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Notre-Dame de Paris: mostri e diversi sotto lo sguardo della cattedrale

Nella festa dei folli tutti i ruoli sono capovolti: il popolo si prende gioco dei potenti e i brutti sono re per un giorno ma poi torna la realtà

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Pubblicato nel 1831, Notre-Dame de Paris di Victor Hugo non è solo la storia di un campanaro deforme e di una giovane zingara: è un grande affresco di Parigi nel Quattrocento, dove amore, potere, fede e follia si intrecciano sotto le guglie della cattedrale. La città è in festa, il popolo invade le strade e nella Grand’Salle del Palazzo di Giustizia va in scena uno spettacolo teatrale che presto sarà travolto dal caos. In mezzo alla folla spuntano figure destinate a diventare indimenticabili: un poeta sfortunato, un cardinale vanitoso, un calzolaio ribelle, un mendicante provocatore. E, poco alla volta, si prepara l’entrata in scena di Quasimodo ed Esmeralda, i due poli opposti di bruttezza e bellezza. Leggere questo romanzo significa immergersi in un mondo medievale vivo e rumoroso, ma sorprendentemente vicino alle nostre contraddizioni contemporanee.

Trama del romanzo

Il romanzo si apre il 6 gennaio 1482, giorno dell’Epifania e della Fête des Fous, una festa popolare in cui l’ordine sociale si capovolge e il popolo si prende gioco dei potenti. A Parigi tutto è movimento: falò nella piazza della Grève, danze nei quartieri, cerimonie religiose e spettacoli. Nella Grand’Salle del Palais de Justice, gremita fino all’inverosimile, la folla attende una rappresentazione sacra-morale e l’elezione del “papa dei folli”. L’ambiente è descritto in modo minuzioso: gigantesca sala gotica, pilastri, vetrate colorate, statue dei re di Francia e banchi dei giuristi, a metà fra il solenne e il popolare. Fin da subito, Hugo mette al centro il popolo come protagonista collettivo, rumoroso, curioso, imprevedibile, pronto a passare dall’ammirazione alla rivolta.

Lo spettacolo è stato scritto da Pierre Gringoire, un giovane poeta povero e idealista, che sogna di conquistare fama e riconoscimento. L’attore che interpreta Jupiter, Michel Giborne, esita a cominciare la moralità perché si teme il ritardo del cardinale: la folla, però, esplode d’impazienza e di fischi. A calmare la situazione interviene proprio Gringoire, che dalla penombra prende la parola, convince Jupiter a iniziare e parla con sicurezza alla gente. Due ragazze, Liénarde e Gisquette, lo notano e si lasciano affascinare dal suo ruolo di autore. Conversando con loro, Gringoire ricorda altre grandi feste cittadine e rivela con orgoglio di essere lui il creatore del testo. In questo modo Hugo introduce la figura dell’intellettuale che cerca un posto in una società dominata dal potere politico e religioso.

Quando la rappresentazione sembra finalmente decollare, entrando nel suo momento più solenne, ecco l’arrivo spettacolare del cardinale di Bourbon. Bastano il fruscio delle vesti rosse e il movimento delle guardie perché tutta la sala dimentichi Gringoire e si giri verso il nuovo venuto. Il pubblico, che stava applaudendo il poeta, ora si entusiasma per l’uomo potente, noto per i suoi modi mondani e piacevoli. Gringoire, che è “nove parti d’orgoglio e una d’interesse”, vede svanire la propria gloria in un attimo. In questa scena Victor Hugo mette in contrasto il potere dell’arte, effimero e fragile, con il fascino dell’autorità, capace di rubare la scena senza dire una parola.

Poco dopo irrompe un nuovo personaggio, destinato a cambiare l’atmosfera: Jacques Coppenole, calzolaio di Gand. Entra nella sala con passo deciso, abiti modesti e aria poco rispettosa delle etichette. L’usciere tenta di fermarlo, ma Coppenole rivendica a voce alta il proprio nome e la propria professione, rifiutando titoli altisonanti. La folla esplode in risate e applausi: in lui riconosce la fierezza del popolo che non si inginocchia davanti ai grandi. Il cardinale, imbarazzato, prova a sistemare l’incidente, ma Coppenole lo contraddice davanti a tutti, guadagnando ulteriore simpatia. Accanto a lui compare Clopin Trouillefou, mendicante senza vergogna, che chiede l’elemosina seduto sui gradini. Coppenole lo saluta come un amico e gli stringe la mano: questo gesto simbolico di alleanza tra borghesia artigiana e miseria estrema infiamma ancora di più il pubblico, che acclama Coppenole a gran voce.

