Purgatorio Canto 32 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi
Dopo una parata di carri allegorici, Dante passa in rassegna la storia della Chiesa e viene investito della missione di testimoniare la verità
Introduzione al Canto 32
Il Canto XXXII del Purgatorio si colloca nella parte conclusiva del regno della purificazione, nel Paradiso terrestre, subito dopo il trionfo del carro mistico (la Chiesa) guidato dal grifone (Cristo). Dante, guidato da Beatrice e dalla “bella donna” (Matelda), assiste a una serie di visioni dense di simboli storici e religiosi. Il canto è fondamentale perché, attraverso immagini allegoriche, riassume la storia della Chiesa, dalla sua purezza originaria alla corruzione nel tempo, fino alla speranza di un futuro rinnovamento. I temi centrali sono il rapporto tra potere spirituale e temporale, la caduta e la deformazione della Chiesa, la responsabilità del poeta di testimoniare la verità. Il tono è profetico: Dante non solo contempla, ma riceve il mandato di “scrivere” per il bene del mondo che “mal vive”.
Riassunto per versi del Canto 32
Versi 1–33: Dante distolto da Beatrice e la ripartenza del corteo
Dante è totalmente rapito dal “santo riso” di Beatrice, tanto da dimenticare ogni altro senso. Le donne che lo accompagnano lo richiamano bruscamente (“Troppo fiso!”) e gli fanno voltare lo sguardo a sinistra. Abbagliato dal sole, per un momento non vede, ma poi distingue il corteo trionfale che si è riorganizzato: l’esercito glorioso di angeli e beati si è rivolto verso destra, seguendo il carro e il grifone, che riprendono il cammino senza che le penne del grifone si scuotano. Dante, insieme a Stazio e alla “bella donna” (Matelda), segue una delle ruote del carro che compie un arco minore. Il corteo avanza dentro l’“alta selva vòta”, resa deserta dal peccato di Eva, mentre una soave melodia angelica accompagna il loro procedere.
Versi 36–63: L’albero di Adamo e la metamorfosi miracolosa
Dopo un tratto di cammino, paragonato allo spazio che percorrerebbe una freccia in tre voli, Beatrice discende dal carro. Dante sente mormorare il nome “Adamo” e il corteo si ferma davanti a un grande albero spoglio, altissimo, che sovrasta persino le foreste degli Indi. Tutti benedicono il grifone che non lacera con il becco quel legno “dolce al gusto”, alludendo al rispetto di Cristo per la legge divina. Il grifone conduce allora il carro ai piedi dell’albero e vi lega il timone alle sue radici. Subito dopo, come le piante che al tramonto riacquistano vigore e colore, l’albero si rinnova, prendendo una sfumatura intermedia tra rosa e viola. Gli spiriti intonano un inno che Dante non riesce a comprendere fino in fondo, sopraffatto dalla dolcezza del canto.
Versi 64–90: Il sonno di Dante e il risveglio alla Trasfigurazione
Dante accenna al proprio addormentarsi: vorrebbe descriverlo come un pittore che copia da un modello, ma rinuncia, ricordando il sonno degli Argonauti all’udire Siringa. Salta così direttamente al momento del risveglio, provocato da una luce che squarcia il “velo” del sonno e da una voce che lo desta: “Surgi: che fai?”. Il paragone è con gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo sul monte Tabor, risvegliati dalla voce di Cristo dopo aver assistito alla Trasfigurazione. Al risveglio, Dante vede accanto a sé la “pia” donna (Matelda) che prima lo aveva guidato lungo il fiume. Confuso, chiede dove sia Beatrice, e Matelda gli mostra Beatrice seduta sotto la fronda rinnovata dell’albero, circondata da una beata compagnia di spiriti.
Versi 91–108: Beatrice, il mandato profetico e l’osservazione del carro
Dante fissa Beatrice, al punto da non ricordare se Matelda abbia aggiunto altre parole. Beatrice è seduta sola sulla “terra vera”, come guardiana del carro legato al grifone. Intorno a lei, in cerchio, le sette ninfe con le loro lampade formano una sorta di “claustro” luminoso. Beatrice annuncia a Dante che resterà ancora poco nel “bosco” terreno, ma che poi sarà con lei per sempre come cittadino della “Roma” celeste, quella in cui Cristo è “romano”. Gli affida allora un compito preciso: fissare lo sguardo sul carro e, per il bene del mondo che vive male, ricordare e scrivere quello che vedrà. Dante, pienamente obbediente, concentra mente e occhi sul carro, pronto a ricevere la visione profetica delle future vicende della Chiesa.
