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I promessi sposi: riassunto Capitolo 24

Lucia viene liberata e accolta a casa del sarto con la madre, mentre i fedeli acclamano Borromeo e aspettano dei miracoli in un'epoca di grande crisi

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il Capitolo 24 de I promessi sposi racconta la liberazione di Lucia dal castello dell’Innominato, l’incontro con don Abbondio e con la “buona donna”, l’ospitalità presso il sarto e la madre Agnese, fino alla visita del cardinale Federigo. Al centro del capitolo emergono la conversione dell’Innominato, la fede di Lucia, il ruolo della Provvidenza, il contrasto tra paura e carità, e l’esempio di santità concreta del cardinale.

Dove e quando si svolge il Capitolo 24

L’azione si svolge principalmente nel castello dell’Innominato e nel vicino villaggio dove abitano il sarto e la sua famiglia. Siamo sempre nella Lombardia del Seicento, in un tempo di grave carestia e tensione sociale. Il momento preciso è la mattina e la giornata successiva alla notte della conversione dell’Innominato, narrata nel capitolo precedente. Il contesto è profondamente religioso: presenza del cardinale in visita pastorale, chiesa affollata, predica solenne, clima di commozione collettiva e di attesa di “miracoli” morali e concreti.

Personaggi del Capitolo 24

  • Lucia: vittima innocente, segnata dalla paura ma sostenuta da una fede semplice e tenace; vive il conflitto interiore del voto.
  • L’Innominato: potente signore convertito, passa dal ruolo di oppressore a quello di liberatore, impegnandosi a cambiare vita.
  • Don Abbondio: curato pauroso e autocentrato, più preoccupato dei propri guai che della carità.
  • La buona donna: moglie del sarto, esempio di carità discreta, concreta e misericordiosa verso Lucia.
  • Il sarto: uomo semplice ma intelligente e generoso, rappresenta la pietà popolare e l’ospitalità cristiana.
  • Agnese: madre affettuosa e impulsiva, divisa tra risentimento verso don Rodrigo e fiducia in Dio.
  • Cardinale Federigo: vescovo santo, guida spirituale che conforta, corregge i preti e soccorre i poveri.
  • I bravi dell’Innominato: uomini violenti ma legati al loro signore, spaesati di fronte alla sua conversione.

Temi principali del Capitolo 24

Nel Capitolo 24 Manzoni intreccia diversi temi che danno profondità morale e religiosa al romanzo: la conversione come rottura radicale col male, la Provvidenza che guida gli eventi umani, la fede semplice e sofferta di Lucia, la carità concreta dei poveri, il ruolo della Chiesa attraverso la figura di Federigo, e il contrasto tra coraggio cristiano e viltà interessata (don Abbondio). Ogni episodio del capitolo – dalla partenza dal castello al discorso dell’Innominato ai suoi bravi – illustra come il bene, pur tra timori e resistenze, possa trasformare persone e situazioni segnate dal male.

La conversione e il cambiamento dell’Innominato

La conversione dell’Innominato, iniziata nel capitolo precedente, qui si traduce in azioni concrete. Non è più solo un turbamento interiore, ma un cambiamento di condotta: libera Lucia, le chiede perdono, la accompagna con rispetto, e soprattutto dichiara davanti ai suoi bravi la fine delle violenze. Manzoni mostra che la vera conversione implica rinunciare al potere fondato sul male e accettare le conseguenze (disordine nel castello, incertezza sul futuro). L’Innominato parla ai suoi uomini da “capo” ma con linguaggio nuovo: non più ordini di delitto, bensì invito a mutar vita. Li tratta come “figliuoli”, promette di condividere con loro anche l’ultima risorsa. Il suo sonno finale indica una pace diversa: i rimorsi non sono spariti, ma ora sono inseriti in una fiducia nella misericordia di Dio. Il tema della conversione appare quindi come opera di Dio, ma anche come decisione libera e coraggiosa.

La fede e il voto di Lucia

Lucia incarna una fede intensa e drammatica. Appena liberata, attribuisce tutto alla Madonna e alla Provvidenza. Tuttavia il ritrovare la corona al collo le fa ricordare il voto di verginità pronunciato nella disperazione. Qui nasce un profondo conflitto interiore: da un lato l’amore promesso a Renzo, dall’altro la promessa fatta a Dio. Lucia si sente quasi disperata, ma interpreta la lontananza di Renzo come segno della volontà divina, e rinnova il voto con maggiore consapevolezza, chiedendo forza per mantenerlo. Il suo primo, fugace “povera me, cos’ho fatto!” diventa per lei motivo di scrupolo, segno di coscienza delicata. Manzoni mostra come la fede di Lucia non sia sentimentalismo, ma lotta e sacrificio. La preghiera diventa luogo di combattimento interiore, in cui la volontà si piega a ciò che percepisce come disegno di Dio, pur tra lacrime e ferite affettive.

