che in vita furono dominati dalla brama di possesso (avari) o dall’eccessiva dissipazione (prodighi). Nel canto, pur non avendo volti singolarmente delineati, agiscono come un coro che alterna l’elogio degli esempi di povertà virtuosa al ricordo delle figure punite per cupidigia. Il loro pianto “a goccia a goccia” e la posizione prona suggeriscono l’attaccamento alla terra e ai beni materiali, ora rovesciato in penitenza. Allegoricamente, esse simboleggiano l’umanità schiava del denaro, ma anche la possibilità di redenzione attraverso la meditazione continua sul contrasto tra l’uso giusto e l’uso perverso delle ricchezze.
Temi e Simboli del Canto 20
Il tema centrale del canto è l’avarizia, simboleggiata dall’“antica lupa” che divora il mondo con la sua fame senza fine. L’intera cornice diventa un grande affresco morale in cui si contrappongono povertà evangelica e cupidigia: da un lato Maria, Fabrizio, Niccolò; dall’altro Pigmaliòne, Mida, Acàn, Crasso. La storia politica di Francia, raccontata da Ugo Capeto, assume valore allegorico: la dinastia capetingia non è solo un riferimento storico, ma un emblema del potere temporale corrotto dall’avidità, capace perfino di violare la Chiesa e “rinnovare” la Passione di Cristo nel suo vicario. Il terremoto del monte e il canto del Gloria in excelsis Deo costituiscono un simbolo forte dell’intervento della grazia: il creato trema quando un’anima si purifica e si innalza, e la gioia celeste esplode nel canto corale. L’ignoranza di Dante di fronte a questo segno indica il limite della ragione umana, che ha bisogno, nel prosieguo del viaggio, di una luce più alta per comprendere il legame tra penitenza, misericordia e giustizia divina.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.