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Bartleby lo scrivano: la silenziosa ribellione all’alienazione del lavoro

Un avvocato ha già dei dipendenti, assume anche uno scrivano, dapprima volenteroso, finisce con lo "spegnersi", un po' come l'umanità stessa

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

In un anonimo ufficio legale di Wall Street, tra scartoffie, timbri e muri senza vista, arriva un giorno un uomo silenzioso che cambierà per sempre la vita del suo datore di lavoro. Si chiama Bartleby, è uno scrivano, cioè un copista di documenti legali. All’inizio sembra il dipendente perfetto: lavora in modo instancabile, non disturba, non fa capricci. Ma a poco a poco, a una semplice richiesta – “Puoi fare questa verifica?”, “Vuoi uscire?” – Bartleby risponde solo: “Preferirei di no”. Questa piccola frase diventa una bomba: manda in crisi il capo, sconvolge i colleghi, mette in discussione l’intero sistema dell’ufficio. Bartleby lo scrivano di Herman Melville è un racconto breve ma potentissimo, che parla di lavoro, solitudine, libertà e rifiuto, e che continua a interrogare lettori di ogni età.

Trama del racconto

Il narratore di Bartleby lo scrivano è un avvocato di mezza età, prudente e rispettabile, che lavora da trent’anni a Wall Street come “Master in Chancery”, cioè un funzionario che si occupa di cause civili, cambiali e ipoteche. Si presenta come un uomo tranquillo e poco ambizioso, orgoglioso di condurre una vita ordinata e senza scosse. Il suo studio è composto da alcune stanze anguste affacciate su muri alti e scuri, che creano un ambiente chiuso, monotono, quasi soffocante. Nello studio lavorano tre impiegati: Turkey, un copista anziano, efficiente e gentile al mattino ma caotico e irascibile dopo pranzo; Nippers, giovane e nervoso, pieno di ambizioni frustrate e problemi di stomaco; e il fattorino Ginger Nut, ragazzino incaricato di piccole commissioni e acquisti di merende. Il narratore descrive questi personaggi con tono ironico e realistico, sottolineando i loro difetti ma anche la sua paziente tolleranza.

Decidendo di ampliare il lavoro, l’avvocato assume un nuovo scrivano: Bartleby. Fin dal principio, l’uomo colpisce per il suo aspetto dimesso e la sua calma assoluta. Viene sistemato dietro un paravento, di fronte a un muro di mattoni, in modo che possa lavorare senza essere disturbato e al tempo stesso restare a portata di voce. All’inizio Bartleby si dimostra un copista eccezionalmente diligente: copia documenti senza tregua, in silenzio, quasi come una macchina. Non parla con i colleghi, non esce mai dall’ufficio, non sembra avere una vita al di fuori del lavoro. Col passare dei giorni, però, il narratore nota qualcosa di inquietante nella sua immobilità e nel suo isolamento totale. È come se Bartleby fosse un’ombra impiantata in quell’ufficio, un’assenza vivente.

La svolta arriva quando il datore di lavoro chiede a Bartleby di partecipare alla normale attività di controllo delle copie, cioè alla lettura ad alta voce per verificare eventuali errori. Improvvisamente, Bartleby risponde con una frase disarmante: “Preferirei di no” (“I would prefer not to”). L’avvocato rimane sbalordito: non è un rifiuto diretto, ma una scelta di non collaborazione espressa con estrema calma. Crede che sia un episodio isolato, ma la scena si ripete ogni volta che Bartleby riceve un incarico diverso dal semplice copiare: verificare documenti, andare alla posta, svolgere commissioni. Sempre con la stessa formula: “Preferirei di no”. Il narratore, combattuto tra irritazione, curiosità e pietà, alterna rimproveri gentili a tentativi di comprensione; eppure non riesce a cacciare Bartleby, perché avverte in lui una sofferenza muta, una fragilità che lo disarma.

Intanto i colleghi reagiscono in modo diverso: Turkey e Nippers si lamentano, trovano Bartleby assurdo o fastidioso, ma sono anche affascinati da quell’ostinazione pacifica. Il capo, per evitare conflitti, sposta gli incarichi, modifica l’organizzazione dell’ufficio, prova ogni possibile compromesso pur di non affrontare uno scontro diretto. Col passare del tempo, però, la “preferenza” di Bartleby si allarga: non solo rifiuta nuove mansioni, ma smette pian piano di copiare. Rimane seduto alla scrivania, con lo sguardo perso sul muro, senza fare nulla. L’avvocato scopre poi che Bartleby vive nello studio: non ha casa, dorme tra i documenti, mangia quasi nulla, non riceve visite. È un uomo senza passato e senza futuro, cancellato dal mondo.

