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La morte di re Artù: il destino di un mito tra storia e stampa

Il racconto della vita di Re Artù, la leggenda della tavola rotonda, del Santo Graal e il triangolo amoroso con Lancillotto e Ginevra fino all'epilogo

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Tra tutte le leggende cavalleresche, poche hanno avuto la stessa fortuna di Le Morte Darthur, che in italiano conosciamo come La morte di re Artù, grande ciclo arturiano attribuito a Sir Thomas Malory e portato in stampa nel Quattrocento da William Caxton. Non è solo la storia di un re leggendario e dei suoi cavalieri, ma anche il racconto di come un libro può cambiare nel tempo: ristampe, errori, tagli, aggiunte più o meno oneste. In questo articolo scopriremo sia la vicenda narrativa, che culmina nella fine tragica di Artù, Ginevra e Lancillotto, sia il lavoro paziente dei filologi che hanno cercato di riportare il testo il più vicino possibile all’originale. Un viaggio perfetto per chi ama le storie di spade e di Graal, ma anche per chi è curioso di capire come “nasce” davvero un classico.

Trama del romanzo cavalleresco

La morte di re Artù è l’ultima parte di un vasto romanzo cavalleresco che racconta dalla nascita di re Artù fino alla sua fine tragica. Nella prefazione, lo stampatore William Caxton difende con passione la storicità del re: cita segni, reliquie, tombe, la presunta Tavola Rotonda di Winchester, sigilli e ossa conservate in vari luoghi. Per lui, Artù non è solo un personaggio di favola, ma uno dei “nove degni”, i grandi eroi della storia, e il primo tra i cristiani. Caxton spiega di aver raccolto e stampato le storie che Sir Thomas Malory aveva “ridotto” in inglese a partire da fonti francesi, per mettere a disposizione degli inglesi le “nobili storie” delle gesta cavalleresche. Già qui emergono due linee forti dell’opera: l’intento di intrattenere e, allo stesso tempo, di offrire un insegnamento morale.

Caxton presenta poi la struttura complessiva: ventuno libri, per un totale di cinquecentosette capitoli, che coprono l’intera “carriera” arturiana. Si parte dalla nascita segreta di Artù e dalla spada estratta dalla pietra, si passa alle avventure dei cavalieri più famosi – Lancillotto, Galahad, Tristano – e alla grande ricerca del Graal, fino ad arrivare al lento sgretolarsi del regno. Accanto alle scene di battaglia e di meraviglia (incantesimi di Merlino, tornei, mostri, oggetti magici) troviamo sempre riflessioni sulle virtù cavalleresche: lealtà, onore, fede, ma anche i pericoli della superbia e della passione amorosa fuori dalle regole.

Il cuore del ciclo finale è il triangolo tragico fra Artù, Ginevra e Lancillotto. L’amore adultero tra la regina e il miglior cavaliere della Tavola Rotonda mina dall’interno il regno. I sospetti, le gelosie e l’orgoglio di alcuni baroni preparano la catastrofe: lo scontro tra Lancillotto e i sostenitori del re, la rottura dell’unità dei cavalieri, la guerra civile. Nel frattempo, la ricerca del Graal aveva già mostrato che la perfezione spirituale non appartiene più al mondo cavalleresco terreno: solo Galahad, “cavaliere perfetto”, raggiunge davvero il sacro oggetto, mentre gli altri rimangono indietro, appesantiti dai propri peccati.

Nell’ultima parte, il tono diventa sempre più cupo. Dopo il tradimento di Mordred e le ultime battaglie, Artù è mortalmente ferito e viene portato verso la misteriosa isola di Avalon. Intorno a lui, il suo mondo si dissolve. In uno degli episodi conclusivi più commoventi, Sir Lancillotto, ormai ritiratosi alla vita religiosa, si sveglia prima dell’alba e parla con un eremita che gli consiglia di prepararsi: sente che qualcosa sta per accadere. Con sette compagni, stanchi e indeboliti, parte a piedi da Glastonbury verso Almesbury, dove si trova il convento in cui è rinchiusa la regina Ginevra. Il viaggio, di poco più di trenta miglia, richiede due giorni interi: è come se la fatica fisica rispecchiasse il peso morale delle colpe passate.

