Purgatorio Canto 28 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Dante arriva nella foresta armoniosa e incontra Matelda (allegoria della felicità) che gli spiega la causa del vento e dell'acqua, l'eta dell'oro
Introduzione al Canto 28
Il Canto 28 del Purgatorio si colloca all’inizio della terza e ultima parte della cantica: il Paradiso terrestre, situato sulla cima del monte del Purgatorio. Dopo il lungo itinerario di purificazione, Dante abbandona la riva e entra nella “divina foresta spessa e viva”, luogo di armonia perfetta e di ritorno all’innocenza originaria. Qui incontra Matelda, misteriosa donna che canta e coglie fiori lungo un fiumicello miracoloso. Il canto presenta una forte componente descrittiva e simbolica: la natura incontaminata, il clima di eterna primavera, i due fiumi Letè ed Eunoè, legati alla memoria del peccato e del bene compiuto. Temi centrali sono il recupero dello stato edenico, il rapporto tra uomo, natura e Dio, e la preparazione spirituale dell’anima al futuro incontro con Beatrice e alla visione del divino.
Riassunto per versi del Canto 28
Versi 1–21: L’ingresso nella divina foresta
Dante, desideroso di esplorare il Paradiso terrestre, lascia lentamente la riva e si inoltra nella “divina foresta” caratterizzata da una natura rigogliosa e profumata. Un’aria dolce e immutabile gli accarezza la fronte senza violenza, muovendo le fronde degli alberi che si piegano tutte nella stessa direzione ma senza spezzarsi. Gli uccelli continuano indisturbati il loro canto, armonizzando con il fruscio delle foglie e rendendo l’atmosfera di perfetta letizia. Il poeta paragona questo mormorio al suono del vento scirocco nella pineta di Classe presso Chiassi, richiamando un paesaggio reale per far comprendere meglio al lettore la dolcezza e l’armonia della scena, segno di un mondo finalmente pacificato e libero dai disordini della natura corrotta.
Versi 22–33: Il fiumicello miracoloso
Camminando con passo lento, Dante si addentra tanto nella foresta da non vedere più il punto da cui è entrato. Il suo cammino è interrotto da un piccolo fiume che scorre verso sinistra, piegando dolcemente l’erba lungo le rive. Il poeta nota che tutte le acque più pure del mondo sembrerebbero impure a confronto di questa, tanto è limpida e priva di ogni mescolanza. Essa tuttavia appare “bruna bruna” perché scorre sotto un’ombra perenne, che impedisce ai raggi del sole e della luna di penetrare. Dante si ferma e, con lo sguardo, cerca di osservare oltre il ruscello per contemplare la varietà dei fiori e del verde, introducendo così il momento dell’apparizione di Matelda.
Versi 34–66: L’apparizione di Matelda e il dialogo iniziale
Improvvisamente Dante vede una donna sola che si muove lungo il sentiero, cantando e cogliendo fiore dopo fiore, ornando così la sua via. Egli la prega di avvicinarsi alla riva per poter comprendere il suo canto, e la paragona a Proserpina nel momento in cui perse la madre e la primavera, richiamando il mito del rapimento da parte di Plutone. La donna si volta verso di lui con passo misurato e pudico, abbassando gli occhi come una vergine modesta, ma acconsente alla sua richiesta. Avvicinandosi al fiume, gli fa giungere il “dolce suono” delle sue parole. Quando giunge al punto in cui l’erba è già bagnata dall’acqua, alza gli occhi verso Dante, rivelando una bellezza luminosa che supera persino quella di Venere ferita da Cupido.
Versi 67–84: La bellezza di Matelda e il confronto col fiume
Dante descrive il sorriso raggiante di Matelda, che dalla riva opposta continua a raccogliere fiori, quasi emulando la terra che produce spontaneamente i suoi colori. Tra lei e il poeta scorrono solo tre passi d’acqua, ma questa breve distanza gli appare insormontabile. Per rendere l’idea, Dante paragona il proprio dispiacere a quello di Leandro, separato dall’amata Ero dallo stretto dell’Ellesponto, famoso anche per il passaggio orgoglioso di Serse. Il fiume diventa così simbolo di un limite provvisorio tra l’uomo e la piena visione del divino. Matelda, intuendo lo stupore di Dante, gli spiega che lui è nuovo in quel luogo eletto a nido dell’umanità e che il suo sorriso può averlo confuso; invita quindi a chiarire i suoi dubbi, richiamandosi anche al salmo Delectasti.
Versi 85–102: Le domande di Dante e l’inizio della spiegazione
Dante manifesta a Matelda la sua perplessità: il suono della foresta e la qualità miracolosa dell’acqua sembrano contraddire ciò che aveva udito sulla natura terrestre, segnata da disordine e corruzione. Matelda promette di spiegargli l’origine di ciò che lo stupisce, dissipando la “nebbia” che offusca il suo intelletto. Ella ricorda che il Sommo Bene, Dio, creò l’uomo buono e destinato al bene, donandogli questo luogo come pegno della pace eterna. Per colpa del peccato, l’uomo vi restò poco e mutò l’onesto riso in pianto. Da qui prende avvio la spiegazione teologica e cosmologica: il Paradiso terrestre è un’eccezione rispetto al resto del mondo, protetto dalle perturbazioni che derivano dall’interazione tra acqua, terra e calore.
