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I promessi sposi: riassunto Capitolo 29

I Lanzichenecchi scendono a Milano, Don Abbondio è spaventato e scappa con Agnese e Perpetua nel palazzo dell'Innominato che li accoglie

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il capitolo 29 de I promessi sposi racconta la fuga di don Abbondio, Perpetua e Agnese davanti all’arrivo dei lanzichenecchi e il loro rifugio presso il castello dell’Innominato. Manzoni intreccia qui elementi storici (la guerra, le truppe straniere) e aspetti morali, mettendo in luce la paura individuale, la solidarietà tra poveri e la radicale trasformazione dell’Innominato, ormai divenuto difensore degli oppressi.

Dove e quando si svolge il Capitolo 29

Il capitolo è ambientato principalmente nel paese di don Abbondio e lungo la strada che conduce verso il castello dell’Innominato, posto in una valle montana e in posizione inaccessibile. Il tempo narrativo coincide con l’autunno in cui l’esercito dei lanzichenecchi sta calando in Lombardia durante la guerra per la successione di Mantova (1628-1631). La popolazione fugge in massa, caricando poche masserizie e cercando rifugi sicuri. In questo clima di allarme generale, il castello dell’Innominato diventa un centro di accoglienza e difesa per i profughi, segnando il rovesciamento del suo antico ruolo di tiranno locale.

Personaggi del Capitolo 29

  • Don Abbondio: curato pauroso ed egoista, dominato dal terrore dei lanzichenecchi, pensa soprattutto a salvare la propria pelle.
  • Perpetua: la serva energica e pratica di don Abbondio, organizza la fuga, salva il denaro e rimprovera il padrone per la sua irresolutezza.
  • Agnese Mondella: madre di Lucia, angosciata per la lontananza della figlia, propone il rifugio presso l’Innominato e parte in loro compagnia.
  • Il sarto: umile artigiano ospitale, accoglie i fuggiaschi, li rifocilla e parla con ammirazione del cardinale Federigo e dell’Innominato convertito.
  • L’Innominato: già potente signore violento, ora sinceramente convertito; trasforma il suo castello in asilo per i perseguitati e organizza la difesa della valle.

Temi principali del Capitolo 29

Il capitolo 29 mette in scena una serie di temi strettamente intrecciati: la paura individuale di fronte alla guerra, la solidarietà popolare tra poveri, la fragilità dei beni materiali e il contrasto tra egoismo e carità cristiana. In particolare, Manzoni mostra la viltà comica di don Abbondio accanto al coraggio operoso dell’Innominato convertito. Accanto al quadro storico dell’invasione dei lanzichenecchi, emerge un forte discorso morale sul vero significato del potere e sulla possibilità di redenzione, che trasforma un antico oppressore nel protettore degli ultimi.

La paura e l’egoismo di don Abbondio

In questo capitolo la figura di don Abbondio è dominata dalla paura. Le notizie sull’avanzata dei lanzichenecchi lo gettano nel panico: teme per la vita, per i propri beni, perfino per il rischio di “martirio”. È incapace di prendere una decisione, vede pericoli ovunque: in montagna, sul lago, sulle strade. Chiede aiuto ai compaesani ma pretende che, già carichi di famiglie e masserizie, si occupino della sua salvezza. Manzoni lo presenta in modo insieme critico e comico: un sacerdote che pensa solo a se stesso e rimprovera gli altri di mancanza di carità, mentre lui non ne mostra affatto. La paura, invece di renderlo umile, lo rende lamentoso e accusatore. Così l’autore mette in luce il contrasto tra il ruolo religioso di don Abbondio e la sua effettiva incapacità morale di affrontare il pericolo con fede e generosità.

La solidarietà e la dignità dei poveri

Attorno a don Abbondio si muove una folla di contadini e artigiani che fuggono con le loro povere cose: vacche, bambini, fagotti. Sono persone materialmente più esposte del curato, ma mostrano una dignità e una concretezza superiore. Non hanno tempo né forze per occuparsi dei capricci di don Abbondio: gli dicono di “ingegnarsi” anche lui, facendogli notare che almeno non ha una famiglia a carico. Il sarto, pur essendo povero, accoglie con generosità Agnese, Perpetua e il curato, divide con loro il cibo e cerca un baroccio per aiutarli nel viaggio. Manzoni sottolinea così come la vera solidarietà nasca spesso tra gli ultimi, che conoscono per esperienza la sofferenza. La loro carità concreta contrasta con l’egoismo di chi, come don Abbondio, pur avendo meno da perdere, si aggrappa con ansia ai propri piccoli privilegi.

La conversione e la nuova grandezza dell’Innominato

La seconda parte del capitolo è dedicata quasi interamente alla figura dell’Innominato, vista dopo la conversione. Manzoni ne mostra la trasformazione profonda: l’ex tiranno, abituato a vivere armato e circondato da bravi, ora gira disarmato, accetta il rischio di eventuali vendette e considera ogni offesa come giusta retribuzione delle sue colpe passate. Proprio questa umiltà radicale gli attira rispetto e ammirazione: chi prima lo odiava, vedendolo pentito, si sente quasi disarmato. Il suo castello, un tempo luogo di paura, diventa rifugio sicuro per gli oppressi; egli organizza la difesa della valle non per interesse proprio, ma per proteggere i più deboli. La conversione non è solo interiore, ma si traduce in azioni concrete di riparazione e carità, mostrando il tema manzoniano della redenzione possibile per ogni uomo che si affidi sinceramente alla grazia.

La guerra e le sue conseguenze sulla popolazione

Sullo sfondo del capitolo, Manzoni dipinge gli effetti devastanti della guerra sulla vita quotidiana. I lanzichenecchi non sono descritti direttamente in azione, ma attraverso le notizie che corrono di bocca in bocca: incendi, saccheggi, violenze nei paesi vicini. L’avvicinarsi dell’esercito provoca il panico generale, la fuga di intere comunità, la perdita delle case e dei beni. La guerra appare come un flagello che cade soprattutto sui più poveri, mentre i grandi responsabili (duca di Nevers, imperatore, governatore) restano lontani. Le invettive di don Abbondio contro questi potenti, pur interessate, esprimono la critica manzoniana a una politica che trascina i popoli nei conflitti per ambizioni dinastiche. La descrizione della fuga, dei fagotti, dei bambini in braccio è un quadro realistico e pietoso della sofferenza collettiva causata da decisioni prese nei palazzi del potere.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.