Mentre il cardinale tenta di recuperare prestigio con battute spiritose fra prelati e dignitari, il centro della scena si sposta altrove. Coppenole propone un intrattenimento alternativo: l’elezione del “papa dei folli” tramite una gara di smorfie. Nella piccola cappella adiacente alla sala si apre un rosone rotto: uno alla volta, i concorrenti infilano la testa e mostrano alla folla la propria faccia più deformata e ridicola. La gente costruisce alla svelta un palco con due botti, le maschere si affollano, ed ecco un susseguirsi di volti contorti, occhi rossi, bocche spalancate, nasi assurdi. Hugo paragona il tutto a un kaleidoscopio umano: una sfilata grottesca che ricorda gargoyle, mascheroni di carnevale, demoni scolpiti nelle chiese. Le urla, le risate, gli insulti coprono qualsiasi altra voce. Il cardinale, disorientato, se ne va quasi ignorato; lo spettacolo di Gringoire viene completamente abbandonato.

In questa baraonda Gringoire vive il suo piccolo dramma personale: dopo essere stato momentaneamente osannato, ora parla da solo davanti a un pubblico che gli gira le spalle. Per un istante pensa persino di partecipare alla gara di smorfie per vendicarsi, ma la sua dignità di poeta lo frena. Si aggrappa alla speranza di poter ancora vincere con le parole e con la bellezza del testo, non con la volgarità del riso. Scopre tuttavia che quasi nessuno lo ascolta più, tranne un uomo corpulento, Renault Château, guardia del sigillo del Châtelet, rimasto fissato sul palco. Gringoire, commosso da quest’unico spettatore fedele, scende a ringraziarlo e comincia a parlare con lui, come se tutto il valore della sua arte si concentrasse ormai nello sguardo di una sola persona.

Nel frattempo, la gara di smorfie raggiunge il culmine. I volti diventano sempre più estremi, finché la folla acclama un vincitore inatteso: un uomo realmente deforme, il cui viso non ha bisogno di sforzarsi per sembrare mostruoso. È Quasimodo, il campanaro di Notre-Dame, gobbo, quasi cieco da un occhio, con orecchie enormi, mascelle sporgenti, un corpo che sembra una caricatura vivente. La sua bruttezza è così eccessiva da superare ogni maschera. Il popolo, che un attimo prima stava giocando con smorfie fittizie, si trova ora davanti la mostruosità reale e, affascinato e inorridito, lo incorona “papa dei folli”, lo carica in trionfo e lo trascina in un corteo delirante. Così, attraverso una festa ridicola, entra in scena uno dei protagonisti tragici del romanzo.

La prima parte dell’opera, che qui abbiamo sintetizzato attraverso i primi capitoli, prepara il terreno per i grandi conflitti successivi: l’amore impossibile di Quasimodo per la bellissima Esmeralda, la passione ossessiva dell’arcidiacono Claude Frollo, le lotte del popolo povero contro le istituzioni, il ruolo della cattedrale come presenza costante e silenziosa sulla città. Victor Hugo intreccia storie individuali e destino collettivo, facendo della Parigi del Quattrocento un personaggio a sé. La festa dei folli, con il suo rovesciamento di ruoli, è il simbolo di un mondo in cui il brutto può diventare re per un giorno, l’umile può sfidare il potente, l’artista può essere applaudito e dimenticato in pochi minuti. Su tutto, le pietre di Notre-Dame osservano e custodiscono segreti, mentre il romanzo procede verso esiti sempre più drammatici.

Personaggi di Notre-Dame de Paris

I personaggi di Notre-Dame de Paris sono molti e vari, ma tutti contribuiscono a creare l’immagine di una città viva e contraddittoria. Accanto ai protagonisti più noti, come Quasimodo, Esmeralda e l’arcidiacono Claude Frollo, Hugo presenta una folla di figure minori che rappresentano classi sociali, mestieri, poteri e ribellioni del tempo. Poeti, cardinali, artigiani, mendicanti, studenti, guardie e borghesi si muovono come in un grande teatro all’aperto. Ogni personaggio non è solo un individuo, ma anche un simbolo: della bellezza perseguitata, della deformità che chiede amore, dell’intellettuale ignorato, del popolo che ride e soffre, del potere religioso che può essere sia guida spirituale sia tirannia. Conoscerli aiuta a leggere il romanzo non solo come una storia emozionante, ma anche come una riflessione profonda sulla società.

