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L’importanza di chiamarsi Ernesto: identità, maschere sociali e ironia del destino

Jack vive sotto un falso nome "Ernest", lo imita Algernon: alla fine il primo saprà di chiamarsi realmente così ed entrambi sposeranno la donna amata

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Quando pensiamo alla grande letteratura, ci vengono in mente tragedie, passioni estreme, drammi laceranti. Eppure, a fine Ottocento, Oscar Wilde decide di prendersi gioco di tutto questo scrivendo una delle commedie più brillanti e caustiche del teatro moderno: L’importanza di chiamarsi Ernesto. In un’epoca rigidissima come la società vittoriana inglese, Wilde costruisce una storia fatta di bugie eleganti, doppi nomi, fidanzamenti lampo e zie terribili che giudicano tutti. Il risultato è una satira irresistibile in cui le regole sociali vengono capovolte e ridicolizzate, ma sempre con stile. Leggendo (o vedendo a teatro) quest’opera, scopriamo quanto sia sottile il confine tra apparenza e verità, e quanto spesso siamo pronti a cambiare identità pur di essere accettati. Una commedia leggera? Sì, ma affilata come un rasoio.

Trama del dramma

L’opera si apre nel raffinato appartamento londinese di Algernon Moncrieff, giovane dandy dell’alta società, amante del buon cibo, della musica e soprattutto delle conversazioni brillanti. Con lui dialoga il maggiordomo Lane, che con discreta ironia commenta i vizi dei suoi padroni. Arriva l’amico John “Jack” Worthing, che in città si fa chiamare “Ernest”. Jack è proprietario di una tenuta di campagna e conduce una doppia vita: in campagna è un tutore serio e morigerato della giovane pupilla Cecily; a Londra si presenta come il fratello scapestrato “Ernest”, così da avere una scusa rispettabile per andare in città a divertirsi. Algernon, divertito, confessa a sua volta di praticare il “bunburying”: ha inventato un amico malato, “Bunbury”, che gli permette di fuggire da cene noiose o obblighi sociali opprimenti. Fin da subito, la commedia mette al centro il tema dell’identità fasulla come strumento di libertà.

Jack ha un obiettivo preciso: vuole chiedere la mano di Gwendolen Fairfax, brillante e sofisticata cugina di Algernon e figlia della temibilissima Lady Bracknell. Ma c’è un problema curioso: Gwendolen dichiara di essere innamorata non solo di lui, ma soprattutto del nome “Ernest”, che le sembra sinonimo di serietà, affidabilità e fascino irresistibile. Per lei, sposare un uomo che non si chiami Ernest sarebbe quasi impensabile. Jack, che in città è “Ernest” solo per finta, si trova così intrappolato nel paradosso di essere amato per una bugia nominale. Quando Lady Bracknell interviene per “interrogare” il possibile genero, emerge un altro ostacolo: Jack è un trovatello, trovato in una borsa abbandonata in una stazione ferroviaria. Per la rigida zia Augusta, l’assenza di origini familiari “rispettabili” rende il matrimonio assolutamente inaccettabile.

Deluso ma non rassegnato, Jack torna alla sua tenuta di campagna, deciso però a liberarsi dell’identità ingombrante del fratello immaginario “Ernest”, che ormai gli crea più problemi che vantaggi. Intanto Algernon, incuriosito dalla misteriosa Cecily Cardew, cerca di saperne di più: trova una custodia per sigarette con un’incisione a lei dedicata e scopre che Cecily è la giovane e affascinante pupilla di Jack. Fiutando un’avventura sentimentale, Algernon si segna l’indirizzo della tenuta e decide di anticipare l’amico. Nel secondo atto lo ritroviamo nel vecchio giardino pieno di rose della casa di Woolton, dove Cecily chiacchiera con la sua governante Miss Prism, donna severa, moralista, ma non insensibile alle attenzioni del parroco di campagna, il Canon Chasuble. Miss Prism insiste sull’importanza del dovere, dello studio del tedesco e della moderazione; Cecily invece sogna “segreti meravigliosi”, scrive sul diario e si annoia delle virtù troppo rigide.

