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I promessi sposi: riassunto Capitolo 5

Sulla strada tra casa di Agnese e quella di don Rodrigo si notano i segni della carestia mentre il palazzo del signore in collina controlla il borgo

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Il capitolo 5 de I promessi sposi è centrale per comprendere il carattere di padre Cristoforo e il potere oppressivo di don Rodrigo. La scena passa dalla povera casa di Lucia al palazzotto del signorotto, mostrando il contrasto tra innocenza e prepotenza. Emergono temi come la fiducia in Dio, la vigliaccheria dei potenti, l’ipocrisia sociale e il clima storico-politico del Seicento lombardo.

Dove e quando si svolge il Capitolo 5

Il capitolo 5 si svolge nella campagna lombarda del Seicento, in un territorio sotto il dominio spagnolo. La prima parte ha luogo nella casa di Lucia, dove padre Cristoforo consola gli sposi e promette aiuto. Successivamente l’azione si sposta verso il palazzotto isolato di don Rodrigo, posto in alto, come una piccola fortezza che domina il paese. Il contesto storico è quello di un’Italia frammentata, segnata da prepotenze feudali, da un’autorità statale debole e da tensioni politiche europee, richiamate nel dialogo a tavola sulla guerra di successione di Mantova.

Personaggi del Capitolo 5

  • Padre Cristoforo: frate cappuccino coraggioso e caritatevole, mediatore tra gli oppressi e i potenti, deciso a difendere Lucia.
  • Lucia Mondella: giovane timida e devota, vittima innocente del capriccio di don Rodrigo, simbolo di purezza.
  • Agnese: madre pratica e affezionata, racconta l’accaduto al frate e sostiene moralmente i due giovani.
  • Renzo Tramaglino: filatore impulsivo ma generoso, tentato dalla violenza, viene richiamato da padre Cristoforo alla fiducia in Dio.
  • Don Rodrigo: signorotto prepotente, circondato da bravi e adulatori, rappresenta l’abuso di potere feudale.
  • Conte Attilio: cugino di don Rodrigo, arrogante e superficiale, complice morale delle sue prepotenze.
  • Il podestà: autorità civile corrotta e servile, teoricamente garante della giustizia, in pratica al servizio del potente.
  • Dottor Azzecca-garbugli: avvocato intrigante e opportunista, pronto ad adattare le proprie opinioni al potente di turno.

Temi principali del Capitolo 5

Nel capitolo 5 emergono vari temi strettamente intrecciati. Innanzitutto il contrasto tra giustizia umana, debole e corrotta, e Provvidenza divina, in cui i poveri sono invitati a confidare. Si evidenzia poi la prepotenza del potere feudale, incarnata da don Rodrigo, in opposizione alla carità coraggiosa di padre Cristoforo. Un altro tema importante è il conflitto interiore di Renzo tra violenza e obbedienza cristiana. Infine, attraverso il pranzo e le discussioni politiche, Manzoni denuncia l’ipocrisia e la vuotezza della classe dirigente, più interessata a onori, vino e chiacchiere che al bene del popolo affamato.

Fede e Provvidenza contro violenza e vendetta

Il confronto tra la voglia di vendetta di Renzo e la predicazione di padre Cristoforo mostra il tema centrale della fiducia in Dio. Renzo, deluso dagli “amici del mondo” e dal tradimento di don Abbondio e dell’avvocato, pensa alla forza e agli amici armati come unica difesa. Padre Cristoforo lo rimprovera con fermezza: se il debole “mette fuori l’unghie non ci guadagna”, e soprattutto rischia di “perdere” Dio, l’unico vero alleato dei tribolati. Il frate chiede a Renzo una promessa precisa: non affrontare né provocare nessuno, e lasciarsi guidare. Così Manzoni oppone due strade: quella umana della violenza, che peggiora le ingiustizie, e quella cristiana dell’abbandono alla Provvidenza, che non elimina il male, ma offre una via di salvezza morale e, forse, concreta.

Il potere oppressivo e la viltà delle istituzioni

Il capitolo mostra con chiarezza quanto siano deboli e compromesse le istituzioni civili. Il podestà, che dovrebbe proteggere Renzo e punire don Rodrigo, siede invece alla tavola del signorotto, lo loda, brinda al conte duca e si appoggia al castellano spagnolo. L’autorità, invece di essere indipendente, è succube del potere locale. Anche il dottor Azzecca-garbugli, già visto nel capitolo precedente, appare come simbolo di una giustizia piegata ai potenti: sorride, approva, cambia discorso, pensa solo a compiacere chi comanda. Intorno al palazzotto, bravi armati e contadini intimoriti testimoniano un piccolo “regno privato” fondato sulla paura. Manzoni denuncia così un sistema politico-sociale in cui il diritto è calpestato, e i più deboli restano privi di difesa concreta.

Coraggio cristiano di padre Cristoforo

Padre Cristoforo è il vero protagonista morale del capitolo. Dopo aver ascoltato la storia di Lucia, riflette a lungo, valuta diverse strategie e scarta quelle imprudenti. Non può contare né sui confratelli, che temono don Rodrigo, né sulle autorità; decide allora di affrontare direttamente il signorotto. Il suo coraggio non è temerarietà, ma scelta consapevole: sa di rischiare la reputazione e forse la vita, ma si sente responsabile di Lucia, “che Dio gli ha confidato”. Nel palazzo appare umile e persino intimidito, ma questa umiltà non è paura: è dominio di sé, perché ricorda che non è lì per sé, ma per difendere i deboli. In lui Manzoni unisce fede, prudenza e audacia, proponendo un modello di opposizione cristiana alla violenza, che non usa le armi ma la parola e l’autorità morale.

Critica della nobiltà e dell’ipocrisia sociale

La lunga scena del banchetto di don Rodrigo è una satira tagliente della nobiltà e dei ceti dirigenti. Mentre il popolo soffre la carestia, i convitati mangiano e bevono vino raffinato, discutendo animatamente di onore cavalleresco, di bastonate ai messi e di grandi questioni politiche europee. Il conte Attilio pensa solo alla propria gloria di cavaliere; il podestà si vanta di conoscere i disegni del conte duca; il dottor Azzecca-garbugli si esercita in frasi pompose per elogiare vino e padrone. La parola “carestia”, detta per caso, non suscita compassione, ma solo discorsi vuoti e proposte crudeli di impiccagioni esemplari contro i fornai. Manzoni mette così in luce l’egoismo, la superficialità e l’ipocrisia di una classe che parla di giustizia e politica, ma ignora la sofferenza reale, interessata soltanto al proprio piacere e prestigio.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.