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Purgatorio Canto 33 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Dante si trova nell'Eden con Beatrice che gli profetizza l'esilio e il Purgatorio tra i superbi, infine il poeta si immerge nell'Eunoe per purificarsi

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 33

Il Canto XXXIII del Purgatorio è l’ultimo della seconda cantica della Commedia e conclude il percorso di purificazione di Dante nel Paradiso Terrestre. Dopo le grandiose visioni del carro e della corruzione della Chiesa nei canti precedenti, qui Beatrice offre a Dante le ultime spiegazioni dottrinali e profetiche, rimproverandolo ma anche guidandolo con dolce fermezza. Il canto si apre con un’invocazione salmodiata dalle donne che accompagnano Beatrice e prosegue con la profezia del misterioso “cinquecento diece e cinque”, destinato a restaurare la giustizia divina. Centrale è inoltre il simbolismo dell’albero del bene e del male, della colpa originaria e della giusta distanza tra volontà umana e legge di Dio. Il canto si chiude con l’immersione di Dante nelle acque dell’Eünoè, che completa la sua rigenerazione spirituale e lo rende “puro e disposto a salire a le stelle”, pronto per il viaggio nel Paradiso.

Riassunto per versi del Canto 33

Versi 1–21: Il salmo e l’esortazione di Beatrice

Il canto inizia con le donne che accompagnano Beatrice, le quali cantano piangendo il salmo “Deus, venerunt gentes”, richiamo alla profanazione delle cose sacre. Beatrice ascolta con atteggiamento di intensa pietà, paragonata a Maria sotto la croce. Poi, in piedi e arrossata come fuoco, pronuncia le parole evangeliche “Modicum, et non videbitis me…”, rivolgendosi alle compagne. Subito dopo le sette donne si pongono davanti a lei e, con un semplice cenno, invitano Dante e Stazio a seguirle. Mentre camminano, Beatrice richiama Dante accanto a sé e lo sprona ad avvicinarsi di più, affinché sia meglio disposto ad ascoltare le sue parole. Quindi lo rimprovera affettuosamente perché non osa ancora interrogarla liberamente mentre procedono insieme.

Versi 22–51: Il rimprovero e la profezia del “DXV”

Dante, confuso da timore e rispetto, balbetta che Beatrice conosce già i suoi bisogni interiori. Lei lo esorta a liberarsi da paura e vergogna, a non parlare più come chi sogna. Beatrice annuncia allora che il “vaso” rotto dal serpente, simbolo dell’innocenza originaria, non esiste più, ma chi ne ha colpa non sfuggirà alla vendetta divina. Profetizza che l’aquila imperiale riavrà un successore degno e che un misterioso inviato di Dio, indicato dal numero “cinquecento diece e cinque” (DXV), eliminerà la “fuia” (la corruzione della Chiesa) e il gigante (il potere mondano che la sostiene). Ammette che le sue parole sono oscure come gli enigmi di Temi e Sfinge, ma assicura che i futuri eventi le chiariranno senza danno per i giusti.

Versi 52–72: L’albero, il peccato originale e l’ingegno addormentato

Beatrice invita Dante a fissare nella memoria le sue parole e a trasmetterle ai vivi, ricordando soprattutto com’è l’albero che ha visto, sacro e già due volte derubato. Spiega che chi lo danneggia offende Dio in modo sacrilego, perché esso è destinato solo al suo uso. Rammenta che, per averne morso il frutto, la prima anima (Adamo) rimase per più di cinquemila anni in pena e desiderio, mentre Cristo espiava quel peccato nel proprio corpo. Poi accusa Dante di avere l’ingegno “addormentato” se non comprende l’eccezionale dignità e posizione dell’albero. Se i suoi pensieri non fossero stati offuscati dalle “acque d’Elsa” (le cure terrene e le passioni), egli riconoscerebbe nella proibizione dell’albero la pura giustizia divina, colta in senso morale.

Versi 73–102: La critica alla “scuola” seguita da Dante

Beatrice constata che l’intelletto di Dante è come pietra indurita, abbagliato dalla luce del suo discorso; perciò vuole che le sue verità siano almeno “dipinte” nella sua mente, come un pellegrino porta il bordone con la palma. Dante assicura che la sua mente è segnata come cera sotto un sigillo, ma chiede perché le parole di Beatrice volino così alte rispetto alla sua capacità di comprensione. Beatrice risponde che ciò deve servirgli a riconoscere i limiti della “scuola” filosofica seguita in vita (in particolare Aristotele e i maestri mondani) e a vedere quanto la dottrina umana si discosta dalla rivelazione divina, come la terra dal cielo più alto. Quando Dante nega di essersi mai allontanato da lei, Beatrice gli ricorda l’oblio causato dal Letè, prova di una colpa di volontà nella sua vita precedente.

Versi 103–129: La rivelazione dei due fiumi e il ruolo di Matelda

Il sole è ormai alto sul meriggio quando il gruppo si ferma presso un’ombra fredda, simile a quella dei boschi alpini su ruscelli gelidi. Davanti alle sette donne Dante vede scaturire da una sola fonte due fiumi, che riconosce come l’Eufrate e il Tigri, uniti alla sorgente e poi separati lentamente come amici che si dividono. Domanda che acque siano, e gli viene detto di rivolgersi a Matelda. La donna afferma di aver già spiegato a Dante queste e altre cose, e che il Letè non gliele ha nascosti. Beatrice precisa che forse l’eccesso di cure e pensieri ha oscurato la sua memoria; indica quindi l’Eünoè e ordina a Matelda di condurvi Dante per ravvivare in lui ogni ricordo del bene compiuto.

