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I promessi sposi: riassunto Capitolo 20

Lucia viene rapita e portata al palazzo dell'Innominato, bandito crudele che ha stretto accordi con don Rodrigo per custodire la ragazza

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il Capitolo 20 de I promessi sposi è uno snodo decisivo del romanzo: introduce pienamente la figura dell’innominato e racconta il rapimento di Lucia dal monastero di Monza. In questo capitolo, Manzoni unisce tensione narrativa e approfondimento psicologico, mettendo in scena il potere violento dei signorotti, i tormenti interiori dell’innominato e l’innocenza minacciata di Lucia, sullo sfondo di un Seicento dominato da ingiustizie e soprusi.

Dove e quando si svolge il Capitolo 20

L’azione del capitolo si svolge nella Brianza lombarda del XVII secolo, in piena dominazione spagnola. Il luogo centrale è il castello dell’innominato, arroccato su un poggio scosceso e circondato da dirupi, simbolo di isolamento e potere tirannico. Un altro spazio importante è il monastero di Monza, da cui Lucia viene fatta uscire con l’inganno, e la strada solitaria e boscosa dove avviene il rapimento. Il periodo è quello delle carestie e delle violenze feudali, che fanno da sfondo alle sopraffazioni raccontate.

Personaggi del Capitolo 20

  • L’innominato: potente signore malvagio, tormentato però da un’inquietudine interiore e da un inizio di crisi di coscienza.
  • Don Rodrigo: nobile prepotente che chiede all’innominato di rapire Lucia per soddisfare il proprio capriccio.
  • Lucia Mondella: giovane contadina innocente e profondamente religiosa, vittima del rapimento.
  • Gertrude (la monaca di Monza): nobile divenuta monaca contro la propria volontà, che tradisce Lucia cedendo ai ricatti di Egidio.
  • Egidio: vicino del monastero, delinquente spietato e amante di Gertrude, che organizza il rapimento per conto dell’innominato.
  • Il Nibbio: uno dei bravi più fidati dell’innominato, incaricato materialmente del sequestro di Lucia.
  • La vecchia del castello: serva anziana, abituata alla violenza, che dovrà accogliere Lucia e condurla nella propria stanza.
  • I bravi: sgherri armati al servizio dell’innominato e di don Rodrigo, esecutori di ordini criminali.

Temi principali del Capitolo 20

Nel Capitolo 20 si intrecciano vari temi fondamentali del romanzo. Emergere con forza il problema del male, sia come violenza esterna sia come tormento interiore (soprattutto nell’innominato). È centrale la contrapposizione tra innocenza e sopraffazione, rappresentata da Lucia circondata da criminali. Importante è anche il tema del potere esercitato in modo arbitrario dai signorotti, a cui si oppone solo la voce silenziosa della coscienza. Infine, la fede di Lucia appare come unica difesa possibile di fronte all’ingiustizia, mentre la debolezza morale di Gertrude mostra il prezzo del compromesso con il peccato.

Il male e la crisi di coscienza dell’innominato

In questo capitolo Manzoni approfondisce l’animo dell’innominato, mostrando che il male non è solo azione esterna, ma anche conflitto interiore. Il potente signore è abituato a decidere della vita altrui con freddezza, ma ora prova una nuova “uggia” delle proprie scelleratezze. Le sue violenze passate pesano sulla memoria come un carico insopportabile; l’idea della morte e di un possibile giudizio divino lo turba, soprattutto nel silenzio sicuro del castello, dove non ha nemici da affrontare. È significativo che, pur provando ripugnanza, egli accetti subito l’impresa del rapimento per dimostrare a sé stesso di essere ancora il tiranno di un tempo. Il “no imperioso” che sente dentro, quando vorrebbe rimandare Lucia a don Rodrigo, mostra però che la sua coscienza non è più del tutto soffocata e prepara la futura conversione.

Innocenza violata e violenza dei potenti

Lucia incarna l’innocenza indifesa travolta dalla brutalità del potere. È una semplice contadina, timorata di Dio, che si trova trascinata in un gioco di forze enormemente più grandi di lei: i signori prepotenti, i bravi armati, le complicità corrotte tra nobili e criminali. Il rapimento è descritto con grande realismo: la strada solitaria, la carrozza, la presa improvvisa, il fazzoletto sulla bocca, il terrore fisico e psicologico della giovane. La sua voce, che supplica in nome di Dio, della Vergine e dei legami familiari, rimbalza contro l’obbedienza cieca dei bravi agli ordini ricevuti. Il castello dell’innominato, inaccessibile e minaccioso, simboleggia un potere che non teme la legge e si regge solo sulla forza, rendendo visibile l’ingiustizia sociale e politica del Seicento.

Fede, preghiera e misericordia

Di fronte alla violenza, Lucia non ha altri mezzi che la preghiera. Nella carrozza, circondata da volti minacciosi, quando capisce che le suppliche umane sono inutili, si rivolge a Dio “che tiene in mano il cuore degli uomini”. Stringe la corona del rosario e prega con più fede che mai, alternando momenti di svenimento a nuove ondate di angoscia. La sua fede non elimina magicamente il pericolo, ma le dà una forza interiore che la distingue dai suoi persecutori. Manzoni suggerisce così che, nel mondo dominato dalla violenza, l’unico vero sostegno è la fiducia nella misericordia divina. Allo stesso tempo, il richiamo insistente di Lucia alla morte e al giudizio (“dobbiamo morir tutti”) mette a nudo il contrasto tra la sua coscienza limpida e quella indurita dei bravi, indicando la fede come via di salvezza possibile per chiunque si apra al pentimento.

Debolezza morale e responsabilità di Gertrude

La figura di Gertrude mostra un diverso volto del male: non la violenza diretta, ma la complicità codarda. La monaca di Monza è combattuta tra il desiderio di espiazione e il legame peccaminoso con Egidio. Di fronte alla richiesta di consegnare Lucia, inizialmente è inorridita, perché capisce che perdere la giovane significherebbe perdere anche l’unica occasione di bene nella sua vita. Tuttavia, incapace di spezzare definitivamente il vincolo col suo amante e di ribellarsi al delitto, finisce per ubbidire. Gertrude manipola Lucia facendo leva sulla riconoscenza e sul senso del dovere, fino a indurla a dire una bugia e a uscire sola dal monastero. In lei Manzoni denuncia come il peccato, se non viene rifiutato del tutto, diventi un “padrone rigido e inflessibile” che trascina a colpe sempre più gravi, pur in una coscienza ancora tormentata.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.