  • Quasimodo – È il campanaro gobbo e deforme di Notre-Dame, quasi sordo per il suono continuo delle campane. Abbandonato da bambino, viene raccolto da Claude Frollo e cresce isolato dal mondo, temuto e deriso da tutti. La sua bruttezza esteriore nasconde però una grande capacità di amore e di sacrificio, che esploderà nell’attaccamento disperato per Esmeralda. Simbolicamente rappresenta il contrasto fra apparenza e interiorità: ciò che sembra mostruoso può essere profondamente umano, mentre chi appare bello e rispettabile può essere crudele. Quasimodo incarna anche tutti gli esclusi della storia, coloro che vivono ai margini e chiedono solo di essere visti come persone.
  • Esmeralda – Giovane zingara bellissima, danzatrice di strada che affascina la folla con la sua grazia e il suo tamburello. È circondata da pregiudizi: molti la credono strega, altri la desiderano, pochi vedono in lei una persona fragile. Il suo cuore è ingenuo e generoso, capace di pietà anche per chi è diverso, come Quasimodo. Esmeralda rappresenta la bellezza perseguitata e la libertà nomade che spaventa la società rigida. Simboleggia inoltre l’innocenza schiacciata da poteri più grandi: tribunali, clero, superstizioni. Attraverso di lei Hugo denuncia la violenza che spesso colpisce i più deboli, soprattutto le donne e gli stranieri.
  • Claude Frollo – Arcidiacono di Notre-Dame, uomo colto, rigoroso, inizialmente presentato come studioso e benefattore di Quasimodo. La sua figura, però, si oscura man mano che il romanzo procede: si innamora ossessivamente di Esmeralda e questa passione proibita lo porta alla follia morale. Frollo simboleggia il conflitto fra fede e desiderio, fra ragione e istinto, e il rischio di un potere religioso che soffoca invece di liberare. È anche il rappresentante della conoscenza che, se separata dall’umanità, diventa distruttiva. Nel suo crollo psicologico Hugo mostra come la repressione estrema possa trasformarsi in violenza.
  • Pierre Gringoire – Poeta squattrinato, autore della moralità rappresentata nella Grand’Salle. È idealista, vanitoso ma anche ironico su se stesso, sempre in bilico tra fame reale e fame di gloria. Il fatto che il pubblico abbandoni il suo spettacolo per una gara di smorfie evidenzia la sua condizione di intellettuale incompreso. Simbolicamente, Gringoire rappresenta l’artista che cerca spazio in un mondo distratto, dove il divertimento facile e il clamore politico contano più della parola e della bellezza. Tuttavia, resta una figura simpatica e umana, capace di adattarsi e sopravvivere, mostrando il lato comico e fragile della vita letteraria.
  • Cardinale di Bourbon – Alto prelato, parente dei grandi sovrani del tempo, abituato alle corti e ai giochi di potere. È descritto come un “bel uomo” dalla veste rossa elegante, amante del buon vivere e delle compagnie allegre. Quando entra nella Grand’Salle, il pubblico dimentica immediatamente Gringoire per concentrarsi su di lui: il suo solo apparire vale più di molte parole. Simbolicamente rappresenta il fascino dell’autorità e della Chiesa mondana, più attenta all’immagine che alla spiritualità. È anche la prova di come il popolo spesso si lasci sedurre dal prestigio esteriore, perdonando facilmente ritardi e difetti a chi incarna il potere.
