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Purgatorio Canto 7 di Dante – Riassunto, Analisi e Personaggi

Il canto si apre con un colloquio tra Virgilio e Sordello, questi spiega la legge della salita del purgatorio e poi indica i principi presenti

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Introduzione al Canto 7

Il Canto 7 del Purgatorio si colloca nella prima cornice dell’Antipurgatorio, dove sostano le anime dei principi negligenti. Dante, accompagnato da Virgilio, incontra Sordello da Goito, poeta mantovano, che nel canto precedente aveva manifestato un intenso affetto patriottico per il “dolce piano” di Mantova. In questo canto Sordello riconosce l’identità di Virgilio e lo onora come massimo poeta latino. Successivamente guida Dante e Virgilio verso una valle fiorita dove riposano, al calar del sole, numerosi sovrani medievali che in vita furono responsabili, con la loro negligenza politica e morale, delle sofferenze dell’Europa e in particolare dell’Italia. Temi centrali del canto sono la funzione civile della poesia, la denuncia della cattiva politica, il contrasto tra grandezza dinastica e decadenza morale, insieme al simbolismo del limite notturno che sospende l’ascesa purgatoriale.

Riassunto per versi del Canto 7

Versi 1–27: Il riconoscimento di Virgilio da parte di Sordello

Dopo i ripetuti saluti cortesi tra Dante, Virgilio e Sordello, quest’ultimo chiede chi sia il maestro di Dante. Virgilio rivela la propria identità, ricordando di essere stato sepolto da Ottaviano Augusto e di trovarsi nel Limbo, escluso dal Paradiso solo per mancanza di fede cristiana. Sordello, inizialmente incredulo e stupefatto, riconosce in lui la “gloria di Latin” e lo abbraccia con profonda umiltà e venerazione. Gli chiede allora da dove provenga e se arrivi dall’Inferno, per quale via. Virgilio spiega di essere stato mosso da una virtù celeste e descrive sinteticamente il Limbo, dove dimorano i non battezzati e i virtuosi pagani, insieme ai bambini morti prima del peccato.

Versi 28–41: Il Limbo e la richiesta di una guida nel monte

Virgilio precisa che nel Limbo non vi sono tormenti fisici, ma solo tenebre e sospiri, nati dal rimpianto della visione mancata di Dio. Egli vi abita con i bambini morti innocenti e con coloro che, pur non avendo praticato le tre virtù teologali, vissero virtuosamente seguendo le virtù morali. Conclusa la spiegazione, Virgilio chiede a Sordello se conosce una via che permetta di raggiungere più rapidamente il punto in cui ha inizio il vero Purgatorio. Sordello risponde che non c’è un luogo fisso di passaggio, ma che ha libertà di muoversi sul monte e si offre come guida, ponendosi al loro servizio e annunciando tuttavia il limite imposto dall’approssimarsi della notte.

Versi 42–63: Il limite della notte e l’attesa in una valle

Sordello fa notare che il giorno sta declinando e che di notte non si può salire verso l’alto del monte, non per un divieto esterno, ma per l’impedimento naturale delle tenebre che rendono impossibile l’ascesa spirituale. Per chiarire il confine simbolico, traccia una riga sul terreno, affermando che dopo il tramonto neppure quella potrebbe essere varcata verso l’alto. Spiega però che si può scendere e camminare lateralmente lungo la costa finché l’orizzonte è chiuso. Virgilio, meravigliato da questa legge del luogo, invita allora Sordello a condurli in un punto dove sia possibile sostare con diletto in attesa del nuovo giorno, e la guida indica una vicina valle riparata.

Versi 64–84: La valle fiorita dei principi negligenti

Procedendo lungo un sentiero obliquo, tra piano e pendio, i tre pellegrini giungono sul fianco di una conca del monte, dove la costa si incurva formando un grembo naturale. Qui Dante contempla uno spettacolo di straordinaria bellezza: l’erba e i fiori, per varietà e intensità di colore, superano oro, argento, pigmenti preziosi come il cocco, la biacca, l’indaco e persino il verde dello smeraldo appena spezzato. Non è solo la vista a essere colpita: la valle è impregnata di una mescolanza armoniosa di profumi, dolce ma indistinta. In mezzo a quel prato egli scorge anime sedute che cantano il Salve Regina, ma dalla sommità della valle non risultano distinguibili singolarmente.