Sconvolto, il narratore tenta diverse strade: gli offre denaro, gli propone un altro impiego, gli suggerisce di abitare a casa sua in attesa di una soluzione. Bartleby, con la stessa ostinata cortesia, “preferisce di no”. Non accetta nulla, ma non fugge neppure. La sua passività, che è anche una forma di resistenza al sistema, manda in crisi l’ordine dell’ufficio e l’identità stessa del datore di lavoro, che non sa se considerarlo un ingrato, un malato, un ribelle o una vittima. La situazione diventa insostenibile quando i clienti cominciano a notare quella presenza immobile e l’assurdità di un dipendente che non lavora e non se ne va. Le voci circolano, la reputazione dell’avvocato è in pericolo. Incapace di licenziare davvero Bartleby, che rifiuta di andarsene, l’uomo compie una scelta estrema: invece di cacciare lo scrivano, decide di traslocare lui stesso in un altro ufficio, abbandonandolo lì, nella vecchia sede.

I nuovi inquilini però, ritrovandosi a loro volta con un uomo che occupa i locali e “preferisce non” andarsene, si rivolgono all’ex proprietario, accusandolo di aver lasciato loro un problema insolubile. L’avvocato torna più volte da Bartleby e prova un ultimo appello: gli offre soldi, lo invita a seguirlo, gli propone una nuova vita. Ma Bartleby resta fermo nel suo rifiuto gentile ma inflessibile. Alla fine viene chiamata la polizia e lo scrivano è arrestato per vagabondaggio e condotto in prigione. Il narratore, pieno di rimorso, continua a interessarsi a lui: lo visita, cerca di fargli avere un trattamento migliore, paga un secondino perché lo nutra e lo tratti con attenzione. Anche in carcere, però, Bartleby rifiuta lentamente tutto, perfino il cibo. Un giorno l’avvocato lo trova riverso a terra, immobile nel cortile della prigione, accasciato vicino a un muro: è morto di inedia, come se avesse “preferito” lentamente spegnersi anziché adattarsi al mondo.

Nelle pagine finali, il narratore riporta una voce secondo la quale Bartleby avrebbe lavorato in passato presso l’ufficio delle Lettere Morte, cioè le lettere mai recapitate, destinate ad essere distrutte. Questa possibile informazione biografica assume un fortissimo significato simbolico: come le lettere smarrite, anche Bartleby sembra un messaggio non arrivato a destinazione, un essere umano tagliato fuori dalla comunicazione e dai legami. L’avvocato, che per tutta la storia ha cercato di conciliare umanità e burocrazia, si trova a riflettere amaramente sul fallimento del suo tentativo: non è riuscito a “salvare” Bartleby, né a comprenderlo del tutto. Il racconto si chiude con una frase che è insieme preghiera e rimpianto: “Ah, Bartleby! Ah, umanità!”. In queste parole finali si concentra tutto il senso tragico e misterioso della vicenda, che lascia il lettore con domande aperte sul lavoro, sull’alienazione e sulla possibilità di aiutare davvero chi rifiuta di partecipare alle regole della società.

Personaggi di Bartleby lo scrivano

I personaggi di Bartleby lo scrivano sono pochi, ma ognuno ha una forte funzione simbolica oltre che narrativa. Non sono solo figure realistiche di un ufficio ottocentesco, bensì rappresentazioni viventi di diversi modi di affrontare il lavoro, il potere, la frustrazione e la solitudine. Al centro c’è il narratore-avvocato, voce che racconta e allo stesso tempo personaggio coinvolto: attraverso i suoi occhi conosciamo Bartleby e gli altri impiegati, ma scopriamo anche le sue incertezze morali. Bartleby, con la sua frase fissa “preferirei di no”, si oppone silenziosamente al sistema, mentre Turkey, Nippers e Ginger Nut sono come tre facce della stessa macchina lavorativa: l’abitudine, l’ambizione, la giovinezza. Insieme creano un piccolo mondo chiuso che riflette, in scala ridotta, le dinamiche dell’intera società moderna.