Versi 130– 145: L’immersione in Eünoè e la preparazione al Paradiso

Matelda, obbediente e sollecita, accetta subito la richiesta di Beatrice, incarnando l’animo gentile che fa propria la volontà altrui senza indugio. Prende Dante con sé e invita Stazio a seguirli. Il poeta dichiara che, se avesse più spazio nel poema, canterebbe a lungo la dolcezza di quell’acqua che non lo avrebbe mai saziato. Tuttavia le carte destinate al Purgatorio sono complete, e l’“arte” poetica deve fermarsi. Dante racconta solo l’essenziale: uscito dal sacro fiume, si sente rinnovato come una pianta che metta fronde nuove in primavera. È ormai puro e interiormente disposto per l’ascesa alle sfere celesti, e il canto si chiude con l’annuncio del passaggio alla nuova cantica: la salita “a le stelle” del Paradiso.

Personaggi del Canto 33

Beatrice

In questo canto Beatrice è guida teologica e giudice morale definitivo del cammino di Dante nel Purgatorio. Il suo ruolo è duplice: da un lato rimprovera il poeta per gli smarrimenti intellettuali e affettivi del passato, dall’altro lo istruisce con visione profetica sui destini della Chiesa e dell’Impero. Allegoricamente, Beatrice rappresenta la teologia rivelata e la grazia illuminante che supera la filosofia umana. Il suo parlare elevato, spesso difficile da comprendere, manifesta la distanza tra sapienza divina e ragione naturale. Attraverso lei Dante comprende il peccato originale, la giustizia di Dio, l’errore delle “scuole” terrene e la speranza di una riforma futura. Nell’atto finale, dopo l’Eünoè, Beatrice ha ormai preparato Dante alla visione diretta di Dio nel Paradiso.

Dante-personaggio

Dante è il pellegrino ormai giunto al termine della purificazione. In questo canto appare ancora timoroso, quasi incapace di rivolgere liberamente domande a Beatrice, segno di un rispetto ancora non del tutto trasfigurato in fiducia filiale. Il suo intelletto è spesso definito “addormentato” o “impetrato”, perché fatica a cogliere il senso profondo dei simboli (albero, fiumi, profezia del DXV). Allegoricamente, Dante rappresenta l’anima cristiana che passa dalla conoscenza filosofica alla sapienza teologica, riconoscendo i limiti della ragione. L’immersione in Eünoè, dopo quella in Letè, completa il suo rinnovamento: non solo dimentica il male, ma recupera perfettamente il ricordo del bene compiuto, divenendo creatura nuova, pronta alla contemplazione beatifica del Paradiso.

Matelda

Matelda, figura misteriosa comparsa nei canti del Paradiso Terrestre, assume qui un ruolo decisivo e operativo. È lei che ha già spiegato a Dante il senso dei due fiumi e che ora lo conduce a bere l’acqua dell’Eünoè, obbedendo a Beatrice con prontezza “donnesca” e cortese. Allegoricamente incarna l’innocenza operosa, la giustizia attiva e la felice condizione dell’uomo nella natura prima del peccato. È anche simbolo delle virtù attive che cooperano alla grazia: mentre Beatrice illumina l’intelletto, Matelda agisce sui sensi e sull’anima, mediante i riti del lavacro. In questo canto rafforza l’idea che la salvezza cristiana non è solo conoscenza, ma anche trasformazione concreta, in cui la volontà aderisce prontamente al bene e alla legge divina.

Stazio

Stazio, poeta latino convertito al cristianesimo, è presente ma in secondo piano. Non parla direttamente, ma segue Dante e Matelda verso l’Eünoè su invito cortese della donna. La sua figura mantiene tuttavia un ruolo allegorico importante: rappresenta la poesia pagana “battezzata”, cioè la cultura classica che, illuminata dalla fede, può accompagnare l’uomo fino alle soglie della visione di Dio, pur non essendo guida ultima. Come personaggio, mostra umiltà e docilità, accettando di seguire senza proteste i percorsi indicati da Beatrice e Matelda. La sua presenza accanto a Dante sottolinea il passaggio dalla poesia terrena alla poesia sacra: dopo l’Eünoè, anche l’arte di Dante sarà rigenerata, capace di cantare il Paradiso oltre i limiti dell’eredità classica.

Temi e Simboli del Canto 33

Il Canto XXXIII concentra e sigilla i grandi temi del Purgatorio. Innanzitutto la purificazione: con il passaggio dal Letè all’Eünoè si compie la trasformazione interiore di Dante, che dimentica definitivamente il male e riacquista pieno ricordo del bene. Questo doppio lavacro simboleggia la completa guarigione della memoria e della volontà cristiana. Centrale è poi il peccato originale, rappresentato dall’albero sacro e dal “morso” che costò ad Adamo millenni di desiderio inappagato. L’albero diventa emblema del limite posto da Dio alla libertà umana, e della giustizia divina nel vietarne l’uso.

Un altro tema fondamentale è il rapporto tra ragione e rivelazione. Beatrice critica la “scuola” seguita da Dante, cioè la filosofia puramente umana, incapace di raggiungere le altezze della verità teologica. Il suo discorso volutamente arduo mostra lo scarto fra dottrina divina e sistemi mondani. La profezia politica e religiosa del “cinquecento diece e cinque” introduce il motivo della speranza in un riformatore voluto da Dio, che restaurerà il giusto ordine tra Chiesa e Impero. Infine, fortissimo è il simbolismo dei fiumi (Letè, Eünoè, Eufrate e Tigri), che legano il Paradiso Terrestre all’Eden biblico e rappresentano diversi aspetti della memoria spirituale, facendo del canto una grande meditazione sulla storia della salvezza e sul destino dell’umanità redenta.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.