Versi 85–90: Indicazioni di Sordello sulle anime e sul loro riconoscimento

Sordello, il “Mantoano” che li ha condotti fin lì, invita Dante e Virgilio ad attendere ancora prima di scendere tra quelle anime: dalla posizione elevata del balzo, dice, potranno cogliere meglio gesti ed espressioni dei principi seduti nella valle rispetto a quando saranno in mezzo a loro. Preannuncia che li aiuterà a riconoscere singolarmente le figure presenti, tutte legate al potere politico europeo del suo tempo. Si prepara così la lunga rassegna di sovrani e signori negligenti, che Dante guarderà con sguardo critico, cogliendo nella loro postura e nei loro atteggiamenti il segno del pentimento, del rimorso e della consapevolezza dei mali causati alle loro terre.

Versi 91–136: La “litania politica” dei sovrani e la denuncia della decadenza

Sordello inizia a indicare, uno per uno, i principi seduti nella valle: Rodolfo d’Asburgo, che avrebbe potuto risanare le ferite dell’Italia; Ottocaro II di Boemia, più virtuoso del figlio Venceslao; Filippo III e Filippo IV di Francia, responsabili dei mali francesi; Pietro III d’Aragona e Carlo I d’Angiò, colpevoli di aver oppresso Puglia e Provenza; Carlo II, Giacomo e Federico, nei quali non si tramanda la grandezza degli avi; le regine Costanza, Beatrice e Margherita; Enrico III d’Inghilterra, “re di semplice vita”; infine Guglielmo VII marchese del Monferrato, la cui memoria è legata alla guerra di Alessandria. L’elenco evidenzia la distanza tra nobiltà di sangue e nobiltà morale, denunciando la decadenza politica del tempo.

Personaggi del Canto 7

Virgilio

Virgilio è la guida razionale e morale di Dante, simbolo della ragione umana e della sapienza classica. In questo canto rivela a Sordello la propria identità di poeta latino, onorato come massimo modello della lingua e cultura romana. Nel dialogo sul Limbo egli chiarisce la condizione dei virtuosi pagani, esclusi dalla salvezza solo per mancanza di fede, mostrando al tempo stesso la grandezza e il limite della ragione non illuminata dalla grazia. Il suo rapporto con Sordello — fatto di rispetto, venerazione e affinità mantovana — sottolinea la continuità tra tradizione classica e poesia volgare, e rafforza la dimensione civile e politica del viaggio purgatoriale.

Sordello

Sordello da Goito è un poeta mantovano del Duecento, qui presentato come anima gentile e cortese dell’Antipurgatorio. Dopo lo stupore per l’incontro con Virgilio, che considera il massimo onore per la sua “lingua nostra”, egli assume il ruolo di guida locale di Dante e Virgilio sul monte del Purgatorio. Allegoricamente rappresenta l’amor di patria e l’impegno civile del poeta, già manifestato nel canto precedente con il suo lamento per l’Italia divisa. In questo canto diventa il mediatore che introduce Dante alla “valle dei principi”, svelando con lucidità critica le responsabilità morali e politiche dei sovrani europei e dando alla poesia una chiara funzione di denuncia storica.

Rodolfo d’Asburgo

Rodolfo d’Asburgo, presentato come il più alto tra i principi seduti, fu imperatore del Sacro Romano Impero. Sordello lo indica come colui che avrebbe potuto “sanar le piaghe c’hanno Italia morta”, ma che mancò a questo dovere. La sua figura incarna il rimpianto per l’occasione perduta: un imperatore che, pur avendo il potere di ristabilire l’ordine politico, restò assente dalle questioni italiane. In chiave allegorica, Rodolfo rappresenta la responsabilità del potere universale verso il bene comune e la necessità di un’autorità giusta che garantisca la pace. Il suo pentimento silenzioso, espresso nella postura, denuncia la distanza tra dovere politico e azione concreta.