  • Il narratore / l’avvocato è un uomo di mezza età, prudente, rispettabile, abituato alla tranquillità del suo ufficio di Wall Street. Si descrive come “non eroico”, amante della routine e delle cause semplici, lontano da passioni e rischi. All’inizio appare compiaciuto del proprio equilibrio: governa i dipendenti con pazienza, tollera i loro difetti, si vanta della sua moderazione. L’arrivo di Bartleby però lo mette in crisi: di fronte a un impiegato che rifiuta di ubbidire senza essere aggressivo, l’avvocato non sa come reagire. Oscilla tra irritazione, senso del dovere, pietà e senso di colpa. Simbolicamente rappresenta l’uomo borghese che tenta di conciliare umanità e ordine economico, senza però riuscire davvero a comprendere l’“irriducibile” che c’è in chi non si adatta alle regole del lavoro.
  • Bartleby è il misterioso scrivano che dà il titolo al racconto. È descritto come pallido, silenzioso, di modi gentili ma distanti. All’inizio è un copista instancabile, poi comincia a rispondere “preferirei di no” a ogni richiesta che vada oltre il semplice copiare, fino a smettere del tutto di lavorare. Non ha passato noto, non ha famiglia né amici, vive in ufficio e poi in prigione come un fantasma. Il suo rifiuto non è violento, ma assoluto: una resistenza passiva che mette a nudo l’assenza di libertà nel mondo del lavoro. Simbolicamente Bartleby incarna l’individuo schiacciato dalla burocrazia, l’alienazione moderna, ma anche una forma estrema di libertà interiore: preferisce spegnersi piuttosto che partecipare a un sistema che non riconosce come suo.
  • Turkey è uno dei copisti anziani dell’ufficio, corpulento, oltre la mezza età, dall’umore variabile. Al mattino è preciso, efficiente, perfino affettuoso nel rapporto con il padrone. Dopo pranzo, però, diventa irascibile, confuso, incline a fare pasticci e sporcare i documenti. L’avvocato cerca di gestirlo con delicatezza, proponendogli di lavorare solo mezza giornata, ma lui si offende e difende la propria utilità. Turkey rappresenta la forza lavoro logorata dall’età e dalla ripetizione, l’abitudine che si ostina a restare anche quando non è più adatta. Simbolicamente incarna il lato “usurato” della classe lavoratrice: fedele ma poco lucida, dipendente dal salario, incapace di pensare davvero a un’alternativa, e quindi comicamente tragica.
  • Nippers è l’altro copista, giovane, ambizioso, insofferente. Soffre di un’irritazione cronica per la sua scrivania, che non è mai all’altezza giusta, e di problemi di stomaco che lo rendono nervoso. Al mattino è agitato, scostante, pronto a litigare; nel pomeriggio, invece, diventa più calmo e produttivo, in una sorta di alternanza simmetrica rispetto a Turkey. È spesso assorto in progetti per migliorare la propria posizione sociale, ma resta inchiodato al ruolo di scrivano. Simbolicamente Nippers rappresenta l’energia frustrata del lavoratore moderno: pieno di aspirazioni, ma intrappolato in compiti meccanici e subordinati. La sua irritazione costante verso il tavolo da lavoro diventa metafora del disagio verso un sistema che non lascia spazio alla realizzazione personale.
  • Ginger Nut è il giovane fattorino dell’ufficio, chiamato così perché spesso viene mandato a comprare biscotti allo zenzero. È un ragazzo di umili origini, figlio di un fornaio, che spera forse un giorno di fare carriera nello studio legale. In realtà svolge mansioni marginali: porta messaggi, fa commissioni, pulisce, osserva i litigi degli adulti. La sua figura, apparentemente comica e secondaria, ha un ruolo simbolico importante: rappresenta l’ingresso delle nuove generazioni in un sistema lavorativo già alienante. Attraverso i suoi occhi ingenui il lettore scorge la normalizzazione dello sfruttamento e della noia d’ufficio, come se fosse l’unico orizzonte possibile. Ginger Nut è, in un certo senso, il futuro Turkey o Nippers, già avviato sulla stessa strada di fatica e dipendenza economica.

Temi Principali

Bartleby lo scrivano è un racconto breve ma densissimo di significati. Melville usa un piccolo ufficio legale come laboratorio per esplorare grandi questioni legate alla modernità: il rapporto tra individuo e sistema, la forma che assume il lavoro nell’epoca del capitalismo, il senso della libertà personale quando tutto è regolato da contratti, ordini e scadenze. Attraverso la figura enigmatica di Bartleby e lo sguardo partecipe ma limitato del narratore, il testo mette a fuoco esperienze ancora attuali: la solitudine in mezzo alla folla, l’alienazione di chi svolge compiti ripetitivi, la difficoltà di aiutare davvero chi rifiuta di essere “aggiustato”. I temi principali del racconto parlano direttamente anche al lettore di oggi, che può ritrovare nelle stanze di Wall Street molti aspetti del mondo del lavoro e della società contemporanei.

