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Frankenstein, o il moderno Prometeo: hybris scientifica e solitudine della creatura

Uno studente decide di dare vita a una creatura fatta di materia deceduta. Il mostro nasce e semina terrore perché non ascoltato dal suo creator

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Pubblicato nel 1818 da una giovanissima Mary Shelley, “Frankenstein, o il moderno Prometeo” è uno dei romanzi più affascinanti e inquietanti di tutta la letteratura. Non è solo la storia di uno scienziato pazzo e del suo “mostro”: è un viaggio dentro il desiderio umano di conoscenza assoluta, la solitudine, il rifiuto, il senso di colpa. Ambientato tra Ginevra, la Germania, la Scozia e i ghiacci del Nord, unisce atmosfera gotica, riflessione filosofica e intensa emozione. Leggendolo, ti troverai a chiederti: chi è davvero il mostro? Il gigante creato in laboratorio o il suo creatore, incapace di assumersi le proprie responsabilità? E fino a dove possiamo spingerci con la scienza senza distruggere noi stessi e gli altri? Un romanzo ottocentesco sorprendentemente attuale, che parla anche di noi.

Trama del romanzo

Il racconto di Frankenstein è incorniciato da una cornice epistolare: il capitano Robert Walton, impegnato in una spedizione verso il Polo Nord, scrive alla sorella delle sue ambizioni di gloria e della solitudine che prova. Tra i ghiacci salva un uomo stremato, Victor Frankenstein, che comincia a narrargli la propria storia come un monito. Victor è nato a Ginevra, in una famiglia affettuosa e benestante: il padre, uomo integro, sposa la coraggiosa Caroline Beaufort dopo averla salvata dalla miseria. Cresciuto come figlio amatissimo, Victor vede entrare presto nella sua vita due figure decisive: la piccola Elizabeth Lavenza, bambina di origini misteriose adottata dalla famiglia, e l’amico d’infanzia Henry Clerval, sognatore e generoso.

L’infanzia di Victor è felice: egli si distingue però per una curiosità ardente e quasi ossessiva. Mentre Elizabeth incarna armonia e dolcezza, lui è attratto da tutto ciò che è oscuro e nascosto. A tredici anni scopre per caso un libro di Cornelius Agrippa e si appassiona alle antiche dottrine alchemiche di Paracelso e Alberto Magno. Il padre liquida quelle letture come sciocchezze, ma senza spiegargli davvero la differenza con la scienza moderna: questo errore educativo alimenta il fascino di Victor per la conoscenza proibita. Dopo la morte per scarlattina della madre, che si ammala assistendo Elizabeth, Victor parte per l’università di Ingolstadt. Lì, dopo un brusco incontro con il professor Krempe, trova in Waldman un mentore gentile che lo indirizza verso la chimica e la fisiologia.

Gli studi diventano presto un’ossessione. Victor trascura la famiglia, gli amici, la salute; passa notti nei laboratori e nelle sale anatomiche, studia la decomposizione dei corpi in ossari e cimiteri. Fino a scoprire, dopo esperimenti segreti, il principio per infondere vita alla materia inerte. Esaltato dal potere ottenuto, decide di creare non un semplice organismo, ma un essere umano di dimensioni gigantesche. Per quasi due anni lavora febbrilmente, isolato, finché in una cupa notte di novembre la creatura apre gli occhi. Il trionfo immaginato si trasforma immediatamente in orrore: nonostante avesse scelto “belle proporzioni”, l’insieme è mostruoso, con pelle giallastra tesa sui muscoli, occhi spenti, labbra nere. Victor fugge terrorizzato, abbandonando la creatura a se stessa.

