I promessi sposi: riassunto Capitolo 37
Piove, si lava il contagio, la peste sta lasciando Milano e Renzo ha ritrovato la sua Lucia senza più nessuno a intromettersi tra loro e la felicità
Nel Capitolo 37 de I promessi sposi, Alessandro Manzoni racconta il viaggio di ritorno di Renzo dal lazzaretto verso il suo paese e, nello stesso tempo, mostra il lento migliorare della situazione dopo la peste. Il capitolo alterna descrizioni paesaggistiche, dialoghi vivaci e riflessioni ironiche sui personaggi, come don Ferrante. I temi centrali sono la speranza dopo la sofferenza, la fiducia nella Provvidenza, la rinascita individuale e collettiva.
Dove e quando si svolge il Capitolo 37
Il capitolo si colloca negli ultimi mesi del 1630, quando la peste che ha devastato Milano e la Lombardia sta finalmente diminuendo. La vicenda si svolge in gran parte lungo il cammino da Milano verso il paese di Renzo, passando per località come Sesto, Monza, Pescate, Pescarenico, Pasturo e il territorio bergamasco. Lo sfondo storico è quello della grande peste manzoniana, ma qui il clima cambia: le piogge lavano il contagio, le città iniziano a riaprire, i lavori riprendono e la società, pur ferita, tenta di ricostruirsi. Il paesaggio accompagna simbolicamente questa rinascita.
Personaggi del Capitolo 37
- Renzo Tramaglino: protagonista del capitolo, torna dal lazzaretto pieno di speranza dopo aver ritrovato Lucia guarita; progetta il futuro e si dà da fare per ricostruire la propria vita.
- Agnese Mondella: madre di Lucia, rifugiata a Pasturo, rappresenta l’affetto familiare e la fede semplice; accoglie con gioia le notizie della figlia e pensa al nuovo corredo.
- L’amico di Renzo: contadino che lo ospita e lo aiuta; simbolo di solidarietà concreta nei momenti difficili.
- Bortolo: cugino di Renzo nel bergamasco, compagno di lavoro nella filatura della seta; con lui Renzo progetta la nuova vita economica.
- Lucia Mondella: presente indirettamente; esce dal lazzaretto, fa la quarantena, prepara il corredo e si prepara al ritorno.
- Don Abbondio: compare solo di sfuggita; resta schivo e timoroso all’idea del matrimonio da celebrare.
- Don Ferrante: nobile dotto milanese, esempio di falso razionalismo; ne viene narrata con ironia la morte per peste.
- Donna Prassede: moglie di don Ferrante, muore anch’essa di peste; rappresenta un moralismo rigido ma sincero.
- La monaca di Monza: ricordata nel racconto della vedova a Lucia; la sua tragica vicenda viene solo accennata.
- Il padre Cristoforo: se ne apprende la morte eroica per peste; è figura di santità e sacrificio.
- La vedova di Milano: ospita Lucia, la protegge, la accompagna nella quarantena e nel viaggio, incarnando carità e generosità.
Temi principali del Capitolo 37
Il Capitolo 37 sviluppa diversi temi tra loro collegati. Anzitutto emerge il tema della speranza e rinascita, perché dopo tanto dolore inizia un lento ritorno alla vita, sia per i personaggi sia per la società. È centrale anche la Provvidenza divina, letta nella salvezza inaspettata dei protagonisti e nella possibilità di ricominciare. Manzoni approfondisce inoltre la memoria del dolore, che non scompare ma viene trasformata in progetto per il futuro. Infine, il capitolo propone una critica ironica alla falsa scienza attraverso la figura di don Ferrante, contrapponendo la sapienza umile alla dottrina vana.
