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I promessi sposi: riassunto Capitolo 31

La peste arriva in città: i politici sono lenti, non mettono fine al contagio promulgando leggi tardive mentre Borromeo e i cappuccini si danno da far

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il Capitolo 31 de I promessi sposi segna l’ingresso pieno della peste nella narrazione e sposta temporaneamente l’attenzione dai protagonisti alla storia collettiva di Milano nel 1630. Manzoni ricostruisce con rigore documentario la diffusione del contagio, gli errori delle autorità, le reazioni del popolo e l’eroismo di alcuni religiosi. Il capitolo è quindi insieme racconto storico, denuncia civile e meditazione morale.

Dove e quando si svolge il Capitolo 31

Il capitolo è ambientato principalmente a Milano e nel suo territorio nel biennio 1629-1630, durante la devastante epidemia di peste che seguì il passaggio dei Lanzichenecchi. Manzoni descrive dapprima la diffusione del morbo nei paesi intorno al ducato, come Lecco, la Valsassina e le rive del lago di Como, per poi concentrarsi sulla città, centro politico ed economico del tempo. Il contesto storico è quello della dominazione spagnola, della guerra per il Monferrato e di una società già provata dalla carestia e dalle violenze militari, che viene travolta da una calamità sanitaria senza precedenti.

Personaggi del Capitolo 31

  • Alessandro Manzoni: narratore-storico che interviene direttamente, discute le fonti e giudica severamente errori e comportamenti collettivi.
  • Lodovico Settala: protofisico anziano e stimato, tra i primi a riconoscere la peste; è osteggiato dal popolo ma vittima egli stesso del contagio.
  • Alessandro Tadino: medico della Sanità, autore di un’importante relazione, attivo nel denunciare il pericolo e nel descrivere i fatti.
  • Ambrogio Spinola: governatore e generale spagnolo, più preoccupato della guerra che della salute pubblica, simbolo dell’irresponsabilità politica.
  • Cardinal Federigo Borromeo: arcivescovo di Milano, interviene con misure prudenti e caritatevoli, distinguendosi dalle autorità civili.
  • Padre Felice Casati e cappuccini: religiosi che assumono la direzione del lazzaretto con coraggio, organizzando soccorsi e assistenza ai malati.

Temi principali del Capitolo 31

Nel Capitolo 31 emergono diversi temi strettamente collegati tra loro. Innanzitutto la peste come evento storico e metafora morale, che rivela la fragilità delle strutture sociali. Centrale è il tema della responsabilità delle autorità, spesso lente, incredule o più attente agli interessi politici che alla vita dei sudditi. Si contrappongono poi carità cristiana di figure come Federico Borromeo e i cappuccini, che rappresentano una risposta morale alla tragedia collettiva.

La peste come disastro storico e prova morale

La peste è al centro del capitolo sia come fatto storico, sia come grande prova morale per individui e istituzioni. Manzoni ricostruisce con precisione la progressione del contagio: dai primi casi nei villaggi attraversati dalle truppe tedesche, all’ingresso del morbo in città, fino al dilagare dell’epidemia. Attraverso date, documenti e citazioni, l’autore mostra come una malattia possa trasformarsi in disastro quando incontra impreparazione, egoismi e paure collettive. Ma la peste non è solo un evento sanitario: diventa uno “specchio” nel quale appaiono vizi e virtù della società. Da un lato emergono indifferenza, violenza, ricerca di capri espiatori; dall’altro la dedizione di medici e religiosi che rischiano la vita per gli altri. Il morbo diventa così banco di prova della coscienza civica e cristiana.

Incredulità, lentezza e colpe delle autorità

Un tema dominante è la critica severa di Manzoni alle autorità civili e sanitarie. Il tribunale di Sanità, pur più lucido di altri, si muove con estrema lentezza: la grida sulle “bullette”, decisa a ottobre, viene pubblicata quando la peste è già in città. Il governatore Spinola, concentrato sulla guerra e sulla politica, minimizza gli allarmi e arriva perfino a indire feste pubbliche in pieno rischio di contagio. Anche il senato e i decurioni mostrano inerzia, interessati più a questioni economiche che alla prevenzione. Manzoni insiste sugli errori di valutazione, sulla sottovalutazione dei primi casi e sul peso delle esitazioni burocratiche, sottolineando come la cattiva gestione trasformi un pericolo in catastrofe. La peste diventa così occasione per una riflessione civile sulla responsabilità di chi governa.

Scienza, superstizione e negazione della realtà

Il capitolo mette a confronto due modi opposti di guardare alla malattia. Da una parte vi sono medici come Settala e Tadino, che riconoscono presto i segni del contagio e invocano misure drastiche. Dall’altra, molti colleghi e gran parte del popolo negano ostinatamente la realtà della peste, attribuendo le morti a “febbri maligne” o ad altre malattie comuni. Questa negazione si esprime anche nel linguaggio: prima si vieta la parola “peste”, poi si ricorre a eufemismi, ritardando l’accettazione della verità. Quando l’evidenza diventa innegabile, la paura cerca rifugio nella superstizione: si diffonde la credenza negli untori, nelle unzioni misteriose, nelle trame diaboliche o politiche. Manzoni mostra così come, in mancanza di un autentico spirito critico, la scienza venga travolta da pregiudizi e fantasie collettive.

Carità cristiana e ruolo dei religiosi

In netto contrasto con l’inerzia politica e la cecità di molti, Manzoni esalta la carità cristiana incarnata soprattutto da Federico Borromeo e dai cappuccini. Il cardinale si distingue per la prontezza con cui raccomanda ai parroci di denunciare i casi sospetti e di far consegnare le robe infette, mostrando senso di responsabilità pastorale e attenzione concreta alla salute pubblica. Ma il momento più alto è la descrizione dell’intervento dei cappuccini nel lazzaretto, guidati da padre Felice Casati: essi accettano un compito durissimo, amministrando, curando, guidando migliaia di malati, spesso fino al sacrificio della propria vita. Manzoni sottolinea come la carità dia competenze, coraggio organizzativo e forza morale, tanto da supplire alle mancanze dello Stato. In questo modo il capitolo propone un modello di servizio al prossimo fondato sul Vangelo più che sul potere.

Psicologia collettiva e meccanismi del “delirio degli untori”

Un altro grande tema è l’analisi, quasi psicologica, del comportamento delle folle in tempo di panico. Manzoni segue passo per passo il nascere e il crescere del “delirio degli untori”: dagli equivoci sulle panche del Duomo al misterioso imbrattamento delle porte, fino alla caccia ai forestieri sospetti. L’autore mostra come la paura, inizialmente repressa dalla negazione del pericolo, esploda poi in forme irrazionali, cercando spiegazioni semplici e colpevoli concreti su cui scaricare l’angoscia. La gente preferisce credere a congiure di francesi, generali o nobili, piuttosto che riconoscere le cause reali della diffusione del contagio. Attraverso questo esempio, Manzoni riflette sui meccanismi dell’opinione pubblica, sulla facilità con cui si formano credenze infondate e sulla responsabilità di chi, anche nelle istituzioni, asseconda invece di correggere tali passioni collettive.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.