Sconvolto, si ammala gravemente e viene accudito dall’amico Henry Clerval, giunto a Ingolstadt per studiare. Una lettera di Elizabeth gli porta notizie rassicuranti da Ginevra e introduce la figura di Justine Moritz, giovane domestica accolta in casa loro. Quando Victor sembra essersi ripreso, arriva però una terribile notizia: il fratellino William è stato assassinato. Tornato di corsa a Ginevra, Victor intuisce, vedendo per un istante la creatura vicino al luogo del delitto, che il colpevole è il suo “demone”. Ma in città viene accusata Justine, perché si trova addosso il ritratto della madre di Victor, scomparso dal collo di William.

Al processo, Elizabeth difende con coraggio Justine, ma le prove indiziarie e il pregiudizio popolare prevalgono: la ragazza è condannata e giustiziata. Victor, distrutto dal rimorso per il duplice crimine di cui si sente responsabile, si chiude nella disperazione e sogna la morte. La famiglia si ritira nella casa di Belrive, sul lago di Ginevra. Elizabeth è cupa e disillusa, Victor vaga di notte in barca combattuto tra il desiderio di suicidarsi e il timore di lasciare i suoi cari esposti alla creatura. In cerca di sollievo, si rifugia tra le montagne di Chamonix: la natura sublime sembra calmarlo, finché sul ghiacciaio del Montanvert non gli appare il mostro, agile tra i crepacci.

Victor vorrebbe ucciderlo, ma la creatura parla e lo costringe ad ascoltarla. Comincia allora una lunga narrazione in prima persona: il “mostro” racconta le sue prime ore di vita confusa, il dolore della luce, la fame e il freddo, i tentativi goffi di muoversi, nutrirsi, capire i suoni. Fuggito dal laboratorio, ha vagato in una foresta, imparando a distinguere i sensi, a usare il fuoco, a cercare riparo. Il primo contatto con un pastore culmina in fuga e terrore. Rifugiatosi in un tugurio attaccato a una casetta di campagna, scopre una povera famiglia di esuli francesi: il vecchio cieco De Lacey, il figlio Felix e la figlia Agatha. Li osserva di nascosto per mesi, commosso dalla loro bontà e dalla povertà dignitosa; smette di rubare il loro cibo e li aiuta lasciando legna davanti alla porta.

Attraverso l’ascolto impara la loro lingua, conosce parole come “pane”, “latte”, “fuoco” e i loro nomi. L’arrivo della bella straniera Safie, di origine turco-araba, porta gioia e permette alla creatura di imparare a leggere e a conoscere la storia umana grazie al libro “Le rovine dell’impero” di Volney. Così scopre grandezze e atrocità della civiltà, la tensione tra virtù e corruzione. Trova poi in un bosco una valigetta con tre libri: “I dolori del giovane Werther”, le “Vite” di Plutarco e il “Paradise Lost” di Milton. Queste letture formano la sua mente e il suo cuore: impara la malinconia amorosa, l’eroismo civile, il dramma religioso di Adamo e Satana, con cui si identifica a tratti.

Scopre anche alcuni fogli: il diario di Victor sulle fasi della sua creazione. Leggendolo, capisce di essere frutto di un esperimento e di essere sempre stato considerato un abominio dal suo creatore. Ferito, ma ancora pieno di speranza, decide di presentarsi ai De Lacey cominciando dal vecchio cieco, più aperto e privo di pregiudizi sull’aspetto. L’incontro, inizialmente tenero, è rovinato dal ritorno improvviso di Felix, Safie e Agatha, che reagiscono con orrore: Felix picchia la creatura e la scaccia. Il giorno dopo la famiglia abbandona la casa per sempre. Spezzato l’ultimo legame affettivo, il mostro, disperato, incendia la capanna nella notte e giura vendetta contro il suo creatore, responsabile di quella solitudine.

Attraverso documenti trovati nel laboratorio, risale a Ginevra e inizia il viaggio per trovare Victor. Lungo la strada subisce nuovi rifiuti e violenze da parte degli uomini. In un accesso di rabbia uccide il piccolo William, incapace di dominare l’odio verso la specie umana; poi decide di incastrare Justine nascondendo la miniatura nella sua tasca. Conclude il racconto chiedendo a Victor una sola cosa: la creazione di una compagna simile a lui, per non essere più solo. Promette che, ottenuta una moglie, si ritirerà in luoghi selvaggi del mondo, lontano dagli uomini.