Versi 103–120: L’ordine naturale del Paradiso terrestre
Matelda spiega che il monte del Purgatorio si è innalzato tanto verso il cielo proprio per sottrarre l’Eden alle “guerre” meteorologiche causate dai vapori della terra e dell’acqua. Qui l’aria è pura e il movimento dei cieli, non ostacolato, percuote la selva, producendo il dolce suono del vento tra le fronde. Le piante, colpite da questo moto, infondono le loro virtù all’aria che poi, girando, le diffonde tutt’intorno, permettendo alla terra di generare alberi diversi secondo la propria dignità e l’influsso celeste. Per questo motivo non è meraviglia se qui crescono piante senza seme visibile. Matelda rivela che tutta la campagna santa è piena di semi e produce un frutto che non si spezza nel mondo di là, alludendo ai beni spirituali eterni che l’Eden simboleggia.
Versi 121–132: I fiumi Letè ed Eunoè
Matelda passa a spiegare la natura dell’acqua che Dante vede: non nasce da sorgenti alimentate da vapori condensati, come i comuni fiumi che aumentano e diminuiscono la portata, ma deriva da una fontana sicura e stabile, regolata direttamente dalla volontà di Dio. Questo fiume si divide in due rami: da una parte scorre l’acqua che cancella la memoria del peccato, dall’altra quella che restituisce viva memoria di ogni bene compiuto. Il primo ramo è il Letè, il secondo l’Eunoè. Matelda precisa che l’Eunoè non può essere gustato se prima non si è bevuto al Letè, indicando così un ordine preciso nella purificazione della memoria: prima l’oblio del male, poi il rafforzamento del bene, passaggio necessario per entrare pienamente in Paradiso.
Versi 133–148: L’età dell’oro e la conclusione del canto
Matelda aggiunge un “corollario”: gli antichi poeti che cantarono l’età dell’oro e la sua felicità forse sognarono proprio questo luogo, ispirandosi simbolicamente al Paradiso terrestre. Qui, infatti, la “radice umana” fu innocente; qui regna eterna primavera e ogni frutto è sempre disponibile; il liquido che scorre è il “nettare” di cui i poeti parlarono. In queste parole si compie il collegamento tra mito classico e rivelazione cristiana. Dante, allora, si volge ai suoi due maestri, Virgilio e Stazio, che mostrano di aver compreso sorridendo il valore dell’ultima spiegazione. Il poeta ritorna infine con lo sguardo alla “bella donna”, chiudendo il canto in un clima di attesa: l’Eden è ormai compreso, ma resta ancora da compiere l’incontro decisivo con Beatrice.
Personaggi del Canto 28
Dante
Dante è il protagonista e narratore del canto: giunto alla vetta del Purgatorio, entra per la prima volta nel Paradiso terrestre. Il suo sguardo è colmo di meraviglia e stupore di fronte alla natura perfetta, che contrasta con l’esperienza del mondo corrotto. In questo canto egli rappresenta l’umanità che, dopo un lungo cammino di pentimento e purificazione, rientra simbolicamente nell’Eden perduto. Le sue domande a Matelda esprimono il bisogno di conciliare fede, ragione e percezione sensibile. In chiave allegorica Dante incarna l’anima ormai quasi pronta alla visione del divino, che deve però completare la purificazione della memoria per poter godere pienamente della grazia e dell’amore di Dio.
Matelda
Matelda è la misteriosa donna che Dante vede sulla riva opposta del fiume, intenta a cantare e cogliere fiori. È figura luminosa e gioiosa, descritta con tratti di pudore e bellezza quasi sovrumana. Nel canto svolge un duplice ruolo: guida e maestra, perché spiega al poeta l’ordine naturale e soprannaturale del Paradiso terrestre, e figura simbolica della beatitudine terrena non ancora perfetta. In chiave allegorica viene spesso interpretata come personificazione della vita attiva santificata, della grazia che prepara l’anima all’incontro con Beatrice (vita contemplativa), o ancora dell’innocenza originaria dell’uomo. Il suo gesto di muoversi tra i fiori, in un’eterna primavera, richiama l’Eden prima del peccato, dove l’uomo viveva in armonia con Dio e con la natura.
Temi e Simboli del Canto 28
Il Canto 28 sviluppa innanzitutto il tema del ritorno all’Eden: il Paradiso terrestre è il luogo dove l’umanità era innocente e felice, anticipazione terrena della pace eterna. La natura descritta da Dante – foresta viva, aria dolce, eterna primavera – simboleggia l’armonia originaria tra uomo, creato e Creatore, incrinata solo dal peccato. Centrale è anche il tema della memoria: i due fiumi Letè ed Eunoè rappresentano la purificazione interiore definitiva. Dimenticare il peccato (Letè) e ricordare pienamente il bene fatto (Eunoè) significa ricostruire l’identità dell’anima secondo il progetto di Dio, liberandola dai sensi di colpa e rafforzando le virtù. Matelda incarna la gioia pura e operosa, segno che la vera felicità non è inerzia ma attività concorde con la volontà divina. Infine, il richiamo all’età dell’oro e al “nettare” fonda un dialogo tra cultura classica e rivelazione cristiana: i miti antichi sono riletti come intuizioni incomplete della verità piena, che in Dante trova la sua sintesi poetica e teologica.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.