Ottocaro II di Boemia e Venceslao

Ottocaro II di Boemia è ricordato come sovrano valoroso, “miglior assai” del figlio Venceslao, dominato da lussuria e ozio. Dante, tramite Sordello, contrappone padre e figlio per evidenziare la decadenza morale delle dinastie: la grandezza politica e militare di Ottocaro non si trasmette ai discendenti. Allegoricamente, Ottocaro rappresenta la virtù regale, mentre Venceslao simboleggia la corruzione del potere quando questo si abbandona ai vizi. Il loro accostamento mostra come la nobiltà di sangue non garantisca la nobiltà d’animo e come la responsabilità del governante consista nel mantenere vive le qualità morali, non solo nel detenere il titolo.

Filippo III, Filippo IV di Francia e gli “angioini”

Filippo III (“il nasetto”) e Filippo IV il Bello sono presentati come figure strettamente legate al “mal di Francia”, origine di grandi disordini politici e morali in Europa. Battendosi il petto e appoggiando il volto sulla mano, essi manifestano rimorso per la vita viziosa e corrotta. Accanto a loro compaiono Pietro III d’Aragona e Carlo I d’Angiò, responsabili dei conflitti che colpirono Puglia e Provenza. Allegoricamente, questi sovrani rappresentano l’abuso del potere, la cupidigia territoriale, la degenerazione della monarchia in strumento di ambizione personale. Dante, tramite Sordello, li usa come esempi di cattiva regalità, contrapponendoli all’ideale di sovrano giusto e moderato che dovrebbe garantire pace e giustizia.

Enrico III d’Inghilterra

Enrico III è definito “re de la semplice vita” e siede solo, separato dagli altri principi. Pur non essendo esente da responsabilità politiche, qui è presentato in modo più benevolo, come figura di sovrano meno corrotto e più moderato. In lui Dante vede un esempio di possibile “migliore uscita” nei discendenti, a differenza di altre dinastie decadenti. Allegoricamente, Enrico III incarna l’ideale di un potere sobrio, non dominato dall’avidità, capace almeno in parte di mantenere una dimensione etica. Il suo isolamento scenico sottolinea la sua diversità rispetto alla schiera di principi segnati da lussuria, negligenza e ambizione eccessiva.

Guglielmo VII del Monferrato

Guglielmo VII, indicato come “Guiglielmo marchese”, è raffigurato in posizione più bassa, mentre guarda verso l’alto. È ricordato per la guerra di Alessandria, che fece piangere il Monferrato e il Canavese, simbolo delle devastazioni causate da ambizioni signorili e conflitti locali. La sua presenza, insieme ai grandi sovrani d’Europa, amplia lo sguardo di Dante alla crisi politica italiana su scala regionale. Allegoricamente, Guglielmo rappresenta i signori che, per brama di potere, sacrificano la pace e il benessere dei sudditi. La sua postura rimanda alla presa di coscienza del male commesso, mentre la memoria delle rovine di Alessandria denuncia la follia delle guerre fratricide.

Temi e Simboli del Canto 7

Il Canto 7 del Purgatorio intreccia fortemente temi politici, morali e simbolici. Centrale è il tema della responsabilità dei governanti: la “valle dei principi” raccoglie sovrani e signori che, pur investiti di grandi poteri, furono negligenti o corrotti, causando guerre e sofferenze. Dante denuncia la decadenza dinastica, mostrando come la virtù raramente si trasmetta per eredità: il sangue nobile non garantisce la nobiltà d’animo. Collegato a ciò è il tema della critica alla politica contemporanea, soprattutto alla Francia e all’Impero assente dall’Italia.

La valle fiorita è un simbolo complesso: da un lato bellezza e armonia della creazione, dall’altro luogo di sosta e riflessione per chi ha ritardato il proprio cammino verso Dio. I colori e i profumi indicibilmente ricchi alludono alla sovrabbondanza della grazia, mentre il canto del Salve Regina esprime la speranza nella misericordia. Il limite notturno all’ascesa è simbolo del buio interiore che impedisce il progresso spirituale: non è un divieto esterno, ma l’impossibilità di elevarsi senza luce. Infine, il dialogo tra Virgilio e Sordello ribadisce il ruolo civile della poesia, chiamata a illuminare la storia e a giudicare i potenti alla luce della giustizia divina.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.