Victor è diviso tra orrore e pietà. Sa che la creatura prova sentimenti e ha imparato la morale dagli uomini, ma teme anche che una coppia di esseri come lui possa generare una nuova razza di “demoni”. Dopo un duro confronto nel capitolo 17, accetta infine di creare la compagna, a patto che il mostro giuri di lasciare per sempre l’Europa. Tornato a Ginevra, Victor rimanda il lavoro, schiacciato dal disgusto e dalla paura. Il padre, vedendo il suo stato, lo invita a sposare Elizabeth per ridare pace alla famiglia; Victor accetta, ma chiede di rimandare le nozze dopo un viaggio in Inghilterra con Henry, ufficialmente per studi, in realtà per completare il secondo esperimento lontano da casa.

In Inghilterra e in Scozia, i due amici visitano città, paesaggi, università; Henry è entusiasta, mentre Victor resta isolato e cupo. Si separa infine dall’amico e si ritira in una remota isola delle Highlands per allestire un nuovo laboratorio. Lì, tra angosce e ripensamenti, riprende la costruzione della femmina. Ma una sera, vedendo il mostro alla finestra che lo osserva con attesa, è assalito dall’idea che la nuova creatura possa odiare il primo, o generare una stirpe pericolosa. In un impeto di rifiuto morale, fa a pezzi il corpo incompleto sotto lo sguardo del suo primo essere.

Il mostro urla di disperazione: la sua unica speranza è distrutta. Minaccia Victor, promettendogli: “Sarò con te nella tua notte di nozze”. Fuggito il demone, Victor getta in mare i resti, ma viene gettato dalla tempesta sulle coste d’Irlanda, dove è accusato dell’omicidio di un uomo trovato sulla spiaggia. Portato davanti a un magistrato, scopre con orrore che la vittima è Henry Clerval, strangolato con il solito metodo. Sconvolto, cade in una lunga malattia delirante. Alla fine, grazie all’intervento comprensivo di Mr. Kirwin e del padre accorso dall’Italia, viene assolto per mancanza di prove e rilasciato.

Di ritorno a Parigi e poi verso la Svizzera, Victor vive divorato dal senso di colpa e dal segreto che non riesce a condividere. Elizabeth gli scrive una lettera piena di affetto e timore: teme che lui non la ami più o che abbia scelto un’altra donna. Victor la rassicura e, nonostante l’oscura minaccia del mostro, decide di sposarla, convinto che la creatura voglia uccidere lui stesso, non la sposa. Il matrimonio avviene e la coppia si reca in viaggio di nozze sul lago. Ma la sera, all’albergo, durante un temporale, mentre Victor gira per la casa armato in attesa del demone, un urlo lacera l’aria: torna e trova Elizabeth morta, strangolata. Alla finestra, la figura del mostro ghigna e indica il cadavere prima di gettarsi nel lago.

Dopo vane ricerche, Victor torna a Ginevra: il padre, distrutto dal dolore, muore poco dopo. Rimasto solo, l’eroe sente di non avere più nulla da perdere. Va al cimitero della famiglia e, tra le tombe di William, Caroline, Elizabeth e del padre, giura vendetta eterna. Il mostro appare, lo provoca e fugge; inizia così un lungo inseguimento attraverso l’Europa e le terre gelate del Nord. Victor segue le tracce lasciate dal suo nemico, che a volte gli lascia messaggi beffardi su alberi e rocce. Consuma le proprie forze, ma è tenuto in vita solo dal desiderio di distruggere la creatura. Infine, ormai allo stremo sui ghiacci del Nord, è raccolto dalla nave di Walton, a cui affida il proprio racconto.