Quando finalmente giungono al convento, scoprono che Ginevra è morta da circa mezz’ora. Le dame raccontano a Lancillotto che, prima di spirare, la regina ha fatto piena confessione: ha riconosciuto i propri peccati, ha ricordato che Lancillotto era stato consacrato prete quasi un anno prima, e ha espresso il desiderio che fosse lui, insieme al re Artù, a occuparsi della sua sepoltura. Ma il tempo ha reso impossibile esaudire pienamente questo desiderio: Artù è già scomparso nel mistero di Avalon, e Lancillotto arriva troppo tardi per vederla viva. Il loro legame, che aveva fatto crollare il regno, si chiude così in un incontro mancato.

Il tono del capitolo è sobrio ma intriso di malinconia. La corsa disperata di Lancillotto, il convento silenzioso, la morte appena avvenuta della regina, la sua confessione e il desiderio di una sepoltura condivisa con il re trasformano le vicende cavalleresche in un vero dramma morale. Non siamo più nel mondo dei tornei e delle imprese gloriose: qui tutto parla di rimorso, di penitenza, di tempo perduto che non si può recuperare. Il romanzo si chiude così su una serie di addii: alla grandezza cavalleresca, all’unità della Tavola Rotonda, ma anche a un’idea di Inghilterra ideale, giusta e coesa, che esiste ormai solo nel ricordo e nel racconto.

Parallelamente alla storia dei personaggi, però, esiste un’altra “trama”: quella del testo stesso. Dopo Caxton, il libro conosce moltissime edizioni che lo modificano, spesso senza dichiararlo. La ristampa del 1529 è incompleta; quella del 1557 di William Copland aggiunge un titolo decorato e una xilografia di san Giorgio e il drago; Thomas East stampa nuove versioni in folio e in quarto verso il 1585; nel 1634 William Stansby offre l’ultima edizione in carattere gotico, con una celebre xilografia della Tavola Rotonda e Artù al centro. Ogni nuova edizione introduce cambiamenti: parti spostate o divise, prefazioni alterate, ortografia “modernizzata”, passi aggiunti o tagliati.

Nei secoli successivi, soprattutto tra XVII e XIX secolo, il testo continua a trasformarsi: si pubblicano edizioni con fogli mancanti, errori di stampa, vere e proprie interpolazioni (parole, frasi e persino intere pagine che non esistono nell’originale di Caxton). L’edizione del 1817 curata da Robert Southey, stampata da Longmans e diretta da Mr. Upcott, pretende di riprodurre fedelmente una copia di Caxton, ma in realtà quella copia aveva fogli mancanti. Di conseguenza, Southey e Upcott sostituiscono i buchi con materiale preso da altre fonti, producendo un testo ibrido. Alcune di queste aggiunte rimarranno indisturbate per circa cinquant’anni, citate da studiosi come se fossero autentiche, fino a quando filologi dell’Ottocento, confrontando minuziosamente diverse copie antiche (come le copie di Althorp e Osterley), non smaschereranno le falsificazioni.

Questa seconda trama – la storia editoriale – mostra come il destino di Artù non sia solo quello di un re, ma anche quello di un libro continuamente riscritto. Il lavoro dei moderni editori, in particolare quello di H. Oskar Sommer alla fine dell’Ottocento, mira a riportare il testo il più possibile vicino all’originale di Caxton, offrendo al pubblico un romanzo che sia insieme leggibile per i giovani e affidabile per gli studiosi. Così, mentre il re muore e scompare verso Avalon, il suo libro continua a rinascere attraverso edizioni sempre più accurate.

Personaggi di La morte di re Artù

Il mondo di La morte di re Artù è popolato da figure ormai entrate nell’immaginario collettivo: re, regine, maghi, cavalieri perfetti o tormentati. Ognuno di loro non ha solo un ruolo nella trama, ma porta con sé un forte significato simbolico: rappresenta un valore cavalleresco (come il coraggio, la lealtà, la purezza) oppure una colpa (gelosia, superbia, desiderio incontrollato). Conoscerli significa capire meglio non solo la storia, ma anche il messaggio morale che Malory e Caxton vogliono trasmettere. Di seguito troviamo i personaggi principali, con una breve descrizione del loro ruolo narrativo e del loro valore simbolico, utile per interpretare l’opera in chiave storica, letteraria e perfino attuale.

