I promessi sposi: riassunto Capitolo 38
Renzo e Lucia sono liberi da oppositori e potenti, da chi non voleva che coronassero il loro sogno. Tramite i valori cristiani di fede si sposano
Il Capitolo 38 de I promessi sposi racconta il ritorno alla normalità dopo peste e persecuzioni: i promessi finalmente si ritrovano, si sciolgono gli ultimi ostacoli alle nozze, si celebra il matrimonio e si delinea la loro nuova vita. Manzoni intreccia momenti comici (con don Abbondio), scene toccanti, riflessioni morali sulla Provvidenza e una conclusione esemplare che riassume il “sugo” di tutta la storia.
Dove e quando si svolge il Capitolo 38
Il capitolo si svolge principalmente nel paese natale di Renzo e Lucia, sulle rive del lago di Como, in un tempo immediatamente successivo alla grande peste del 1630. La vicenda si colloca nell’ultima fase del romanzo: la peste sta finendo, molti potenti sono morti (tra cui don Rodrigo) e si stanno ristabilendo i rapporti sociali. Sullo sfondo c’è la Lombardia seicentesca, segnata dalla crisi economica e demografica, ma anche da una lenta ripresa, favorita da leggi ed editti rivolti a ripopolare e rilanciare le attività.
Personaggi del Capitolo 38
- Renzo Tramaglino: protagonista maschile, ormai maturo dopo tante prove, determinato a sposare Lucia e a costruirsi una vita onesta nel bergamasco.
- Lucia Mondella: protagonista femminile, dolce e riservata, fedele alla sua promessa, esempio di pietà e fiducia in Dio.
- Agnese: madre di Lucia, pratica e affettuosa, sostiene i giovani e partecipa alla trattativa per le nozze.
- Don Abbondio: curato pauroso e comico, inizialmente titubante, poi finalmente celebra il matrimonio.
- La vedova mercantessa: donna milanese, energica e ironica, aiuta Lucia e contribuisce a convincere don Abbondio.
- Il marchese erede di don Rodrigo: nobile “della stampa antica”, generoso, che risarcisce i danni causati dal cugino.
- Cardinale Federigo Borromeo: non presente in scena, ma evocato come modello di santità e promotore di giustizia.
Temi principali del Capitolo 38
Il capitolo 38 intreccia e conclude molti dei temi centrali del romanzo. Si incontrano la Provvidenza divina che alla fine ristabilisce un ordine più giusto, la conversione e crescita morale dei personaggi (soprattutto Renzo), il rapporto tra debolezza umana e giustizia (don Abbondio, il marchese), il matrimonio come approdo umano e cristiano, la memoria del dolore e la capacità di trasformarlo in esperienza. Attraverso episodi realistici e riflessioni finali, Manzoni offre una lettura morale della storia, che diventa insegnamento universale sulla condizione umana.
La Provvidenza e il giudizio su don Rodrigo
In questo capitolo la Provvidenza appare come lenta ma inesorabile. Don Rodrigo, perseguitatore dei due giovani, è ormai morto di peste: la notizia giunge attraverso il sagrestano, confermata dai racconti sul nuovo marchese che prende possesso del palazzo. Don Abbondio, sollevato, parla della peste come di una “scopa” che ha spazzato via gli oppressori, rivelando come la storia abbia colpito anche chi sembrava intoccabile. La morte di don Rodrigo non è narrata con spirito di vendetta, ma con un misto di sollievo e pietà cristiana: Renzo infatti dichiara di averlo perdonato e prega per lui. Manzoni mostra così che la Provvidenza agisce nella storia umana punendo il male, ma invita i personaggi (e i lettori) a un atteggiamento di misericordia e non di trionfo personale.
Il matrimonio e la ricostruzione della vita
Il capitolo racconta finalmente la celebrazione del matrimonio tra Renzo e Lucia, proprio nella chiesa dove era stato impedito nel primo capitolo. Questo ritorno nello stesso luogo ha un forte valore simbolico: ciò che era stato bloccato dalla violenza e dalla paura ora si compie “con sicurezza trionfale”. Le nozze non sono presentate come un lieto fine fiabesco, ma come l’inizio concreto di una nuova fase: scelta di emigrare nello Stato di Venezia, acquisto del filatoio, progetti di lavoro. La dimensione affettiva (l’amore fedele tra i due) si unisce a quella sociale ed economica: matrimonio, casa, figli, lavoro. Il banchetto nel palazzo che fu di don Rodrigo sottolinea il rovesciamento delle posizioni: i deboli un tempo perseguitati ora siedono, da ospiti onorati, nella casa del loro ex oppressore, segno di un ordine finalmente più giusto.
Don Abbondio: paura, ironia e piccolo egoismo
Don Abbondio è ancora dominato dalla paura: tenta inizialmente di prendere tempo con nuove scuse, parla della “cattura” di Renzo e del rischio di pronunciare in chiesa il suo nome. Tuttavia, appena è certo della morte di don Rodrigo e rassicurato da Renzo sui cambiamenti politici e giuridici, cambia atteggiamento, si scioglie in chiacchiere e scherzi. La sua figura resta comica: tergiversa, discute sui titoli onorifici da dare al cardinale, fa battute sulla peste e sui matrimoni dopo il contagio, si lamenta della vecchiaia. Non diventa un eroe, non si converte profondamente, ma rimane un uomo comune, timoroso e interessato alla propria sicurezza. Manzoni, però, lo tratteggia con ironia indulgente: alla fine celebra il matrimonio, mostra affetto per i suoi parrocchiani e partecipa, a modo suo, alla loro felicità.
Giustizia umana, risarcimento e carità cristiana
La comparsa del marchese, erede di don Rodrigo “per fidecommisso”, introduce il tema della giustizia riparatrice. Questo nobile, descritto come uomo “della stampa antica”, sente il dovere morale di rimediare ai torti causati dal cugino. Non solo si informa sui promessi sposi per desiderio del cardinale, ma offre di aiutarli concretamente. Su suggerimento di don Abbondio, compra le loro proprietà “a prezzo alto”, anzi raddoppiando la cifra proposta, consentendo così ai giovani di cominciare in condizioni favorevoli. Inoltre promette di intervenire a Milano per cancellare la “cattura” a carico di Renzo. Qui si intrecciano carità cristiana, responsabilità nobiliare e funzionamento (pur imperfetto) delle istituzioni: non una rivoluzione, ma un uso giusto e generoso del proprio potere, in netta opposizione allo stile violento di don Rodrigo.
La memoria del dolore e l’educazione attraverso le prove
Manzoni insiste sul fatto che le sofferenze passate non sono inutili. Renzo, ripensando alle sue avventure, elenca le “cose imparate”: non andare ai tumulti, non predicare in piazza, non alzare il gomito, non farsi trascinare dalla folla. È una sorta di autoeducazione alla prudenza civile. Lucia, però, nota che lei non aveva “cercato i guai”: le disgrazie l’hanno raggiunta pur senza sue colpe. Da questo confronto nasce la sintesi finale: i guai spesso vengono per colpa nostra, ma non sempre; tuttavia, in ogni caso, la fiducia in Dio li rende più sopportabili e utili per diventare migliori. Questa è la morale conclusiva del romanzo, “il sugo di tutta la storia”: nelle vicende della vita, fatte di dolori e consolazioni, ciò che conta è trarne un cammino di crescita morale illuminato dalla Provvidenza.
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.