La Provvidenza e il senso cristiano della storia

In tutto il capitolo la Provvidenza appare come filo nascosto che collega eventi e persone. La liberazione di Lucia avviene attraverso una catena di fatti improbabili: la crisi dell’Innominato, l’incontro col cardinale, la decisione di questi di mandare una donna e don Abbondio, l’ospitalità trovata presso il sarto, il prossimo arrivo di Agnese. Lucia stessa riconosce l’intervento miracoloso della Madonna. La Provvidenza però non elimina il male già compiuto, ma lo “piega” a un esito di bene maggiore: per mezzo della sofferenza di Lucia si ottiene la salvezza dell’Innominato e il sollievo “di mezzo mondo” che non dovrà più temerlo. Federigo, nelle sue parole, invita a leggere i patimenti non solo come castigo, ma come occasione di grazia. Così il capitolo insegna uno sguardo cristiano sulla storia: i fatti più dolorosi possono rientrare in un disegno superiore, anche quando i personaggi non lo comprendono pienamente.

La carità concreta e l’ospitalità dei poveri

Un tema fortissimo del capitolo è la carità concreta, praticata soprattutto dai poveri. La “buona donna” affronta il viaggio con Lucia, la consola, la nutre, la rispetta senza farle domande indiscrete, consapevole della dignità del suo compito. A casa, lei e il marito sarto mettono a disposizione il poco che hanno: brodo, cappone, letto, tempo. Il sarto, colpito dalla predica del cardinale, condivide immediatamente con la vedova Maria e i suoi figli, senza ostentazione. Manzoni descrive un cristianesimo fatto di gesti quotidiani: un piatto, un letto offerto, una parola di incoraggiamento. Anche Federigo esercita la carità in modo pratico: si informa dei debiti del sarto, decide di saldarli, gli affida il compito di vestire i più poveri. In contrasto, la prudenza egoistica di don Abbondio risalta ancora di più. La carità, nel capitolo, non è solo sentimento, ma giustizia e condivisione in un tempo di carestia.

La figura del cardinale Federigo e il ruolo della Chiesa

Federigo Borromeo appare come modello di vescovo santo: umile, vicino ai poveri, ma anche fermo nel correggere. Non attende che Lucia vada da lui: è lui a muoversi verso la casa del sarto, onorando la sventura e l’ospitalità dei piccoli. Parla con Lucia e Agnese con dolcezza, ma chiede anche conto a don Abbondio, che definisce implicitamente inadempiente al suo dovere. Nella sua predica, ricordata dal sarto, il cardinale insegna che la vera disgrazia non è la povertà, ma il peccato, e che chi ha più del necessario deve condividerlo. Inoltre si interessa di Renzo, prende nota del nome, promette di informarsi e di trovare un luogo sicuro per Lucia. Così Manzoni propone un’immagine alta della Chiesa: non potere mondano, ma servizio misericordioso, guida morale e sostegno concreto. Federigo è l’opposto dei preti “di mestiere” come don Abbondio, mostrando cosa dovrebbe essere un vero pastore.

La paura, l’egoismo e il limite umano di don Abbondio

Don Abbondio continua a rappresentare l’uomo dominato dalla paura e dall’amor proprio. Durante il viaggio di ritorno pensa soprattutto ai propri rischi: teme la vendetta di don Rodrigo, si lamenta dei disagi fisici, si preoccupa che il cardinale lo coinvolga in “pubblicità” scomode. Anche di fronte al miracolo morale dell’Innominato, non prova vera gioia spirituale, ma calcoli di convenienza. Cerca di istruire Agnese perché non parli del mancato matrimonio, non tanto per delicatezza, quanto per proteggersi da rimproveri. Manzoni non lo demonizza, ma lo mostra come debole, “impicciato come un pulcin nella stoppa”, incapace di elevarsi al coraggio che la fede richiederebbe. In contrasto con Federigo e con la carità dei semplici, don Abbondio incarna il limite umano quando manca l’abbandono fiducioso a Dio e prevale il timore del mondo. Il lettore è portato a confrontarsi con questa mediocrità morale, più comune e attuale del delitto aperto.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.