Quando la spedizione di Walton decide di tornare indietro, Victor muore, esaurito. Poco dopo, Walton sorprende nella cabina il mostro che piange sul cadavere del suo creatore. In un ultimo monologo, la creatura confessa il proprio rimorso: odiava Victor, ma ora prova solo dolore per le vite distrutte e per la propria esistenza infelice. Annuncia di voler salire sulla pira funeraria e bruciare il proprio corpo tra i ghiacci, per non lasciare traccia della sua razza. Scompare nella notte polare, lasciando Walton e il lettore con il dubbio su chi sia stato davvero il più “mostruoso”.

Personaggi di Frankenstein, o il moderno Prometeo

I personaggi di “Frankenstein” sono costruiti come figure vive ma anche come simboli di grandi forze: la sete di sapere, il bisogno di affetto, il senso di colpa, la fiducia o il rifiuto. Attorno a Victor Frankenstein e alla sua Creatura si muove una costellazione di figure familiari e amicali che ne mettono in luce contraddizioni e limiti. Ogni personaggio non serve solo alla trama, ma rappresenta un’idea: la scienza senza etica, l’innocenza schiacciata, la compassione, il fanatismo, la speranza di redenzione. Conoscerli aiuta a cogliere il romanzo non come semplice storia dell’orrore, ma come riflessione profonda sulla natura umana. Nella lista seguente, per ogni figura trovi una breve descrizione e il suo significato simbolico, utile per preparare interrogazioni, saggi o prove scritte.

