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Purgatorio Canto 24 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Il colloquio si amplia con l'arrivo di Bonagiunta, si definisce il nuovo stile; purificazione del desiderio: frutta irraggiungibile e magrezza

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 24

Il Canto XXIV del Purgatorio si colloca nella sesta cornice, dove sono puniti i golosi, condannati a un digiuno doloroso per aver abusato del cibo e del vino in vita. Dante, accompagnato da Virgilio e Stazio, prosegue l’ascesa incontrando il suo caro amico Forese Donati e, tra le anime, il poeta Bonagiunta da Lucca. Il canto alterna momenti affettivi, riflessioni morali e un importante passaggio teorico sulla poesia stilnovista, attraverso il confronto tra Dante e Bonagiunta. La scena è dominata da corpi scheletrici e da alberi carichi di frutti irraggiungibili, simbolo di una fame ormai spirituale. Temi centrali sono la purificazione del desiderio, il rimpianto per la corruzione di Firenze, la condanna della gola e, sul piano letterario, l’affermazione del dolce stil novo come nuova via poetica ispirata direttamente da Amore.

Riassunto per versi del Canto 24

Versi 1–39: Dialogo con Forese e identificazione delle anime

Dante, Virgilio e Stazio procedono velocemente mentre conversano, paragonati a una nave spinta da buon vento. Le anime macilente dei golosi osservano Dante con meraviglia, accorgendosi che è vivo. Dante chiede a Forese notizie della sorella Piccarda, che ora trionfa in Paradiso. Forese spiega che in questa cornice si possono pronunciare liberamente i nomi e indica varie anime: Bonagiunta da Lucca, il vescovo Martino IV (“dal Torso”), e altri golosi famosi per l’eccesso di cibi e bevande. Tutti sembrano contenti di essere nominati, segno che in Purgatorio la memoria del peccato è ormai ordinata alla purificazione e non più fonte di vergogna sterile.

Versi 40–63: Bonagiunta e la profezia di Gentucca

Dante si concentra su Bonagiunta, che pare conoscerlo meglio degli altri. Il lucchese mormora un nome, “Gentucca”, mentre soffre la pena della giustizia divina. Dante lo invita a parlare chiaramente, e Bonagiunta profetizza che una donna non ancora sposata, a Lucca, farà cambiare a Dante giudizio sulla città, mal vista all’epoca. Gentucca rappresenta una speranza di bene all’interno di una comunità corrotta. Bonagiunta aggiunge che se Dante ha frainteso il suo mormorio, gli eventi futuri chiariranno la profezia. Questa sezione unisce l’elemento profetico-politico (la città di Lucca e i suoi costumi) alla riflessione sul rapporto personale tra Dante e le città del suo esilio.

Versi 64–90: Il riconoscimento del “dolce stil novo”

Bonagiunta chiede a Dante se è lui l’autore delle “nove rime” che iniziano con “Donne ch’avete intelletto d’amore”. Dante spiega il proprio metodo poetico: egli scrive quando Amore lo ispira e si limita a significare ciò che “dita dentro”, cioè detta interiormente. Bonagiunta riconosce allora il “nodo” che ha trattenuto lui, Guittone d’Arezzo e il Notaro (Giacomo da Lentini) “di qua dal dolce stil novo”. Comprende che le penne dei nuovi poeti seguono fedelmente il “dittatore” interiore, mentre la vecchia poesia resta più artificiosa. Con queste parole Dante sancisce la superiorità spirituale e artistica dello stilnovo, fondato su sincerità interiore e ispirazione amorosa come via verso il divino.

Versi 91–129: La processione dei golosi e l’addio a Forese

Le anime dei golosi, paragonate ad uccelli migratori lungo il Nilo, accelerano il passo, rese leggere dalla magrezza e dal desiderio di purificazione. Forese si stacca dal gruppo per restare con Dante e gli chiede quando lo rivedrà. Dante non sa quanto vivrà, ma afferma che il rientro a Firenze non sarà presto, e comunque prima sarà presente “con il voler” alla riva del Purgatorio, perché la sua città si va corrompendo giorno dopo giorno. Forese profetizza allora la pena di suo fratello Corso Donati, trascinato da una bestia verso la valle dell’Inferno. Il tempo in Purgatorio è prezioso, perciò Forese saluta Dante e riparte veloce, lasciandolo con Virgilio e Stazio.