Versi 109–141: L’aquila, la volpe e il drago: le offese al carro-Chiesa
Con rapidità fulminea, l’aquila (simbolo dell’Impero romano) si abbatte sull’albero, ne rompe la corteccia e colpisce il carro con tutta la sua forza, facendolo piegare come nave in tempesta: è un’allegoria delle persecuzioni e delle intromissioni del potere imperiale nella Chiesa. Dopo l’aquila, una volpe affamata si getta nel “trïunfal veiculo”: la volpe indica le eresie e le falsità dottrinali che insidiano la purezza della Chiesa; Beatrice la scaccia duramente, riprendendola delle sue “laide colpe”. L’aquila però ritorna e lascia nel carro le proprie penne: segno dell’ingerenza permanente del potere temporale nella Chiesa. Dal cielo una voce lamenta: “O navicella mia, com’ mal se’ carca!”. Infine, un drago emerge dalla terra tra le ruote del carro, vi pianta la coda, ne strappa parti e poi scompare, lasciando il resto del veicolo ricoperto da strane piume.
Versi 142–160: La trasformazione mostruosa del carro e la meretrice con il gigante
Il carro, ormai deformato, si trasforma in un “dificio santo” mostruoso: da varie parti spuntano teste, tre sul timone e una in ciascun angolo, per un totale di sette. Le prime tre hanno corna da bue, le altre quattro un solo corno; il veicolo si è mutato in una bestia apocalittica. Sopra di esso, come su una rocca, siede una “puttana sciolta”, figura della Chiesa corrotta, seduttrice e mondanizzata. Accanto a lei compare un gigante, che la bacia talvolta: egli rappresenta il potere politico che si unisce alla Chiesa degenerata. Quando la meretrice volge a Dante il suo sguardo lascivo, il gigante, geloso e violento, la flagella dalla testa ai piedi, poi scioglie il mostro e lo trascina nella selva, usando il corpo della donna come scudo. L’immagine suggella la denuncia dantesca della degradazione storica della Chiesa.
Personaggi del Canto 32
Dante
Dante è il protagonista e testimone della grandiosa visione storico-profetica. Nel canto appare prima come innamorato contemplatore del volto di Beatrice, poi come discepolo richiamato all’ordine e, infine, come profeta incaricato di riferire al mondo quanto ha visto. Il suo sonno e risveglio richiamano gli apostoli sul monte Tabor, sottolineando la dimensione sacra della rivelazione ricevuta. Allegoricamente, Dante rappresenta l’umanità che, guidata dalla grazia e dalla teologia (Beatrice), deve comprendere la storia della Chiesa e trarne un impegno morale e politico. La sua obbedienza alle parole di Beatrice (“fa che tu scrive”) esprime la responsabilità del poeta come strumento di verità e riforma spirituale.
Beatrice
Beatrice domina il canto come figura teologica e profetica. Non guida più solo l’anima di Dante, ma si presenta come interprete della storia sacra e custode del carro-Chiesa. Seduta sotto l’albero rigenerato, circondata dalle sette ninfe, appare come simbolo della Chiesa ideale e della teologia perfetta, radicata nella legge divina. È lei a conferire a Dante il mandato profetico di osservare e scrivere, parlandogli “in pro del mondo che mal vive”. Nella visione delle offese al carro, il suo intervento contro la volpe mostra la funzione correttiva della vera dottrina rispetto alle eresie. Beatrice, infine, preannuncia a Dante la sua futura beatitudine in cielo, confermando il suo ruolo di mediatrice di salvezza.
Matelda (la “bella donna”)
Matelda è la “bella donna” che ha condotto Dante lungo il fiume nel Paradiso terrestre e che in questo canto lo risveglia dal sonno. Il suo ruolo è quello di guida nella dimensione terrena della felicità innocente, legata all’Eden e all’armonia con la natura. In chiave allegorica, Matelda incarna la felicità attiva, la giustizia e la vita virtuosa nella storia, preparazione necessaria alla visione teologica rappresentata da Beatrice. Nel Canto XXXII, ella funge da mediatrice tra il sonno visionario di Dante e la realtà del corteo, aiutandolo a riorientare lo sguardo verso Beatrice e verso l’albero. La sua “pietà” indica una partecipazione affettuosa al cammino di purificazione del poeta.
Il Grifone
Il grifone, creatura biforme (aquila e leone), simboleggia Cristo nella sua duplice natura umana e divina. Nel canto tira il carro e lo lega all’albero, cioè unisce la Chiesa alla legge di Dio e al mistero della croce. Quando gli spiriti lo lodano perché non ferisce l’albero, si allude alla fedeltà di Cristo alla legge e al disegno divino, senza violenza o sopruso. Il suo allontanarsi con parte del corteo e il lasciare Beatrice come “guardia” del carro indicano il distacco visibile di Cristo dalla Chiesa storica, pur rimanendo suo fondatore. Il grifone è il centro del trionfo precedente e qui resta la misura della vera Chiesa, contrapposta alle successive deformazioni del carro.