Speranza e rinascita
La speranza è il filo conduttore del capitolo. La pioggia che accoglie Renzo all’uscita del lazzaretto non è solo un fenomeno naturale: Manzoni le attribuisce un valore simbolico, perché “porta via il contagio” e segna l’inizio della fine della peste. Renzo stesso cammina bagnato, infangato, ma felice, ripetendo a sé: “L’ho trovata; è guarita; è mia!”. La gioia del ritrovamento di Lucia dà un nuovo senso alle sue fatiche e alle sofferenze passate. I paesi che riaprono, i lavori che riprendono, le case che si riabitano mostrano una società che, pur ferita, tenta di rialzarsi. Anche i preparativi pratici – la ricerca di una nuova casa nel bergamasco, l’allestimento del corredo, la sistemazione dei campi – indicano una rinascita concreta, non solo emotiva. La speranza, però, non cancella del tutto le ombre: restano la nostalgia per i morti e la consapevolezza di ciò che si è perduto.
Provvidenza divina e lettura cristiana degli eventi
In questo capitolo la Provvidenza appare come una presenza discreta ma decisiva. Renzo attribuisce la guarigione di Lucia e la propria salvezza al Signore e alla Madonna, riconoscendo che la loro storia avrebbe potuto finire molto peggio. Agnese, rivedendo la propria casa intatta, parla di “angioli” che hanno fatto la guardia e interpreta i danari ricevuti e il nuovo corredo come doni provvidenziali. Manzoni mostra come, a distanza di tempo, gli eventi che sembravano solo sventure acquistino un nuovo significato: i beni rubati sono compensati da altri aiuti, trame ingiuste vengono rovesciate, le ingiustizie dei potenti (come don Rodrigo) sono neutralizzate. Persino la morte dei giusti, come quella del padre Cristoforo, è letta in una prospettiva cristiana di sacrificio e salvezza. La Provvidenza non elimina il male, ma lo limita e lo trasforma, offrendo ai personaggi la possibilità di una vita più matura e consapevole.
Memoria del dolore e progetto di futuro
Renzo, camminando nella notte sotto la pioggia, ripercorre mentalmente “la storia di que’ tristi anni passati”: le ingiustizie, le fughe, il bando, la carestia, la peste. Non si tratta di un semplice ricordo malinconico: egli confronta il passato con l’immagine di un futuro diverso, fatto di matrimonio, lavoro stabile, casa nuova e vita condivisa con Lucia e Agnese. Anche Agnese interpreta retrospettivamente le proprie fatiche, come quando riflette sul primo corredo di Lucia, andato perduto, e sul nuovo che sta preparando grazie all’aiuto di una “anima buona” sconosciuta. La memoria del dolore non scompare, ma viene ricomposta: diventa racconto (Renzo racconta a tutti la sua storia) e occasione per immaginare una vita migliore. Così Manzoni mostra che il vero superamento della sventura non è l’oblio, ma la capacità di integrare il passato nel progetto di futuro, trasformando la sofferenza in esperienza e responsabilità.
Critica alla falsa scienza: il caso di don Ferrante
La figura di don Ferrante, descritta con ironia e distacco, permette a Manzoni di criticare la cultura astratta e vana, lontana dalla realtà. Il gentiluomo, dotto e pieno di libri, nega la peste con argomenti pseudo-filosofici, distinguendo tra sostanze e accidenti e dimostrando “logicamente” che il contagio non può esistere. La sua è una scienza chiusa nei libri, incapace di osservare i fatti e di proteggere la vita concreta delle persone. Inoltre, don Ferrante preferisce spiegare la calamità con le influenze astrali di Giove e Saturno, ridicolizzando le misure sanitarie, come la disinfezione dei vestiti. Il risultato è tragico: non prende alcuna precauzione, si ammala e muore “prendendosela con le stelle”. Manzoni oppone implicitamente a questa falsa scienza la sapienza pratica e umile di chi osserva la realtà, accetta i propri limiti e si affida alla Provvidenza. La morte di don Ferrante è così una lezione morale contro l’orgoglio intellettuale e l’astrattezza sterile.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.