  • Re Artù è il sovrano centrale del ciclo, fondatore della Tavola Rotonda e garante di un regno di giustizia e cavalleria. Nella parte finale dell’opera, la sua figura si fa sempre più tragica: da re vittorioso diventa monarca assediato dai tradimenti interni e dai conflitti che l’amore adultero tra Lancillotto e Ginevra provoca. Simbolicamente, Artù incarna l’ideale politico e morale di un’Inghilterra unita e giusta: il suo crollo rappresenta la fragilità di ogni ordine umano, anche il più nobile, quando non riesce a dominare passioni e rivalità. La sua partenza verso Avalon, sospesa tra morte e leggenda, lo trasforma in un “re che ritornerà”, mito di speranza e rimpianto per un’età dell’oro perduta.
  • Regina Ginevra è la moglie di Artù e l’amata di Lancillotto, al centro del triangolo amoroso che segna il destino del regno. Nel capitolo conclusivo la vediamo chiudere la sua vita in un convento, confessando i propri peccati e desiderando che siano Artù e Lancillotto a occuparsi della sua sepoltura. Simbolicamente, Ginevra rappresenta il conflitto fra amore personale e dovere pubblico: la sua passione, pur sincera, corrompe l’ordine politico e spirituale. La scelta finale di penitenza e isolamento la avvicina alla figura della peccatrice pentita, mostrando che, nell’universo medievale di Malory, nessuno è totalmente perfetto ma tutti possono cercare una forma di redenzione.
  • Sir Lancillotto del Lago è il più grande cavaliere di Artù, famoso per il suo valore in battaglia ma anche per il suo amore proibito per Ginevra. Nell’ultimo libro lo troviamo trasformato: ha abbandonato la vita mondana ed è stato consacrato prete, ma rimane segnato dal passato. Il suo viaggio faticoso verso Almesbury per rivedere Ginevra, giunto però troppo tardi, è uno dei momenti più dolorosi del romanzo. Simbolicamente, Lancillotto incarna il cavaliere diviso tra virtù eroica e peccato personale: è insieme santo mancato e peccatore devoto. La sua figura ci interroga sulla possibilità di conciliare fama, amore, fede e lealtà, e sulla forza del rimorso quando ci si rende conto dei danni causati.
  • Merlino, pur presente principalmente nelle parti iniziali del ciclo, aleggia come ombra magica e profetica anche sulla fine del regno. È il consigliere incantatore che aiuta Artù a salire al trono, ma che spesso viene inascoltato quando mette in guardia contro tradimenti e disastri futuri. Dal punto di vista simbolico, Merlino rappresenta la saggezza profetica e la consapevolezza dei limiti umani: vede che il sistema cavalleresco porta in sé il seme della propria rovina (tradimenti, amori segreti, orgoglio), ma non riesce a impedirla. In questo senso, è anche figura dello “storico interno” alla vicenda, che conosce le cause profonde ma assiste impotente al compiersi del destino.
  • Sir Galahad, figlio di Lancillotto, è il cavaliere perfetto legato alla ricerca del Graal. Pur non essendo al centro delle pagine sulla morte di Artù, è fondamentale per il significato complessivo del libro. Galahad riesce là dove gli altri falliscono: puro, casto, spiritualmente limpido, egli ottiene la visione del Graal e, subito dopo, viene “assunto” in cielo. Simbolicamente, rappresenta l’ideale irraggiungibile della cavalleria cristiana, che ormai non appartiene più al mondo concreto della corte: la sua partenza sancisce una frattura tra l’ideale spirituale e la realtà storica. Dopo di lui, il regno di Artù appare inevitabilmente in declino, come se l’anima pura fosse già uscita di scena.