  • Victor Frankenstein – Giovane scienziato ginevrino, intelligente e sensibile, ma dominato da una ambizione smisurata. Da ragazzo coltiva l’ossessione di penetrare i segreti della natura, superare i limiti umani e “rinnovare le specie”. A Ingolstadt scopre come dare vita alla materia inerte e crea la Creatura, ma la rifiuta appena la vede, fuggendo alle proprie responsabilità. È allo stesso tempo vittima e colpevole: soffre per la morte dei suoi cari, ma non trova il coraggio di confessare la verità e prevenire altre tragedie. Simbolicamente incarna la scienza senza etica, il “moderno Prometeo” che ruba il fuoco della vita senza chiedersi a chi appartenga. È anche emblema di un adolescente/genio che non accetta limiti, scoprendo troppo tardi il costo delle proprie scelte.
  • La Creatura (il “mostro”) – Essere gigantesco, intelligente e ipersensibile, nato innocente ma marchiato da un aspetto repellente. Impara da solo a parlare, leggere, pensare; prova compassione per i poveri, ama la musica e i libri, desidera solo essere accolto. Ripetutamente respinto e aggredito a causa del corpo deformato, si trasforma in vendicatore, colpendo ciò che Victor ama. È vittima del pregiudizio e dell’abbandono, ma anche carnefice spietato di William, Justine, Clerval, Elizabeth. Simbolicamente rappresenta il figlio rifiutato, il diverso, l’“altro” che la società non sa integrare; è anche proiezione delle parti oscure di Victor e dell’umanità intera. Il suo percorso mostra come l’assenza di amore possa deformare perfino una natura inizialmente buona, trasformando sensibilità in odio.
  • Elizabeth Lavenza – Orfana di origine incerta, adottata dalla famiglia Frankenstein e promessa sposa di Victor. Dolce, paziente, amante della pace domestica, ama i paesaggi, i bambini e la lettura. Cerca sempre di consolare gli altri, nascondendo il proprio dolore: dopo l’uccisione di William e la condanna di Justine perde fiducia nel mondo ma continua a prendersi cura della famiglia. La sua morte nella notte di nozze è il colpo definitivo alla speranza di Victor. Simbolicamente Elizabeth è la figura angelica della tradizione romantica: rappresenta l’amore gratuito, la casa, l’innocenza che la violenza del mondo non riesce a proteggere. È anche l’immagine di ciò che Victor sacrifica alla sua ossessione scientifica: relazioni vere, affetti, responsabilità concreta verso chi lo ama.
  • Henry Clerval – Amico d’infanzia di Victor, allegro, idealista, amante della letteratura cavalleresca e dei viaggi. Vuole portare benefici all’umanità, sogna di andare in India per migliorare il destino degli oppressi, studia lingue e culture. È l’opposto di Victor: mentre questi si chiude nei laboratori, Henry cerca la compagnia degli uomini e la bellezza del mondo. Più volte lo salva fisicamente e moralmente, assistendolo nella malattia e incoraggiandolo. Ucciso brutalmente dal mostro in Irlanda, diventa il simbolo dell’innocente sacrificato alle colpe di Victor. Rappresenta l’ideale romantico positivo: immaginazione, altruismo, desiderio di bene pubblico. La sua eliminazione dal romanzo indica come l’ossessione individuale possa distruggere non solo il colpevole, ma anche il meglio che lo circonda.