  • Jacques Coppenole – Calzolaio di Gand, uomo di corporazione, grande e robusto, dal linguaggio diretto. Entra nella sala dei potenti senza chiedere permesso e rifiuta qualsiasi titolo onorifico, dichiarandosi semplicemente “chaussetier”. La folla lo adora perché vede in lui il portavoce della propria dignità. Coppenole simboleggia la forza del popolo borghese e artigiano che rivendica rispetto contro l’arroganza dei nobili e dei prelati. La sua amicizia pubblica con il mendicante Clopin rompe le barriere sociali e anticipa i fermenti rivoluzionari che percorrono la storia francese: è il segno che qualcosa, nella vecchia gerarchia, sta scricchiolando.
  • Clopin Trouillefou – Mendicante sfrontato, figura della miseria che non si vergogna di mostrarsi. Sta sulle gradinate a chiedere l’elemosina proprio mentre i grandi signori e i prelati occupano i posti d’onore. Quando Coppenole lo saluta davanti a tutti, Clopin diventa simbolo del mondo dei reietti che entra in contatto con il potere. Più avanti nel romanzo sarà capo dei mendicanti e dei malviventi della Corte dei Miracoli. Rappresenta l’altra faccia di Parigi: quella oscura, marginale, ma piena di energie ribelli. È il segno che sotto la superficie ordinata della città esiste una popolazione invisibile pronta a reclamare il proprio spazio.
  • Liénarde e Gisquette – Due giovani spettatrici sedute in prima fila durante lo spettacolo di Gringoire. Sono chiacchierone, entusiaste, un po’ frivole: fanno domande, ricordano altre feste, ridono dei dettagli piccanti. Pur avendo un ruolo minore, incarnano il pubblico popolare che cerca emozioni, curiosità, storie da raccontare. Simbolicamente rappresentano lo sguardo ingenuo della città, facilmente influenzabile ma capace anche di stupore sincero. Con loro Hugo mostra come la cultura e il divertimento siano vissuti non in modo astratto, ma attraverso chiacchiere, pettegolezzi, ricordi personali.
  • Jehan – Giovane studente rumoroso, che nel capitolo della gara di smorfie si arrampica su un pilastro e grida senza sosta. È il fratello scapestrato di Frollo, più interessato alle bevute e alle burle che allo studio. In questa prima parte appare soprattutto come figura comica e disordinata, una specie di “maschera” di gioventù chiassosa. Simbolicamente rappresenta la spensieratezza e il lato anarchico dei giovani, ma anche lo spreco delle opportunità offerte dall’istruzione. Attraverso Jehan, Hugo critica una società in cui persino chi ha accesso agli studi può perdersi nella superficialità.
  • Renault Château – Guardiano del sigillo del Châtelet, uomo corpulento e apparentemente poco brillante, che però rimane unico spettatore dello spettacolo di Gringoire quando tutti gli altri se ne sono andati. È una figura secondaria, ma significativa: simboleggia il pubblico silenzioso che, lontano dal clamore, continua ad ascoltare. In lui l’artista trova conforto e prova che il suo lavoro non è del tutto inutile. Rappresenta quelle persone che non fanno rumore, non guidano le mode, ma tengono viva la cultura con la loro attenzione discreta. Hugo sembra suggerire che, a volte, basta un solo vero ascoltatore per dare senso a un’opera.