Un biglietto annuncia l’arrivo di “Mr. Ernest Worthing”: Cecily è emozionata e un po’ intimidita all’idea di conoscere finalmente il famigerato fratello cattivo del suo tutore. Entra però Algernon, che si presenta spudoratamente come “Ernest”. Cecily, convinta, lo rimprovera per la sua vita dissoluta, ma in realtà è affascinata dal suo spirito brillante. Lui gioca con l’immagine del peccatore riformabile, lasciando intuire di essere pronto a cambiare grazie a lei. Il loro dialogo, pieno di battute e fraintendimenti, fa scoccare un sentimento romantico: in pochi minuti Cecily arriva addirittura a sostenere di essere già stata fidanzata con lui “da tempo”, perché ha fantasticato e annotato sul diario tutta una storia d’amore immaginaria. Algernon, divertito, si adatta al copione scritto da lei. Quando Jack rientra alla tenuta, annuncia teatralmente la morte del fratello Ernest in un incidente in Europa, ma trova Algernon vivo, vegeto e molto a suo agio nel ruolo usurpato. Lo scontro tra le due identità fasulle crea una catena di equivoci sempre più comici.

La situazione si complica ulteriormente con l’arrivo di Gwendolen in campagna: è scappata dalla madre per ritrovare il suo amato “Ernest”. Incontra Cecily e, in un primo momento, le due ragazze si scambiano complimenti eleganti e formali. Ma presto scoprono che entrambe credono di essere fidanzate con un certo “Ernest Worthing”. La scena si trasforma in un duello gentile ma velenoso a colpi di tè, zucchero e torte: ogni dettaglio del servizio pomeridiano diventa un’arma di sottile aggressività. Quando entrano Jack e Algernon, la verità (o almeno una parte) viene a galla: nessuno dei due uomini si chiama davvero Ernest. Gwendolen e Cecily, scandalizzate, dichiarano che non potrebbero amare uomini con un altro nome. Per riconquistare le loro promesse spose, i due amici si precipitano dal Canon Chasuble per farsi ribattezzare “Ernest”, dimostrando quanto Wilde prenda in giro l’importanza superficiale del nome rispetto alla persona.

Nel terzo atto, nel salotto della casa di Woolton, le tensioni raggiungono il culmine. Gwendolen e Cecily, ricomposte, decidono di perdonare i loro fidanzati, a patto che dimostrino sincerità d’ora in poi. Arriva però Lady Bracknell, furibonda per la fuga della figlia. Scopre che anche Algernon è lì e che intende sposare Cecily. Inorridita, si calma solo quando viene a sapere che Cecily è un’ereditiera molto ricca: all’improvviso, il matrimonio diventa fattibilissimo. Lady Bracknell, tuttavia, continua a opporsi con fermezza all’unione tra Jack e Gwendolen, colpevole la sua origine misteriosa. A questo punto entra in scena Miss Prism: Lady Bracknell la riconosce come la governante che anni prima, durante una passeggiata con una carrozzina, aveva “smarrito” un neonato, lasciandolo in una borsa su un treno. Si scopre così che Miss Prism, da giovane, aveva confuso il manoscritto di un romanzo con il bambino, mettendo il secondo nella borsa invece del primo.

Jack, che era stato trovato proprio in una borsa in una stazione, capisce di essere quel neonato perduto. Viene recuperata la vecchia valigia, si controllano le iniziali, e la verità emerge: Jack è in realtà il figlio maggiore del generale Moncrieff, quindi fratello di Algernon e appartenente a una famiglia rispettabile. Ma resta un dettaglio da chiarire: come si chiamava il bambino? Consultando i documenti del generale, si scopre che il suo primo figlio era stato battezzato… Ernest John. Dunque Jack si è chiamato “Ernest” fin dalla nascita, senza saperlo. Il gioco di parole del titolo si compie: il protagonista è finalmente “earnest” (cioè sincero, onesto) nel riconoscere la propria vera identità, che coincide con il nome tanto desiderato dalle donne che ama. Lady Bracknell, soddisfatta dalla nuova genealogia rispettabile, concede il permesso alle nozze.

L’opera si chiude con un triplo lieto fine: Jack può sposare Gwendolen, Algernon può sposare Cecily, e perfino Miss Prism e Canon Chasuble lasciano intendere un futuro legame sentimentale. Jack riconosce di aver vissuto una vita di menzogne per scoprire alla fine l’“importanza di essere Earnest” (gioco di parole intraducibile tra il nome proprio Ernest e l’aggettivo “earnest”, cioè serio, onesto). Wilde, con un ultimo colpo di ironia, ci mostra come l’identità, la moralità e persino l’amore possano dipendere da dettagli arbitrari come un nome o una borsa dimenticata, smascherando così il carattere profondamente teatrale e artificiale delle convenzioni sociali.