  • Sir Tristano e Isotta compaiono in sezioni precedenti del ciclo, ma fanno da “specchio” alla storia di Lancillotto e Ginevra. Tristano è un grandissimo guerriero, anche lui vittima di un amore proibito che sfida le regole sociali e matrimoniali. Simbolicamente, la coppia Tristano–Isotta anticipa e raddoppia il tema dell’amore che distrugge la cavalleria dall’interno. La loro presenza ricorda che la leggenda arturiana è piena di storie d’amore contrastate, dove eros e onore entrano in collisione. Per i lettori moderni, questi personaggi mostrano come il Medioevo non sia affatto un’epoca “fredda”, ma un mondo in cui sentimento e sacralità si intrecciano in modo esplosivo.
  • Mordred è il traditore per eccellenza, spesso descritto come figlio o parente di Artù, colui che approfitta dell’assenza del re per impadronirsi del trono e scatenare la guerra civile. Sebbene non compaia direttamente nei brani citati, è decisivo per la “morte” del regno arturiano. Simbolicamente, Mordred rappresenta la corruzione interna, il nemico che nasce dentro la stessa comunità che dovrebbe difendere. Non è un invasore esterno, ma un prodotto delle stesse tensioni politiche e familiari del regno. La sua figura invita a leggere la caduta di Camelot non come sconfitta per mano di un mostro esterno, ma come conseguenza di errori, omissioni e divisioni interne.
  • William Caxton non è un personaggio della storia, ma lo è del “romanzo del libro”: è lo stampatore che nel XV secolo dà forma definitiva alla compilazione di Malory, scrivendo una prefazione appassionata. Si presenta come “uomo semplice”, ma in realtà è un mediatore culturale raffinato: seleziona, organizza, moraleggia. Simbolicamente, Caxton rappresenta la nascita del libro moderno e l’idea che leggere storie antiche serva a educare i lettori, soprattutto i giovani nobili, alle virtù cavalleresche e cristiane. La sua difesa dell’esistenza storica di Artù rivela anche il bisogno, tipicamente umano, di credere che dietro i miti ci sia almeno un nucleo di verità.
  • Sir Thomas Malory, autore-reditore dell’opera, appare come figura “fantasma” dietro le pagine. Non partecipa agli eventi, ma li organizza, li seleziona, a volte li riscrive. Simbolicamente, Malory incarna il ruolo dello scrittore medievale: non un inventore dal nulla, ma un compilatore creativo che mette insieme tradizioni francesi, inglesi e forse orali, costruendo una grande sintesi. Attraverso le sue scelte narrative – per esempio l’insistenza sul rimorso di Lancillotto o sulle confessioni finali – spinge il lettore a vedere nelle storie di Artù non solo avventura, ma anche meditazione sul peccato, il perdono e la fine dei grandi sistemi politici.
  • H. Oskar Sommer e gli editori ottocenteschi (come Southey o Wright) sono personaggi della “storia editoriale” dell’opera. Sommer, in particolare, con la sua edizione in tre volumi (1889–1891), riproduce fedelmente il testo di Caxton, confrontandolo con altre copie e arricchendolo di glossari, bibliografie e studi sulle fonti. Simbolicamente, questi studiosi rappresentano la coscienza critica moderna: mostrano che la lettura dei classici non è passiva, ma richiede domande, confronti, smascheramento di errori e falsificazioni. Grazie a loro, il lettore di oggi può avvicinarsi a La morte di re Artù con maggiore sicurezza, sapendo che dietro c’è un intenso lavoro di ricostruzione.