  • Alienazione e lavoro moderno è forse il tema centrale del racconto. L’ufficio di Wall Street è un luogo chiuso, senza vista, dove gli impiegati trascorrono le giornate copiando documenti che non capiscono e non li riguardano personalmente. Bartleby, inizialmente copista perfetto, mostra con il suo progressivo rifiuto quanto sia disumano un lavoro ridotto a pura ripetizione meccanica. Il suo “preferirei di no” spezza l’automatismo dell’obbedienza e rivela l’abisso tra il bisogno di senso dell’individuo e la logica impersonale degli affari. La sua fine per inedia, dopo aver rinunciato sia al lavoro sia alla vita, è l’immagine estrema di un’esistenza consumata dall’alienazione, come se il sistema avesse prosciugato in lui ogni energia vitale.
  • Rifiuto, passività e resistenza emergono nella formula fissa di Bartleby. A differenza di un ribelle tradizionale, non grida, non protesta, non organizza rivolte: semplicemente “preferisce di no”. Questa resistenza passiva è disarmante perché non offre appigli alla repressione, ma mette in crisi chi ha il potere. Il narratore non sa come punirlo o convincerlo, perché Bartleby non rivendica nulla, non chiede miglioramenti, non propone alternative. Il suo rifiuto assoluto di partecipare alle richieste del mondo è al tempo stesso tragico e affascinante: sembra un gesto di estrema libertà interiore, ma anche un auto-annientamento. Il racconto interroga il lettore: fino a che punto è legittimo sottrarsi alle aspettative sociali? E che cosa resta della persona quando dice “no” a tutto?
  • Solitudine e incomunicabilità attraversano tutta la vicenda. Sebbene l’ufficio sia popolato da vari personaggi, ognuno è chiuso nel proprio isolamento: Turkey e Nippers nei loro difetti, l’avvocato nella sua rispettabilità, Bartleby nel suo mutismo. Nessuno riesce davvero a entrare in contatto con lo scrivano, che abita l’ufficio notte e giorno senza mai raccontare nulla di sé. Il possibile passato alle “Lettere Morte” rafforza questa simbologia: Bartleby è come una lettera che non arriva a destinazione, un messaggio umano senza destinatario. Il narratore prova sincera pietà, ma il suo linguaggio di padronato, offerte di lavoro e soldi non riesce a raggiungere il cuore del problema. La solitudine di Bartleby diventa così il simbolo di una più ampia incomunicabilità tra individui nella società moderna.
  • Etica, responsabilità e limiti della carità sono esplorati attraverso i dilemmi dell’avvocato. Davanti a un dipendente che rifiuta di lavorare ma appare fragile e indifeso, che cosa è giusto fare? Licenziarlo brutalmente e difendere l’ordine dell’ufficio, oppure tollerarlo per compassione, mettendo a rischio la propria attività? Il narratore tenta una via di mezzo: è irritato ma anche premuroso, duro ma pieno di rimorsi. La sua decisione di traslocare per non scacciare Bartleby rivela tanto generosità quanto vigliaccheria. Il racconto mostra dunque i limiti della carità borghese: per quanto sincera, resta legata alla logica dell’utilità e del decoro sociale. Di fronte a un rifiuto radicale come quello di Bartleby, questa carità si scopre impotente, incapace di “salvare” chi non vuole o non può essere salvato secondo le soluzioni offerte dal sistema.

Perché leggere Bartleby lo scrivano oggi?

Leggere Bartleby lo scrivano oggi significa confrontarsi con domande che toccano da vicino studenti e adulti: ha senso un lavoro che non ci rappresenta? Come reagire alle richieste di una società che ci vuole sempre produttivi e disponibili? La figura di Bartleby, con il suo “preferirei di no”, è diventata un simbolo moderno di rifiuto e fragilità, spesso citato anche nel dibattito contemporaneo su burnout, quiet quitting e disagio giovanile. Per chi studia letteratura, il racconto è un ottimo esempio di testo breve ma complesso, ricco di simboli e interpretabile in molti modi. Inoltre aiuta a sviluppare sensibilità verso chi vive ai margini e a interrogare criticamente il mondo del lavoro che ci aspetta fuori da scuola.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.