I promessi sposi: riassunto Capitolo 32
Il popolo spera nel miracolo, nella scomparsa della peste grazie al passaggio del corpo del santo Carlo Borromeo e cerca colpevoli: gli untori
Il Capitolo 32 de I promessi sposi descrive uno dei momenti più drammatici della peste di Milano del 1630. Manzoni racconta il fallimento delle istituzioni civili, l’illusoria fiducia popolare nella processione con il corpo di san Carlo, la diffusione del contagio e del panico sugli “untori”, accanto a esempi altissimi di carità cristiana, soprattutto nel cardinale Federigo Borromeo e nel clero milanese.
Dove e quando si svolge il Capitolo 32
Il capitolo è ambientato a Milano nel 1630, nel pieno della grande peste che colpisce la città e la Lombardia. Il contesto storico è quello della guerra per la successione di Mantova e del Monferrato, che aggrava la crisi economica e favorisce la diffusione del contagio attraverso gli eserciti. La narrazione si concentra nei mesi di maggio-luglio 1630: dal ricorso dei decurioni al governatore spagnolo, alla grande processione dell’11 giugno con il corpo di san Carlo Borromeo, fino all’esplosione della mortalità e al collasso quasi totale delle strutture sanitarie e amministrative.
Personaggi del Capitolo 32
- Cardinale Federigo Borromeo: arcivescovo di Milano, inizialmente prudente sulla processione, poi costretto a cedere. Esempio di carità, rimane in città assistendo i malati e guidando il clero.
- I decurioni: magistrati cittadini incaricati dell’amministrazione. Schiacciati da spese, miseria e peste, cercano aiuto dal governatore e spingono per la processione.
- Ambrogio Spinola: governatore spagnolo, assente da Milano e più interessato alla guerra che ai bisogni della città; risponde con vaghe promesse.
- Tribunale della Sanità: organo preposto al controllo del contagio. Propone misure sanitarie, ma è spesso impotente per mancanza di mezzi e collaborazione.
- Monatti e apparitori: addetti al trasporto dei malati e dei cadaveri. In gran parte violenti e corrotti, approfittano della situazione per rubare e terrorizzare la popolazione.
- Padre Michele: frate cappuccino al lazzeretto, che organizza contadini e monatti per scavare fosse e liberare la città dai cadaveri, mostrando iniziativa e coraggio.
- Il popolo milanese: massa anonima, divisa tra devozione, paura e fanatismo; crede agli untori e partecipa a episodi di violenza e delirio collettivo.
Temi principali del Capitolo 32
In questo capitolo Manzoni intreccia diversi temi: l’incapacità politica e amministrativa davanti alla calamità, l’uso distorto della religione nelle processioni che favoriscono il contagio, la nascita del mito degli “untori” come capro espiatorio, il contrasto tra egoismi e atti eroici di carità, soprattutto ecclesiastica. Il narratore riflette anche sul potere dei pregiudizi collettivi, sulla fragilità della ragione di fronte alla paura e sul ruolo ambiguo della “scienza” del tempo, che spesso alimenta gli errori invece di correggerli.
Fallimento delle istituzioni civili e militari
Manzoni mostra come le autorità politiche e militari siano largamente incapaci di fronte all’emergenza. I decurioni, pur consapevoli del disastro economico e sanitario, non ottengono dal governatore Spinola né sospensione delle imposte, né aiuti adeguati, perché la priorità rimane la guerra per Casale. Il governo spagnolo appare distante, burocratico e indifferente, mentre la città sprofonda nella miseria e nel contagio. Il tribunale della Sanità tenta di organizzare monatti, apparitori, commissari, ospedali e nuove strutture al lazzeretto, ma la mancanza di danaro, di personale e di coraggio rende inefficaci molti provvedimenti. Persino davanti alla necessità di scavare nuove fosse per i cadaveri, i magistrati “non sanno più che partito prendere”, segno di un potere che, pur formalmente esistente, è paralizzato e inadeguato.
