I promessi sposi: riassunto Capitolo 27
Renzo, rifugiato nel Bergamasco, pensa a Lucia mentre guerra e tensioni politiche complicano le loro vite e rendono difficile il ricongiungimento.
Il Capitolo 27 de I promessi sposi segna una pausa nella vicenda privata di Renzo e Lucia, per allargarla al grande scenario storico della guerra di successione di Mantova e Monferrato. Manzoni intreccia la politica europea, le scelte del governatore spagnolo di Milano e la vita quotidiana dei protagonisti. Il capitolo alterna storia “alta”, riflessioni ironiche dell’autore e momenti intimistici, soprattutto sul carteggio tra Renzo e Agnese e sul travagliato mondo interiore di Lucia, ospite di donna Prassede.
Dove e quando si svolge il Capitolo 27
Il capitolo si colloca tra il 1628 e l’autunno del 1629, in piena guerra per la successione del ducato di Mantova e del Monferrato. I luoghi principali sono Milano, Casale Monferrato (dove don Gonzalo assedia la città), il territorio bergamasco dove è rifugiato Renzo, Lecco e i dintorni, oltre alla casa di donna Prassede a Milano. Manzoni alterna la narrazione storica generale (le corti di Madrid, Parigi, Roma, Venezia) a spazi più intimi e quotidiani, mostrando come le grandi decisioni politiche influenzino, anche indirettamente, le vite di persone umili come Renzo, Lucia e Agnese.
Personaggi del Capitolo 27
- Don Gonzalo Fernández de Córdoba: governatore spagnolo di Milano, impegnato nell’assedio di Casale e nella gestione politica della rivolta di Milano e del caso di Renzo.
- Renzo Tramaglino: fuggiasco nel Bergamasco, vive nascosto e intrattiene un difficile carteggio con Agnese, tormentato dall’assenza di Lucia.
- Agnese Mondella: madre di Lucia, organizza con fatica lo scambio di lettere e invia a Renzo i cinquanta scudi ricevuti dalla figlia.
- Lucia: ospite di donna Prassede a Milano, vive il contrasto tra il voto alla Madonna e l’affetto per Renzo, cercando di dimenticarlo.
- Donna Prassede: nobile milanese “a fin di bene”, invadente e moralista, che tormenta Lucia con continui discorsi su Renzo.
- Don Ferrante: marito di donna Prassede, letterato e studioso vanitoso, rappresentato in chiave ironica attraverso la lunga descrizione della sua biblioteca e delle sue “scienze”.
Temi principali del Capitolo 27
In questo capitolo Manzoni mette in relazione stretta la grande storia politica con le vicende private dei protagonisti. Emergono il tema del rapporto tra potere e giustizia (nelle scelte di don Gonzalo), quello della comunicazione difficile tra gli umili (il carteggio Renzo–Agnese), il conflitto tra voto religioso e sentimento amoroso in Lucia, e la critica ironica al falso sapere rappresentato da don Ferrante. Attraverso questi nuclei tematici, l’autore mostra come la realtà del Seicento sia dominata da guerre, burocrazia e superstizioni, ma anche da affetti sinceri e da una religiosità spesso fraintesa o mal gestita dai personaggi.
Storia e politica: la guerra di successione di Mantova e Monferrato
Manzoni apre il capitolo con un’ampia digressione storica sulla guerra di successione di Mantova e del Monferrato, spiegando le pretese dinastiche, il ruolo della corte di Madrid, del duca di Savoia Carlo Emanuele I e dei vari alleati (Francia, Venezia, papato). L’atteggiamento ironico dell’autore emerge quando sottolinea come alle potenze serva sempre una “ragione” per giustificare la guerra, pur essendo motivata da interessi di potere. Don Gonzalo, governatore di Milano, diventa il punto di collegamento tra questa grande politica e il romanzo: la sua ambizione militare, l’assedio mal condotto di Casale e le tensioni con l’alleato sabaudo mostrano l’inefficienza e i contrasti interni al sistema spagnolo. L’episodio della rivolta di Milano e del “caso Renzo” viene inserito in questo quadro, evidenziando come le élites usino anche i piccoli fatti per mandare segnali politici a Venezia.