Temi Principali

Notre-Dame de Paris è molto più di una storia d’amore tragica: è un romanzo costruito intorno a grandi temi universali che parlano ancora al lettore di oggi. Hugo intreccia riflessioni sulla bellezza e sulla deformità, sull’ingiustizia sociale, sul potere della Chiesa e dello Stato, sul ruolo dell’arte e dell’architettura. Ogni scena – dalla festa dei folli alla gara di smorfie, dagli intrighi di Frollo alle danze di Esmeralda – porta con sé una domanda di fondo: che cosa rende un essere umano degno di rispetto? Il corpo, il rango, la ricchezza, oppure i sentimenti e le azioni? I temi del romanzo aiutano a leggere il Medioevo non come un’epoca morta, ma come uno specchio deformante della nostra. Analizzarli significa scoprire che la Parigi del XV secolo, in realtà, assomiglia molto alla società attuale.

  • Bellezza e bruttezza – Uno dei temi centrali è il contrasto fra la bellezza fisica di Esmeralda e la bruttezza estrema di Quasimodo. Hugo mostra come la società giudichi in base all’aspetto: la giovane zingara è ammirata ma anche sospettata di stregoneria, mentre il campanaro è automaticamente considerato un mostro, degno di scherno o paura. Col procedere della vicenda, però, le maschere cadono: la bellezza può essere perseguitata e condannata, mentre la bruttezza può diventare sinonimo di bontà, coraggio, sacrificio. Il romanzo invita a ribaltare i pregiudizi, chiedendosi chi sia davvero “mostro”: chi ha un corpo deforme ma un cuore grande, o chi, pur essendo rispettabile all’esterno, è capace di crudeltà e tradimento.
  • Amore e ossessione – Nel libro l’amore assume forme diverse e spesso dolorose. C’è l’amore ingenuo e idealizzato di Esmeralda per un cavaliere, l’amore compassionevole di Quasimodo per la giovane, e soprattutto la passione ossessiva di Frollo. Quest’ultima non è un sentimento puro, ma un desiderio malato che vuole possedere e controllare. Hugo mostra come l’amore, se non è accompagnato da rispetto e libertà, possa trasformarsi in violenza. Quasimodo, pur essendo considerato “mostro”, è l’unico che ama senza pretendere nulla in cambio, pronto a sacrificarsi. Il tema dell’amore diventa così un banco di prova morale: distingue i personaggi capaci di empatia da quelli dominati dall’egoismo.
  • Potere e popolo – La festa dei folli, l’ingresso del cardinale, la ribellione guidata da Coppenole e la presenza di Clopin rivelano una continua tensione tra autorità e masse popolari. Da una parte ci sono la Chiesa, la nobiltà e i tribunali; dall’altra artigiani, mendicanti, zingari. Victor Hugo non idealizza nessuno dei due poli: mostra tanto la crudeltà dei giudici quanto l’istinto talvolta crudele della folla. Tuttavia, sottolinea l’ingiustizia strutturale che schiaccia i più poveri. Il tema del potere e del popolo invita a riflettere su come vengono esercitate le autorità e su quanto sia fragile la giustizia quando è influenzata da pregiudizi, interessi e paura delle rivolte.
  • Apparenza e verità – In tutto il romanzo ricorre il contrasto tra ciò che appare e ciò che è. La gara di smorfie è l’esempio più evidente: le persone fingono deformità per divertire la folla, finché arriva Quasimodo, che mostra la sua vera faccia e viene eletto re dei folli. Allo stesso modo, un vestito rosso rende il cardinale affascinante agli occhi del popolo, mentre sotto la tonaca di Frollo si nascondono desideri proibiti. Notre-Dame stessa, bellissima all’esterno, ospita storie di solitudine e dolore. Hugo invita il lettore a non fidarsi delle prime impressioni, a cercare la verità nascosta dietro i ruoli sociali, le divise, le etichette, i corpi.
  • Arte, parola e spettacolo – Attraverso Pierre Gringoire e il fallimento del suo spettacolo, il romanzo riflette sul posto dell’arte in una società distratta. La moralità scritta con cura dal poeta viene rapidamente dimenticata in favore di un gioco grossolano, la gara di smorfie. Questo contrasto mostra come spesso il pubblico preferisca il divertimento immediato alla riflessione. Al tempo stesso, Hugo esalta il potere della parola e della scrittura: il romanzo stesso è un monumento letterario che, come la cattedrale, sfida i secoli. Il tema dell’arte interroga il lettore su cosa meriti davvero di essere ricordato: lo spettacolo effimero o l’opera che insegna a guardare il mondo con occhi nuovi.
  • La città e la cattedrale – Parigi e Notre-Dame sono quasi personaggi. La città è un labirinto di strade, piazze, taverne, palazzi; la cattedrale è la grande pietra che osserva tutto dall’alto. Hugo insiste sul ruolo dell’architettura come “libro di pietra” che racconta la storia delle generazioni. La cattedrale è il luogo in cui si intrecciano destini diversi: il rifugio di Quasimodo, il potere di Frollo, le preghiere del popolo. Simbolicamente rappresenta la memoria collettiva e la forza delle strutture che sopravvivono ai cambiamenti politici. Guardare Notre-Dame significa interrogarsi su come gli spazi in cui viviamo influenzino la nostra vita e su quanto sia importante proteggere il patrimonio culturale.

Perché leggere Notre-Dame de Paris oggi?

Leggere Notre-Dame de Paris oggi significa confrontarsi con domande ancora attuali: come trattiamo chi è diverso? Quanto contano davvero l’aspetto fisico, il successo, il potere? Il romanzo di Hugo offre una storia avvincente, piena di colpi di scena, ma anche una riflessione profonda su giustizia, amore, libertà. Per uno studente è un’occasione per scoprire il Medioevo attraverso una narrazione viva, imparare a riconoscere i meccanismi del pregiudizio e capire il valore della cultura come memoria. Inoltre permette di vedere la cattedrale di Notre-Dame non solo come monumento turistico, ma come simbolo di una civiltà che parla ancora al nostro presente.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.