  • Alphonse Frankenstein – Padre di Victor, uomo integro, responsabile, affettuoso ma anche, a tratti, un po’ cieco rispetto alla profondità del figlio. Dopo una giovinezza dedicata al bene pubblico, si concentra sulla famiglia, che ama sinceramente. Cerca di consolare Victor con ragionamenti moderati, invitandolo a non lasciarsi vincere dal dolore; sogna il matrimonio con Elizabeth come ricostruzione della felicità. Tuttavia non intuisce mai davvero la causa del tormento del figlio, né la gravità del suo segreto. Muore di crepacuore dopo la morte di Elizabeth. Simbolicamente incarna la vecchia generazione illuminata ma limitata: un’autorità benintenzionata che non riesce a prevenire i rischi delle nuove scoperte, né a leggere il disagio profondo dei giovani che ha educato, per quanto li ami.
  • Caroline Beaufort Frankenstein – Madre di Victor, figlia di un mercante caduto in miseria e salvata dal futuro marito. È generosa, pronta al sacrificio, sensibile verso i poveri (ospita Elizabeth proprio vedendola in una casa contadina). La sua morte precoce, dopo aver assistito Elizabeth malata, segna uno spartiacque nella vita del figlio. Per Victor, Caroline rimane il modello di cura materna ideale, che lui non saprà offrire alla propria creatura. Simbolicamente rappresenta la madre sacrificata, ma anche l’idea che l’amore possa nascere dall’adozione e dall’accoglienza. Il contrasto tra la sua attitudine a prendersi cura dei deboli e l’incapacità di Victor di assumere un ruolo “genitoriale” con il mostro mette in risalto il tema della responsabilità mancata.
  • Justine Moritz – Giovane domestica cresciuta in casa Frankenstein, dopo un’infanzia segnata da una madre ingiusta e crudele. È gentile, devota, riconoscente verso la famiglia che l’ha accolta; si prende cura dei malati, è amata dai bambini. Accusata ingiustamente dell’omicidio di William a causa di indizi falsi, viene condannata nonostante la difesa appassionata di Elizabeth. Accetta la morte con dignità, pur sapendosi innocente. Simbolicamente Justine rappresenta l’innocente sacrificata dalla società e dal sistema giudiziario basato sul pregiudizio e sulle apparenze. È anche la vittima indiretta della “creazione” di Victor: la sua esecuzione rende tangibile come un errore scientifico possa ricadere su persone lontane e inermi, non solo sullo scienziato che l’ha commesso.
  • De Lacey, Felix, Agatha e Safie – La famiglia di contadini esuli che la Creatura osserva e ama in segreto. De Lacey è un vecchio cieco, gentile e saggio; Felix il figlio, energico e coraggioso ma tormentato dalla colpa; Agatha la figlia, dolce e premurosa; Safie la giovane straniera araba, desiderosa di libertà e amore. Un tempo nobili a Parigi, sono caduti in miseria per aver tentato di salvare il padre di Safie da una condanna ingiusta. Simbolicamente incarnano la famiglia ideale fatta di affetto, sacrificio reciproco e valori morali alti, ma allo stesso tempo rivelano i limiti dell’umanità: quando vedono la Creatura, reagiscono con terrore e rifiuto. Sono il sogno di integrazione sociale del mostro, e la prova che spesso la bontà non basta a vincere il pregiudizio sull’aspetto esteriore.
  • Robert Walton – Il capitano della nave che raccoglie Victor sui ghiacci del Nord e registra l’intero racconto in lettere alla sorella. È un esploratore ambizioso, desideroso di gloria e di scoperte “mai fatte prima” al Polo. Solitario e assetato di amicizia intellettuale, vede in Victor uno spirito affine e allo stesso tempo un monito vivente. Grazie alla sua presenza, la storia assume la forma di un racconto-cornice. Simbolicamente Walton è lo “specchio” di Victor: un altro giovane pronto a rischiare tutto per superare i limiti umani. Ma a differenza di Victor, ascolta l’avvertimento implicito nella storia e rinuncia alla spedizione quando l’equipaggio è in pericolo. Rappresenta la possibilità di imparare dall’esperienza altrui e di fermarsi prima che l’ossessione travolga se stessi e gli altri.