Personaggi di L’importanza di chiamarsi Ernesto

I personaggi di L’importanza di chiamarsi Ernesto sono figure comiche e al tempo stesso simboliche, costruite da Wilde come maschere di una società ipocrita e teatrale. Ognuno di loro incarna un atteggiamento verso le regole, l’amore, la verità e l’identità: c’è chi finge per sopravvivere, chi per divertirsi, chi per conformarsi alle aspettative altrui. Pur muovendosi in situazioni assurde, non sono semplici caricature: le loro battute rivelano fragilità, desideri e paure molto umane. Conoscere questi personaggi aiuta a cogliere meglio la satira di Wilde contro la morale vittoriana e a riconoscere certe dinamiche ancora attuali: la paura del giudizio, l’ossessione per la rispettabilità, la tendenza a inventarsi “personaggi” da recitare. Di seguito, i protagonisti principali e il loro significato simbolico all’interno del dramma.

  • John (Jack) Worthing / Ernest è il protagonista diviso tra città e campagna, tra il ruolo di tutore responsabile e quello di scapolo mondano. Ha inventato un fratello inesistente, Ernest, per giustificare le sue fughe a Londra, dimostrando quanto la rispettabilità sociale sia spesso una recita. Simbolicamente incarna il conflitto tra identità vera e identità sociale: vuole essere onesto ma usa la menzogna per sopravvivere alle aspettative altrui. Il suo passato di trovatello nella borsa e la successiva scoperta delle vere origini mettono in ridicolo l’ossessione vittoriana per la nascita “buona”: in realtà, chi è Jack non dipende dalla sua genealogia, ma dalle sue scelte. Il fatto che alla fine il suo vero nome sia proprio Ernest rende evidente il paradosso: ha cercato per tutta la vita di “apparire” earnest senza sapere di esserlo davvero fin dall’inizio, almeno sul piano anagrafico.
  • Algernon Moncrieff è il dandy brillante, spiritoso e goloso che vive a Londra. Ama la musica, il cibo raffinato e le conversazioni paradossali più di qualsiasi “dovere”. È il creatore dell’immaginario invalido Bunbury, che gli consente di praticare il “bunburying”, cioè il fuggire dagli obblighi sociali inventandosi scuse. Simbolicamente rappresenta la rivolta estetica contro la serietà ipocrita della società vittoriana: non crede nelle morali rigide, ma nelle gioie del momento. Al tempo stesso, è un maestro di auto-messa in scena: vive costantemente in teatro, cambiando ruoli e scuse. Il suo amore per Cecily lo costringe però a confrontarsi con il tema della responsabilità, pur senza perdere la sua arguzia. Algernon mostra come l’ironia possa smascherare l’assurdità delle regole sociali, ma anche come sia difficile vivere davvero senza nessuna maschera.
  • Gwendolen Fairfax è la sofisticata cugina di Algernon e figlia di Lady Bracknell. Intelligente, elegante e dotata di spirito, incarna la giovane donna di alta società che ha interiorizzato alla perfezione i codici del suo ambiente. La sua fissazione per il nome “Ernest”, che considera l’unico adatto a un uomo da amare, simboleggia la superficialità dei criteri con cui spesso giudichiamo le persone: per lei la forma (il nome, l’etichetta) conta più della sostanza. Eppure Gwendolen non è solo una caricatura: sa opporsi alla madre, organizza una fuga per amore, mostra determinazione e autonomia di pensiero. Resta però intrappolata nel linguaggio delle convenzioni, che Wilde si diverte a farle pronunciare con impeccabile sicurezza. Gwendolen rappresenta la tensione tra il desiderio di libertà femminile e il peso delle aspettative sociali.
