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I promessi sposi: riassunto Capitolo 23

In seguito al rapimento di Lucia, l'Innominato vive una profonda crisi. La mattina dopo incontra il cardinal Borromeo e dopo un dialogo, si converte

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il capitolo 23 de I promessi sposi racconta l’incontro decisivo tra il cardinal Federigo Borromeo e l’Innominato, appena sconvolto dalla crisi di coscienza seguita al rapimento di Lucia. Nel dialogo fra i due, Manzoni rappresenta una delle conversioni più celebri della letteratura italiana. Il capitolo sviluppa temi religiosi, psicologici e sociali, mostrando come la grazia possa trasformare radicalmente anche il più temuto dei malvagi.

Dove e quando si svolge il Capitolo 23

La scena si svolge principalmente nel palazzo episcopale del cardinal Federigo Borromeo e, nella parte finale, lungo il tragitto verso il castello dell’Innominato. Siamo nella Lombardia del Seicento, durante la dominazione spagnola, in un contesto segnato da violenze diffuse, signorotti prepotenti e un clero spesso debole, ma anche da forti esempi di santità. Il tempo narrativo coincide con la mattina successiva alla notte della crisi interiore dell’Innominato, quando egli decide di recarsi dal cardinale per cercare una via d’uscita al proprio tormento morale.

Personaggi del Capitolo 23

  • Cardinal Federigo Borromeo: arcivescovo di Milano, modello di santità, intelligenza e carità pastorale.
  • L’Innominato: potente signore e criminale temuto, travolto dal rimorso e in via di conversione.
  • Il cappellano crocifero: collaboratore del cardinale, timoroso e diffidente verso l’Innominato.
  • Don Abbondio: curato di Lucia, pauroso e riluttante, costretto a partecipare alla spedizione.
  • Il curato del paese del cardinale: sacerdote pratico, incaricato di trovare una donna che assista Lucia.
  • La “buona donna”: figura anonima ma decisiva, scelta per confortare e liberare Lucia.
  • Bravi e servitori: seguaci dell’Innominato, sfondo minaccioso che evidenzia il cambiamento del loro padrone.

Temi principali del Capitolo 23

In questo capitolo convergono alcuni temi fondamentali del romanzo manzoniano: la conversione religiosa come rinascita interiore, il contrasto tra paura umana e fiducia nella Provvidenza, il ruolo della Chiesa e dei suoi pastori, la responsabilità personale nel male e la possibilità di riparazione. Attraverso il dialogo tra Federigo e l’Innominato, Manzoni indaga la psicologia del peccatore, il potere della misericordia e la giustizia divina, che non si limita a punire ma mira a salvare. Al tempo stesso, mette a confronto due tipi di clero, coraggioso e vigliacco, mostrando con chiarezza il modello cristiano che intende proporre.

La conversione e la misericordia divina

Il cuore del capitolo è la conversione dell’Innominato. Egli si presenta dal cardinale lacerato dal rimorso: “ho l’inferno nel cuore”. Non è ancora deciso a cambiare vita, ma è spinto da un’angoscia che lo tormenta e da un oscuro desiderio di pace. Federigo interpreta questo turbamento come un segno dell’azione di Dio: “Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo”. La conversione non consiste nel negare il male passato, ma nel riconoscerlo e condannarlo in prima persona. La grandezza della misericordia divina sta proprio nel voler trarre gloria dal pentimento del più grande peccatore: “cosa può far Dio di voi?… un segno della sua potenza e della sua bontà”. Manzoni insiste sul fatto che nessun male è così grande da impedire il perdono, se c’è vero pentimento. Le lacrime dell’Innominato e il suo “refrigerio, una gioia” mai provata prima mostrano la nascita di un uomo nuovo.