Temi Principali

“Frankenstein” è un romanzo ricchissimo di temi che parlano direttamente alla nostra epoca: dalla responsabilità della scienza alla solitudine dei diversi, dall’educazione affettiva ai rapporti familiari, fino al rapporto uomo-natura. Mary Shelley intreccia questi motivi dentro una trama avventurosa, facendo sì che ogni evento abbia anche un significato simbolico e morale. Per uno studente, riconoscere i temi principali è fondamentale per preparare analisi del testo, saggi brevi o collegamenti interdisciplinari (scienze, filosofia, educazione civica). Qui di seguito trovi alcuni dei nuclei tematici più importanti, con una breve spiegazione critica che può aiutarti a costruire riflessioni personali e originali, andando oltre il semplice riassunto della storia.

  • Scienza, ambizione e responsabilità – Il cuore del romanzo è la domanda: fino a dove può spingersi la ricerca scientifica? Victor non è malvagio: vuole conoscere, vuole fare del bene, sogna di “vincere la morte”. Ma agisce da solo, in segreto, ignorando il confronto con altri scienziati, con la società, con l’etica. Una volta raggiunto l’obiettivo (creare la vita), fugge dalle conseguenze, rifiutando la creatura e tacendo sugli effetti delle sue esperienze. Mary Shelley non condanna la scienza in sé, ma l’ambizione senza responsabilità, l’idea che “se posso farlo, allora devo farlo”. Il romanzo anticipa paure moderne su biotecnologie, intelligenza artificiale, energia nucleare: ogni potere nuovo chiede chi lo userà, con quali limiti e per il bene di chi. Victor sbaglia proprio qui.
  • Creazione e paternità mancata – Victor è, simbolicamente, un “padre” che abbandona il figlio alla nascita. La creatura non ha un’infanzia, nessuno che lo istruisca o lo consoli; deve imparare da sola a parlare, pensare, distinguere il bene dal male. Il romanzo mostra che creare una vita non è solo un atto tecnico, ma un impegno affettivo e morale: chi mette al mondo (o in esistenza) un essere nuovo ha il dovere di accompagnarlo. Victor invece fugge, prova disgusto per il corpo che ha costruito, rifiuta ogni responsabilità. La violenza del mostro è anche il risultato di questa paternità mancata. Il tema parla non solo di genitori e figli, ma di ogni forma di “creazione” umana: progetti tecnologici, politici, sociali che, se non seguiti, possono ritorcersi contro i loro stessi autori.
  • Solitudine, rifiuto e bisogno di amore – La Creatura nasce come una “pagina bianca”, piena di capacità di apprendere e di amare. Tutto ciò che desidera è un po’ di affetto, una famiglia, uno sguardo non spaventato. Ma ovunque va, gli uomini lo respingono e lo aggrediscono a causa del suo aspetto. La sua solitudine profonda, fisica e morale, lo spinge progressivamente verso l’odio e la vendetta. Il romanzo mostra quanto l’essere umano (o comunque dotato di coscienza) abbia bisogno degli altri per svilupparsi in modo sano: senza riconoscimento, anche le migliori potenzialità si deformano. Questo tema è attualissimo se pensiamo al bullismo, all’emarginazione dei “diversi”, alle solitudini adolescenziali: il rifiuto continuo può trasformare il dolore in rabbia distruttiva.
  • Giustizia, pregiudizio e colpa collettiva – La vicenda di Justine, condannata innocente per l’omicidio di William, e la fuga della famiglia De Lacey mostrano una società che giudica spesso sulla base delle apparenze e del timore. I tribunali, la folla, ma anche i vicini di casa reagiscono in modo impulsivo e prevenuto. La Creatura stessa non viene mai ascoltata: è “mostro” per il volto, non per le intenzioni. Mary Shelley denuncia così i meccanismi di capro espiatorio: trovare qualcuno da incolpare, invece di cercare le cause profonde del male. Allo stesso tempo, la colpa non è solo di Victor: molti personaggi contribuiscono, con omissioni o vigliaccherie, alla tragedia. Il romanzo invita a riflettere su come la colpa morale possa essere diffusa, anche quando la responsabilità giuridica ricade su un singolo.
  • Natura, sublime e consolazione – I paesaggi del romanzo non sono semplici sfondi, ma elementi attivi. Le montagne svizzere, i ghiacciai, i laghi, le tempeste dei mari del Nord sono descritti secondo l’estetica romantica del sublime: una bellezza grandiosa, terribile e affascinante. Per Victor, la natura è spesso l’unico sollievo alla sua angoscia: le vette del Monte Bianco, i ghiacciai di Chamonix, i laghi inglesi gli offrono momenti di tregua spirituale. Ma lo ricordano anche della sua piccolezza di fronte alle forze universali. Per la Creatura, la natura è inizialmente madre benevola, poi specchio del proprio isolamento. Il tema mette in rilievo il rapporto uomo-ambiente: lontano dalla città e dagli esperimenti, i personaggi possono ancora percepire un ordine, un senso, una misura che li supera.
  • Identità, educazione e natura umana – Un punto centrale del romanzo è la “educazione” della Creatura: nessuno gli insegna nulla in modo diretto, eppure, osservando gli altri, leggendo, riflettendo, sviluppa una coscienza morale e un linguaggio raffinato. All’inizio è più buono di molti umani, capace di empatia e sacrificio. Ciò suggerisce che la natura umana (o di un essere razionale) non è fissata in modo immutabile, ma può essere modellata dall’esperienza e dall’accoglienza o dal rifiuto. Mary Shelley dialoga, così, con le teorie filosofiche del suo tempo (Rousseau, l’Illuminismo): siamo buoni o cattivi per nascita? Il romanzo sembra dire che nessuno nasce “mostro”: è il tipo di educazione e di relazione ricevuta che orienta, pur non giustificando mai fino in fondo il passaggio all’omicidio.

Perché leggere Frankenstein, o il moderno Prometeo oggi?

Leggere “Frankenstein” oggi significa interrogarsi sul rapporto tra scienza, etica e responsabilità in un mondo in cui possiamo manipolare geni, creare intelligenze artificiali e cambiare l’ambiente. Il romanzo di Mary Shelley anticipa domande che ci facciamo ancora: cosa succede quando creiamo qualcosa che non controlliamo più? Qual è il prezzo del rifiuto e del bullismo verso chi è diverso? Per uno studente, l’opera offre moltissimi spunti interdisciplinari (storia delle scienze, filosofia, educazione civica) e aiuta a riflettere su temi personali: il bisogno di essere accettati, il rapporto con i genitori, la gestione delle proprie ambizioni. È una lettura coinvolgente e profonda, ideale per capire davvero il Romanticismo e se stessi.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.