L’Aquila
L’aquila che si abbatte sul carro è il simbolo dell’Impero, in particolare dell’Impero romano e delle sue eredi potenze temporali. La violenza con cui rompe la corteccia dell’albero e colpisce il veicolo allude alle persecuzioni iniziali contro i cristiani e, più in generale, all’ingerenza del potere politico nella sfera spirituale. Il suo secondo intervento, quando lascia le proprie penne sul carro, rappresenta la commistione stabile tra potere imperiale e Chiesa, come nelle donazioni e nei privilegi temporali. Per Dante, questa fusione è causa di corruzione: la Chiesa, caricata di beni e potere mondano, si allontana dalla sua purezza evangelica. L’aquila incarna dunque il nodo, per Dante drammatico, del rapporto distorto tra impero e papato.
La Volpe
La volpe che si getta nel “trïunfal veiculo” è descritta come “d’ogne pasto buon digiuna”, immagine di insaziabile avidità. Allegoricamente rappresenta le eresie e le falsificazioni dottrinali, ma anche l’astuzia corrotta di predicatori e chierici infedeli. Non distrugge il carro con la forza, ma lo contamina dall’interno, come una dottrina falsa che si insinua nella comunità dei fedeli. L’intervento di Beatrice, che la rimprovera delle sue “laide colpe” e la mette in fuga, indica che la vera teologia e la santità della Chiesa, quando sono attive, possono ancora respingere gli errori. La volpe è quindi simbolo delle deviazioni intellettuali e morali che minacciano la purezza del messaggio cristiano nel corso della storia.
Il Drago
Il drago che emerge dalla terra tra le ruote del carro e vi pianta la coda è una figura tenebrosa e demoniaca. Il gesto di perforare il carro, strapparne parti e poi tornare sottoterra suggerisce un’azione sotterranea, subdola ma devastante. Molti interpreti vi vedono un’allusione a Satana o a poteri maligni che agiscono nella storia della Chiesa, oppure a eventi specifici di grave corruzione interna. Il fatto che dopo il suo passaggio il carro venga ricoperto di piume e deformato indica che questa azione dà avvio alla completa metamorfosi mostruosa della Chiesa storica. Il drago simboleggia quindi il momento in cui il male non solo ferisce, ma altera strutturalmente l’istituzione, predisponendola a diventare la bestia apocalittica vista alla fine del canto.
La Puttana e il Gigante
La “puttana sciolta” seduta sul carro trasformato rappresenta la Chiesa corrotta e mondanizzata, spesso identificata con la “meretrice” dell’Apocalisse, ovvero la Roma papale degenerata. Il suo atteggiamento sfrontato e lo sguardo lascivo verso Dante mostrano la volontà di sedurre e dominare. Il gigante al suo fianco, che la bacia e poi la flagella, è simbolo del potere politico (per molti, la monarchia francese) che prima si unisce alla Chiesa per interesse e poi la domina con violenza. Il trascinamento nella selva allude al trasferimento del papato in Avignone e alla soggezione ai re stranieri. Insieme, puttana e gigante incarnano l’alleanza adulterina tra potere spirituale e temporale, che porta la Chiesa alla sua massima deformazione storica.
Temi e Simboli del Canto 32
Il Canto XXXII sviluppa soprattutto il tema della storia della Chiesa, letta in chiave simbolica e profetica. Il carro è il simbolo centrale: rappresenta la Chiesa nella sua dimensione storica, inizialmente pura e legata al grifone-Cristo, poi progressivamente deformata dalle ingerenze del potere politico (aquila, gigante), dalle eresie (volpe) e dal male demoniaco (drago). L’albero spoglio, poi rigenerato, richiama l’albero della conoscenza del bene e del male, il peccato di Adamo ed Eva e, al tempo stesso, la Croce e la legge divina: legando il carro al suo tronco, il grifone riafferma che la vera Chiesa è radicata nell’obbedienza a Dio. Forte è il tema del rapporto tra potere spirituale e temporale, visto da Dante come origine della corruzione: le penne dell’aquila e la figura del gigante indicano la pericolosa commistione tra papato e potere politico. La puttana e il mostro a sette teste richiamano l’Apocalisse, proiettando sulla Roma papale e sulla Chiesa degenerata le immagini della meretrice e della bestia. Infine, il tema del mandato profetico è fondamentale: Beatrice incarica Dante di “scrivere” per il bene del mondo, facendo del poeta un testimone responsabile di questa storia sacra e tragica.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.