  • Cecily Cardew è la giovane pupilla di Jack, cresciuta in campagna. Sognatrice, creativa e un po’ ribelle, preferisce scrivere sul suo diario storie immaginarie piuttosto che studiare il tedesco. Quando incontra Algernon credendolo Ernest, lo ha in realtà già “fidanzato” nella sua fantasia, con date precise di proposta, rottura e riconciliazione. Simbolicamente rappresenta il potere dell’immaginazione romantica di costruire realtà alternative: non si limita a subire le regole, ma le riscrive a suo modo. La sua ingenuità è solo apparente, perché sa difendere con decisione il proprio amore e non esita a mettere alla prova i sentimenti di Algernon. Cecily è anche il volto “giovane” della critica alle convenzioni: filtrando il mondo attraverso il diario, smaschera l’assurdità di certi rituali sociali, trasformandoli in gioco.
  • Lady Bracknell è forse il personaggio più famoso della commedia: zia di Algernon, madre di Gwendolen, è la personificazione della borghesia vittoriana conservatrice. Autocratica, giudicante, terrorizzata dall’idea di uno scandalo, valuta tutto in base a censo, genealogia e apparenza. La sua interrogazione a Jack sul suo passato, culminante nella battuta sull’essere stato trovato in una borsa alla stazione, è una scena chiave di satira sociale. Simbolicamente Lady Bracknell è la “voce del sistema”: parla come un regolamento, decide chi è ammissibile o no in base a criteri assurdi ma rigidamente applicati. Eppure è anche comica: Wilde le affida le battute più paradossali, proprio per mostrare quanto l’ordine sociale possa essere ridicolo se preso alla lettera. È il muro contro cui si scontrano i desideri dei giovani.
  • Miss Prism è la governante di Cecily, donna severa, devota ai principi morali, convinta dell’importanza del lavoro e della disciplina. Nasconde però un passato comico: anni prima ha abbandonato per sbaglio un neonato in una borsa, confondendolo con il manoscritto del romanzo che aveva scritto. Simbolicamente incarna la fragilità della rispettabilità: sotto la facciata di perfezione, anche le figure morali possono commettere errori enormi. Il suo rapporto con il Canon Chasuble, pieno di pudore e allusioni, mostra come anche chi predica il dovere desideri in realtà affetto e riconoscimento. Miss Prism rappresenta il lato pedagogico della società vittoriana: vuole formare le giovani generazioni secondo regole rigide, ma la sua stessa storia dimostra che il controllo totale è impossibile e che il caso gioca un ruolo decisivo nelle vite umane.
  • Canon Chasuble è il parroco di campagna, colto ma un po’ imbarazzato nelle sue citazioni latine, timido nelle questioni sentimentali. È il rappresentante della religione istituzionale, chiamato a battezzare, a confermare, a dare una patina di sacralità alle scelte dei personaggi (come il cambio di nome in Ernest). In realtà è facilmente influenzabile: accetta senza troppi problemi di ribattezzare Jack e Algernon con lo stesso nome, mostrando come certi riti possano essere svuotati di significato. Il suo rapporto tenero e goffo con Miss Prism suggerisce che anche i custodi della morale sono esseri umani, con desideri e timori. Simbolicamente, Chasuble è la religione resa forma decorativa: utile a mantenere l’ordine esteriore, ma poco incisiva sulla vera etica interiore dei personaggi.
  • Lane e gli altri servitori (come Merriman) sono figure secondarie ma importanti. Lane, in particolare, con le sue risposte asciutte ad Algernon, offre un controcanto ironico alla frivolezza dei padroni. I domestici osservano tutto, commentano sottovoce, ma non partecipano direttamente al gioco delle identità fasulle. Simbolicamente rappresentano lo sguardo esterno sulla commedia dell’alta società: vedono i signori agitarsi per nomi, fidanzamenti e borsette, mentre loro continuano a far funzionare la casa. La loro presenza ricorda che il mondo di lusso in cui vivono i protagonisti è costruito sul lavoro invisibile di altri, e aggiunge un ulteriore livello di ironia: chi sta “in basso” appare spesso più lucido e disincantato di chi sta “in alto”, prigioniero delle proprie convenzioni.