Temi Principali

Oltre alle avventure spettacolari, La morte di re Artù offre una fitta rete di temi che parlano ancora al lettore contemporaneo. Il romanzo riflette sulle virtù cavalleresche, sull’amore e sul tradimento, sulla responsabilità politica, ma anche sulla memoria e sulla trasmissione dei testi. Per questo è un’opera interessante non solo per chi ama il Medioevo, ma anche per chi vuole capire come le storie costruiscono la nostra idea di passato. I temi principali che seguono possono essere usati come guida allo studio in classe, per collegare il testo a questioni etiche, storiche e perfino digitali (pensiamo alle “versioni” dei testi online), mostrando come un classico non sia mai un oggetto fisso, ma sempre vivo e in discussione.

  • Decadenza della cavalleria e fine di un regno è il grande sfondo tematico. All’inizio del ciclo, la Tavola Rotonda appare come modello di ordine e giustizia; nell’ultima parte tutto si incrina: rivalità tra cavalieri, tradimenti, vendette, guerre interne. La morte di Artù e la dispersione dei suoi cavalieri non sono un semplice “finale triste”, ma la rappresentazione di come anche i sistemi più nobili possano crollare dall’interno. Per gli studenti, questo tema permette di riflettere su come le società si costruiscono e si distruggono, e su quanto sia importante la fiducia reciproca per mantenere in piedi un qualsiasi progetto collettivo.
  • Amore, peccato e pentimento attraversano tutta la storia, ma esplodono nel rapporto tra Lancillotto e Ginevra. Il loro amore è intenso e fedele, ma viola gli impegni matrimoniali e politici; genera conflitti, invidia, sospetti e, alla fine, guerra. Nelle pagine finali, però, vediamo anche il rovescio: la regina che si ritira in convento e confessa i propri peccati, Lancillotto che prende gli ordini religiosi e vive nel rimorso. Il tema mostra come Malory non condanni i sentimenti in sé, ma la loro incapacità di restare entro i limiti del dovere. Può essere collegato in classe a riflessioni su responsabilità affettive e conseguenze delle nostre scelte.
  • Memoria, mito e storicità emergono con forza nella prefazione di Caxton, che si affanna a provare l’esistenza reale di Artù. Monumenti, reliquie, racconti popolari diventano “prove” che mescolano storia e leggenda. Per il lettore moderno è interessante chiedersi: conta davvero se Artù è esistito? O sono più importanti i valori che la sua figura rappresenta? Il tema permette di discutere il rapporto fra storia e mito, fra fatti documentati e narrazioni collettive. In un’epoca di fake news e di storytelling ovunque, capire come funzionano i miti nazionali (come Artù per l’Inghilterra) è un esercizio prezioso di educazione civica e critica.
  • Trasmissione del testo e filologia è un tema meno “romantico”, ma fondamentale. Il saggio critico incluso nei capitoli esaminati racconta come, dal XVI al XIX secolo, l’opera sia stata stampata, tagliata, modernizzata, a volte persino “aumentata” con intere pagine non presenti nell’originale. Alcuni editori, come Upcott, inseriscono materiali senza avvisare; altri, come Sommer, si impegnano a ripulire e ricostruire. Questo tema aiuta a capire che i libri non sono oggetti neutri: dietro ogni pagina ci sono scelte editoriali, valori, a volte errori o manipolazioni. Per gli studenti, è un’introduzione concreta alla filologia e alla necessità di leggere sempre con spirito critico le fonti.
  • Religione, salvezza e giudizio morale percorrono il romanzo dall’impresa del Graal fino alle confessioni finali. Il mondo di Malory è profondamente cristiano: le gesta cavalleresche hanno senso solo se orientate alla salvezza dell’anima. Per questo la ricerca del Graal è la prova suprema, e la morte stessa dei protagonisti è circondata da riti, monasteri, eremiti, confessioni. Il lettore assiste a un costante confronto fra gloria terrena e salvezza eterna. In classe, questo tema permette di mettere in relazione l’opera con la mentalità medievale, ma anche di discutere più in generale su come le culture stabiliscono ciò che è “bene” o “male” e come giudicano le azioni dei singoli.

Perché leggere La morte di re Artù oggi?

Leggere La morte di re Artù oggi significa entrare in contatto con le radici di gran parte del fantasy moderno (da Tolkien a molti videogiochi), ma anche esercitare uno sguardo critico sul passato. L’opera offre avventura, duelli, magie, ma soprattutto domande: che cosa tiene unito un gruppo? Quanto costano, agli altri, le nostre scelte sentimentali? Come facciamo a sapere se un testo è “autentico”? Per studenti e insegnanti è un laboratorio perfetto per lavorare insieme su letteratura, storia, educazione civica e media literacy, scoprendo che dietro ogni leggenda ci sono uomini, errori, riscritture – e un bisogno profondo di raccontare chi siamo.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.