Il ruolo del cardinale Federigo come pastore e guida spirituale

Federigo Borromeo è presentato come il pastore ideale, che non teme il peccatore ma va incontro a lui con fiducia e amore. A differenza del cappellano e di don Abbondio, pieni di paure umane, il cardinale vede nell’arrivo dell’Innominato “una fortuna per un vescovo” e un “convito di grazia”. Non si limita a predicare, ma legge nel cuore dell’altro, anticipando i suoi pensieri e offrendo parole su misura. Manzoni ne sottolinea la dignità semplice e regale, unita alla profonda umiltà: Federigo si sente “servo inutile” e si rimprovera di non essere andato lui per primo dall’Innominato. Il suo modo di parlare mostra una fede concreta: non discute teoricamente, ma invita a “entrare risolutamente nella nuova vita”, indicando subito un’opera di riparazione, la liberazione di Lucia. Così il cardinale appare come mediatore tra la grazia di Dio e la coscienza smarrita del peccatore.

La psicologia del peccatore e il conflitto interiore

Manzoni analizza con grande finezza psicologica lo stato d’animo dell’Innominato. Fin dall’inizio il personaggio è “strazîato da due passioni opposte”: il desiderio confuso di trovare sollievo e la vergogna di presentarsi come un “pentito”. Il suo orgoglio lotta con il bisogno di essere perdonato. Durante il dialogo il lettore vede alternarsi in lui disperazione (“cosa volete che faccia di me?”), rabbia trattenuta, stupore, fino allo scioglimento in lacrime. Dopo l’abbraccio con Federigo, l’Innominato sente insieme ribrezzo di sé e una gioia nuova, prova concreta dell’azione della grazia. Anche nella cavalcata verso il castello il suo volto è attraversato da “nuvole” di pensieri: progetti di riparare, angoscia per il passato, desiderio impaziente di liberare Lucia. Il capitolo mostra così come la conversione non sia un gesto magico e istantaneo, ma un tormentato processo interiore, in cui il male riconosciuto si unisce alla speranza di un cambiamento reale.

Fede e paura: il confronto tra Federigo e don Abbondio

Nel capitolo si crea un forte contrasto tra il coraggio sereno di Federigo e la paura comica ma amara di don Abbondio. Il cardinale affronta l’Innominato con fiducia totale in Dio, arrivando a dire che sarebbe andato lui stesso a cercarlo, “come san Carlo”. Don Abbondio, invece, anche dopo la conversione del signore, continua a temerlo come un “cagnaccio” pericoloso. I suoi lunghi monologhi interiori, pieni di sospetti, lamenti e calcoli, mostrano un prete che pensa più alla propria pelle che ai doveri pastorali. Mentre Federigo gioisce per la “pecorella smarrita” ritrovata, don Abbondio si sente “giocato a pari e caffo”, costretto a seguirlo nel castello. Il contrasto evidenzia due modi di vivere la religione: uno fondato sulla carità e la fiducia nella Provvidenza, l’altro sulla paura e sull’egoismo. Manzoni, pur non ridicolizzando del tutto don Abbondio, ne mette in luce i limiti rispetto al vero modello cristiano rappresentato dal cardinale.

Giustizia, riparazione e responsabilità verso gli altri

Un altro tema centrale è la necessità di riparare al male fatto. Non basta all’Innominato pentirsi interiormente: deve “disfare, riparare, piangere”, agendo concretamente. La prima occasione è Lucia, ancora prigioniera nel castello. Il cardinale interpreta questa possibilità come “pegno del perdono di Dio”: colui che stava per essere strumento di rovina diventa strumento di salvezza. La responsabilità verso le vittime del peccato è messa in primo piano: si organizza con urgenza la spedizione, si cerca una donna capace di consolare Lucia, si coinvolge don Abbondio come figura rassicurante per la giovane. Manzoni mostra che la vera conversione ha sempre una dimensione sociale: non riguarda solo il rapporto dell’uomo con Dio, ma anche quello con il prossimo. Al tempo stesso, emerge il tema della giustizia divina, che non coincide con la semplice vendetta umana: la vera gloria di Dio è che il peccatore, riconoscendo la propria colpa, si faccia promotore di bene e soccorso per chi ha offeso.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.