Temi Principali

Pur essendo una commedia leggerissima e piena di battute, L’importanza di chiamarsi Ernesto affronta temi di enorme rilievo, che parlano anche al lettore di oggi. Wilde usa il comico per smontare la serietà delle convenzioni vittoriane: matrimonio, famiglia, religione, educazione, identità personale. Ogni elemento “sacro” viene ribaltato, reso paradossale, quasi assurdo. Ma dietro il gioco di parole e i fraintendimenti si intravede una domanda seria: quanto di ciò che siamo è davvero autentico, e quanto invece è ruolo imposto dagli altri? I personaggi mentono, si inventano nomi, cambiano biografia per adattarsi a ciò che la società chiede loro. Nei temi che seguono possiamo leggere, in filigrana, una critica sottile ma potentissima alle maschere sociali e un invito a interrogarsi su cosa significhi davvero essere “earnest”, cioè onesti con se stessi e con gli altri.

  • Apparenza contro realtà è forse il tema più evidente del dramma. Tutto è basato su una gigantesca messinscena: Jack si inventa un fratello dissoluto per poter uscire di casa, Algernon crea il malato immaginario Bunbury, entrambi si fingono “Ernest” per conquistare le rispettive amate. Le giovani donne, a loro volta, si innamorano di un nome più che di una persona, e costruiscono storie immaginarie nei loro diari. Wilde mostra come la società vittoriana sia ossessionata dalle apparenze: conta il nome, il titolo, la genealogia, mentre la verità dei sentimenti e della personalità passa in secondo piano. La scoperta finale che Jack è sempre stato “Ernest” per nascita è una presa in giro di questo meccanismo: la realtà non cambia, cambia solo l’etichetta con cui viene presentata. Il teatro stesso diventa metafora della vita sociale, fatta di ruoli e costumi.
  • Critica alle convenzioni sociali e matrimoniali attraversa ogni scena della commedia. Lady Bracknell sceglie gli sposi adatti in base al conto in banca, alla famiglia d’origine, perfino alla borsa in cui si è stati trovati da neonati. Il matrimonio, invece di essere un atto di amore, appare come un contratto economico e di status. Wilde ridicolizza questa visione mostrando fidanzamenti lampo, dichiarazioni basate su nomi e dettagli superficiali, e una facilità disarmante con cui i personaggi passano dall’indignazione al consenso appena entrano in gioco eredità e titoli. Le regole dell’alta società, recitate con serietà, si rivelano paradossali quando vengono portate all’estremo. In questo modo la commedia diventa una satira feroce ma elegante delle strutture che regolano chi può amare chi, ponendo la domanda: su cosa dovrebbe davvero fondarsi un’unione?
  • Identità, nome e linguaggio sono intrecciati in modo geniale nel gioco di parole del titolo: “Ernest” come nome proprio e “earnest” come aggettivo inglese che significa serio, onesto, sincero. I personaggi cercano disperatamente di apparire “earnest” agli occhi della società, ma lo fanno attraverso menzogne e travestimenti. Il fatto che sia possibile cambiare nome con un semplice battesimo parodico mostra quanto l’identità legale e sociale sia fragile, modificabile con un atto linguistico. Wilde si diverte a smontare l’idea che il nome garantisca la moralità: nessuno dei due falsi Ernest è particolarmente sincero. Il linguaggio diventa quindi uno strumento di potere e di inganno, ma anche di libertà creativa: Cecily, ad esempio, scrive nel diario per creare una versione di sé più interessante. Il tema invita a riflettere su quanto la nostra identità dipenda dalle parole con cui ci presentiamo.
  • Ipocrisia morale vittoriana emerge nel contrasto tra ciò che i personaggi dicono di credere e ciò che fanno realmente. Miss Prism predica la disciplina ma ha commesso un errore gravissimo nel passato; Lady Bracknell difende la moralità pubblica ma pensa solo a ranghi e denaro; Canon Chasuble rappresenta una religione accomodante, pronta a benedire qualsiasi scelta purché mantenga l’ordine esteriore. Jack stesso, che si presenta come tutore rigido, vive una doppia vita in città. Wilde non denuncia queste contraddizioni in modo tragico, ma le espone attraverso il comico, suggerendo che l’intero sistema morale sia costruito su una serie di pose e autoinganni. La vera immoralità, sembra dire, non è tanto nel comportamento privato quanto nel fingere di essere qualcosa che non si è, solo per compiacere le aspettative collettive.
  • Ruolo della donna e desiderio di autonomia è un tema sottile ma presente in tutta l’opera. Gwendolen e Cecily sembrano inizialmente figure stereotipate: romantiche, fissate sul nome del fidanzato, pronte a offendersi per una bugia. In realtà mostrano una notevole capacità di decisione: Gwendolen sfida apertamente la madre, parte da sola per la campagna, sceglie chi amare; Cecily si costruisce un fidanzamento immaginario anziché aspettare passivamente. Anche Miss Prism, pur vincolata dal suo ruolo, coltiva ambizioni letterarie e un sentimento per il Canon. Wilde suggerisce che le donne della sua epoca non sono semplici pedine delle convenzioni, ma soggetti desideranti, capaci di manovrare e reinterpretare le regole. La loro ossessione per “Ernest” è anche una forma di ironica ribellione: appropriano un simbolo della serietà maschile e lo trasformano in oggetto dei propri sogni e capricci.

Perché leggere L’importanza di chiamarsi Ernesto oggi?

Anche se ambientata nell’Inghilterra vittoriana, L’importanza di chiamarsi Ernesto parla in modo sorprendente al presente. Viviamo anche noi in un mondo di immagini curate, profili social, identità multiple, in cui spesso contano più l’etichetta e il “nome” con cui ci presentiamo che ciò che siamo davvero. La commedia di Wilde ci invita, ridendo, a riconoscere le nostre stesse maschere: i ruoli che recitiamo a scuola, in famiglia, online. Allo stesso tempo, offre un modello di scrittura brillante, capace di usare il dialogo come strumento di critica e di gioco. Per uno studente, leggere (o vedere) quest’opera significa esercitare il gusto per il paradosso, allenare il senso critico verso le convenzioni e riflettere sul valore dell’autenticità in un mondo pieno di finzioni.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.