Versi 130–154: Il nuovo albero e la fame frustrata delle anime

Rimasto con le due guide, Dante nota un nuovo albero carico di frutti vivi e vicini al sentiero. Sotto di esso, le anime allungano le mani e gridano parole incomprensibili, come bambini desiderosi che implorano invano. I frutti restano però irraggiungibili: il loro desiderio è volutamente acuito e non soddisfatto, perché la pena consiste proprio nel sentire fame e sete davanti al cibo negato. Le anime si allontanano poi, come se si fossero rese conto dell’inutilità del tentativo. Dante e le guide si avvicinano all’albero, descritto come quello che rifiuta preghiere e lacrime, introducendo il collegamento con l’albero della conoscenza del bene e del male del Paradiso terrestre e con la tentazione originaria di Eva.

Versi 155–154: L’ammonimento sull’albero, l’esempio biblico e l’angelo della temperanza

Una voce nascosta tra le fronde intima ai poeti di passare oltre senza avvicinarsi: sopra, più in alto, c’è l’albero “che fu morso da Eva”, e questa pianta ne è un derivato simbolico. Camminando rasente il margine, ascoltano esempi biblici di punizione degli eccessi: i Lapiti che, sazi, combatterono Teseo, e gli Ebrei che Gedeone non volle come compagni per la loro mollezza nel bere. Dopo un lungo tratto silenzioso, una voce improvvisa li scuote e appare un angelo luminosissimo, che indica la svolta per salire “per pace”. Un vento soave, simile all’aura di maggio, li accarezza e porta un profumo d’ambrosia. L’angelo proclama beati coloro in cui l’amor del gusto non brucia troppo: è la benedizione della temperanza, che segna la fine della cornice dei golosi.

Personaggi del Canto 24

Dante Alighieri

Dante è al tempo stesso personaggio e autore, pellegrino che attraversa il Purgatorio per giungere alla purificazione completa. In questo canto la sua figura assume un duplice ruolo: da un lato è l’amico affettuoso che ritrova Forese e con lui condivide ricordi e giudizi severi su Firenze; dall’altro è il poeta consapevole della propria missione letteraria. Nel colloquio con Bonagiunta, Dante chiarisce la poetica del dolce stil novo, fondato sull’ispirazione interiore di Amore, e si presenta come colui che rinnova la lirica volgare. La sua umanità, la nostalgia per la città corrotta e la tensione verso il bene fanno di lui una figura esemplare di uomo in cammino verso Dio.

Forese Donati

Forese Donati è l’amico d’infanzia di Dante, appartenente alla potente famiglia dei Donati di Firenze. In vita fu noto per i costumi dissoluti e la tendenza alla gola, ma ora, emaciato e pentito, espia il suo peccato nella sesta cornice. Nel canto rappresenta la forza dei legami affettivi che superano la morte: il dialogo con Dante è carico di familiarità, scherzi allusivi e dolorosa consapevolezza del passato. Allegoricamente, Forese incarna la possibilità reale di conversione anche per chi ha vissuto nel vizio. La sua profezia sulla sorte del fratello Corso e sulla decadenza di Firenze aggiunge una forte dimensione etico-politica e mette in luce il contrasto tra la corruzione terrena e il cammino purificatore del Purgatorio.