Gli umili e la fatica di comunicare: il carteggio tra Renzo e Agnese
Una parte centrale del capitolo è dedicata al difficile scambio di lettere tra Renzo, rifugiato nel Bergamasco, e Agnese. Manzoni descrive con vivacità le complicazioni pratiche e culturali della scrittura tra contadini analfabeti o semianalfabeti: la necessità di trovare uno “scrivano” fidato, i fraintendimenti tra ciò che si detta e ciò che viene messo su carta, le interpretazioni dubbie al momento della lettura. L’autore generalizza questa esperienza, trasformandola in una riflessione ironica sulla distanza tra linguaggio scritto e bisogni reali degli umili. Nel caso concreto, il carteggio serve a Renzo per avere notizie di Lucia e per esprimere il suo rifiuto di accettare il voto, nonché i cinquanta scudi che egli considera parte della futura dote. La lentezza e l’irregolarità delle lettere rispecchiano l’incertezza del loro futuro e l’insicurezza della loro posizione sociale.
Religione, voto e sentimento: il dramma interiore di Lucia
Lucia, ospite di donna Prassede, vive nel Capitolo 27 una profonda lacerazione interiore. Da una parte c’è il voto fatto alla Madonna durante la notte nel palazzotto dell’Innominato, dall’altra l’affetto sincero e duraturo per Renzo. Lucia cerca con tutte le forze di “dimenticarlo”, riempiendo le giornate di lavoro e preghiera; tuttavia l’immagine del giovane ritorna continuamente nella sua mente, legata ai ricordi del paese, della madre, del loro passato comune. Manzoni mostra con finezza psicologica come il voto, nato da una situazione di estremo terrore, entri in conflitto con il naturale desiderio di felicità e con un amore onesto. La religiosità di Lucia è sincera, ma non fanatica: ella vorrebbe il bene di Renzo, purché lontano da lei. In questo modo il romanzo problematizza l’uso dei voti e, più in generale, il rapporto tra coscienza individuale, tradizione religiosa e libertà affettiva.
Donna Prassede e il “bene” che fa male
Donna Prassede incarna il tipo della devota zelante e invadente, che “fa del bene” agli altri senza tener conto della loro sensibilità. Convinta di dover “raddrizzare” Lucia, la perseguita con interrogatori e prediche continue su Renzo, che dipinge come un “rompicollo”, un potenziale criminale. Paradossalmente, nel tentativo di estirpare l’amore per Renzo dal cuore della ragazza, non fa che riportarlo alla memoria con più forza: difendendo il giovane dalle accuse, Lucia rievoca ricordi, qualità, momenti condivisi. Manzoni paragona ironicamente donna Prassede a un chirurgo che continua a incidere nonostante i lamenti del paziente, perché è sicuro di operare “a fin di bene”. Il personaggio diventa così un mezzo di critica verso un certo moralismo cattolico di classe alta, più attento a imporre regole che a comprendere le persone, e incapace di vero ascolto e di vera carità.
Don Ferrante e la critica al falso sapere
La lunga digressione su don Ferrante e sulla sua biblioteca ha una funzione satirica e critica. Manzoni presenta un erudito pieno di libri e di “scienze” (astrologia, magia, stregoneria, filosofia aristotelica rigida, storia e politica lette in chiave libresca), ma del tutto inutile di fronte alla realtà concreta. Don Ferrante non comanda in casa, non partecipa agli affari pratici, preferisce discutere per anni di questioni astratte, come il sistema astrologico migliore o la “ragion di Stato”. L’autore ironizza sul suo attaccamento ai volumi alla moda del Seicento e sulla sua pretesa di sapere tutto, mostrando però come questo sapere non aiuti a capire davvero il mondo, né a migliorarlo. La sua figura rappresenta così la cultura vana e autoreferenziale dell’epoca, contrapposta alla sapienza cristiana e pratica che Manzoni apprezza: quella capace di accostarsi alla realtà con umiltà, senso critico e attenzione ai bisogni degli altri.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.