Religiosità popolare, processione e responsabilità morale
Un tema centrale è il rapporto tra fede e superstizione. I decurioni e il popolo chiedono con insistenza una solenne processione con il corpo di san Carlo, convinti che possa fermare la peste. Il cardinale Federigo inizialmente rifiuta, intuendo che il radunarsi di tanta gente aumenterà il contagio e temendo che il fallimento provochi scandalo nella fede. Tuttavia, cedendo alle pressioni e al “voto pubblico”, acconsente alla processione e all’esposizione delle reliquie per otto giorni. La descrizione è grandiosa e commovente, ma il giorno dopo la mortalità cresce bruscamente: fatto che molti interpretano non come effetto del contagio naturale, bensì come prova dell’azione degli untori. Manzoni sottolinea così la responsabilità morale di chi, pur in buona fede, antepone pratiche esteriori e rituali collettivi alle elementari regole della prudenza sanitaria.
Paura, superstizione e mito degli untori
La diffusione del contagio è accompagnata da un’altra “epidemia”, quella del sospetto sugli untori. Ogni gesto ambiguo, come spolverare una panca in chiesa o toccare il marmo del Duomo, diventa prova d’avvelenamento; persone innocenti vengono aggredite, trascinate in prigione, talvolta uccise. Nelle campagne si suona a martello contro viandanti sconosciuti, scambiati per diffusori del morbo. Il popolo, bisognoso di un colpevole umano, preferisce credere a un complotto diabolico piuttosto che rassegnarsi a una causa naturale. Le fantasie su veleni composti con rospi, serpenti, materia d’appestati e malìe magiche mostrano come la paura alteri il giudizio. Manzoni cita anche storie assurde, credute perfino da “uomini di peso”, e riflette su come dotti e ignoranti si alimentino a vicenda in un circolo vizioso di errore collettivo.
Carità cristiana e figure esemplari
Accanto alla corruzione e alla violenza, Manzoni mette in luce la “sublimazione di virtù” che nasce nei tempi di calamità. Molti ecclesiastici rimangono al loro posto nei lazzeretti e nelle parrocchie, assistendo malati e moribondi a rischio della propria vita; più di sessanta parroci milanesi muoiono di peste. Il cardinale Federigo è il modello più alto: rifiuta di rifugiarsi in campagna, visita i lazzeretti, percorre la città per portare soccorso materiale e spirituale ai sequestrati, dà norme prudenziali ma non si tira indietro davanti al pericolo. Anche frati come padre Michele si distinguono per iniziativa e coraggio concreto, organizzando lavori durissimi per sgomberare la città dai cadaveri. Queste figure testimoniano una fede incarnata nelle opere, che contrasta con la devozione superficiale e superstiziosa espressa, per esempio, nella processione richiesta dal popolo e dai decurioni.
Violenza, egoismo e degrado morale
Il capitolo mette in scena anche l’abbassamento morale che accompagna il collasso sociale. Monatti e apparitori, spesso individui senza scrupoli, approfittano del loro ruolo per rubare nelle case, ricattare i sani minacciando di trascinarli al lazzeretto, rifiutare di trasportare cadaveri se non dietro pagamento. Alcuni, secondo le voci riportate da Manzoni, arriverebbero a diffondere intenzionalmente oggetti infetti per prolungare l’“entrata” garantita dalla peste. Altri delinquenti imitano i monatti per introdursi nelle abitazioni e saccheggiarle. Anche i birri, che dovrebbero far rispettare l’ordine, partecipano a furti e violenze. Nel clima di panico collettivo, i legami familiari stessi vengono travolti: si sospettano mariti, mogli, genitori e figli come possibili untori, la mensa domestica e il letto nuziale diventano luoghi di paura. Manzoni mostra così come, accanto alla carità eroica di alcuni, molti altri sprofondino nell’egoismo e nella brutalità.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.