Bonagiunta da Lucca

Bonagiunta Orbicciani da Lucca è un poeta del Duecento, esponente della lirica precedente allo stilnovo. In questo canto appare tra i golosi, ma il suo ruolo principale è poetico e teorico. Nel dialogo con Dante, Bonagiunta riconosce il limite della propria generazione (“il nodo” che lo tenne lontano dal dolce stil novo) e, con umiltà, accredita la novità della poesia dantesca, guidata direttamente da Amore. Allegoricamente, Bonagiunta rappresenta la tradizione letteraria superata ma non disprezzata: attraverso la sua ammissione, Dante mette in scena il passaggio da una poesia più formale e cortese a una lirica spirituale, interiorizzata. La profezia su Gentucca mostra anche come, dentro le città corrotte, possa ancora germogliare un principio di bene.

Virgilio

Virgilio è la guida razionale e pagana di Dante, simbolo della ragione umana illuminata ma non ancora perfezionata dalla grazia cristiana. Nel Canto XXIV il suo ruolo è più discreto, ma fondamentale: guida fisicamente il pellegrino, lo esorta a passare oltre l’albero della tentazione e a non fermarsi alle attrattive sensibili. Quando parla degli esempi biblici di eccesso e intemperanza, Virgilio incarna la funzione educativa della ragione, che richiama alla memoria le conseguenze storiche e morali del peccato. La sua presenza silenziosa ma costante accanto a Dante e Stazio indica che l’ascesa spirituale richiede sempre l’uso retto dell’intelletto, pur sapendo che, da solo, questo non basta a conquistare la beatitudine eterna.

Stazio

Stazio, poeta latino convertito al cristianesimo, accompagna Dante e Virgilio come figura intermedia tra ragione pagana e fede cristiana. Nel Canto XXIV non interviene direttamente nel dialogo, ma la sua presenza accanto a Dante ha valore simbolico: rappresenta la poesia redenta, che ha riconosciuto Cristo e si è lasciata trasformare dalla grazia. Insieme a Virgilio, Stazio testimonia la continuità tra cultura classica e rivelazione cristiana. Camminando con Dante tra gli esempi di gola, egli mostra che anche l’arte e la letteratura devono purificarsi dagli eccessi e dagli abusi, orientandosi verso fini più alti. La sua figura contribuisce a dare al canto una dimensione di storia della poesia che unisce paganesimo, cristianesimo e medioevo.

L’angelo della temperanza

L’angelo che appare alla fine del canto è il custode del passaggio verso la cornice superiore. È descritto con una luce intensissima, che abbaglia Dante e lo costringe a seguire più i maestri che la propria vista. Allegoricamente, l’angelo rappresenta la grazia divina che aiuta l’uomo a vincere il disordine dei sensi e a moderare l’amore del gusto. Il vento profumato che emana, simile all’aura di maggio, è segno della dolcezza della virtù e della beatitudine promessa a chi sa contenere i desideri. Nelle sue parole di beatitudine per i temperanti si compie la purificazione della gola: solo chi ha ordinato il proprio appetito può procedere in pace verso le cornici successive e, infine, verso Dio.

Temi e Simboli del Canto 24

Il Canto XXIV sviluppa principalmente il tema della purificazione del desiderio. La pena dei golosi – corpi emaciati, alberi carichi di frutti inaccessibili, sete e fame incessanti – rovescia l’eccesso terreno in una privazione educativa: ciò che era disordine dei sensi diventa stimolo a rivolgere il desiderio verso beni spirituali. Gli alberi sono simboli centrali: rimandano all’albero del peccato di Eva e, per contrasto, all’albero della croce e della vita, mostrando come la storia della salvezza si giochi anche sulla corretta gestione dell’appetito. Il dolce stil novo è un altro grande tema: attraverso Bonagiunta, Dante afferma una poetica fondata sulla sincerità interiore e sull’ispirazione d’Amore, in opposizione ai formalismi anteriori. Il canto affronta anche la corruzione politica e morale di Firenze e delle città italiane, con la profezia su Corso Donati e il riferimento a Gentucca. L’angelo della temperanza e il vento profumato simboleggiano infine la grazia che ordina i desideri e rende beati coloro in cui “l’amor del gusto” non brucia eccessivamente, aprendo la via a un rapporto equilibrato tra corpo e spirito.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.