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Le avventure di Pinocchio: il difficile cammino da burattino a bambino

Attraverso elementi fiabeschi e personaggi allegorici, Pinocchio si trasforma da burattino bizzoso e ingrato a bambino serio, responsabile e felice

Elena Di Mauro

Elena Di Mauro

DOCENTE D'ITALIANO

Elbana, laureata con lode in Filologia Moderna a Firenze (2018), ho lavorato e viaggiato tra Nepal, Nuova Zelanda, Australia e Asia, maturando inglese, spagnolo e il desiderio di insegnare. Oggi sono docente di ruolo all’Elba: credo nella scuola come seme di libertà e cambiamento.

Quando pensi a Le avventure di Pinocchio, forse ti viene in mente solo il burattino dal naso lungo. Ma il libro di Carlo Collodi è molto di più: è un racconto pieno di colpi di scena, fughe notturne, incontri inquietanti (come il Pesce‑cane o Mangiafoco), ma anche di momenti teneri tra Pinocchio e il suo babbo Geppetto. Nata nell’Ottocento per i ragazzi italiani, questa storia continua a parlare ai lettori di oggi perché mostra, con ironia e durezza, quanto sia difficile crescere, imparare a dire la verità e assumersi le proprie responsabilità. Seguire Pinocchio significa entrare in un viaggio pieno di trappole, trasformazioni, errori e seconde possibilità, in cui ogni capitolo è una piccola lezione di vita mascherata da avventura. E tu, che tipo di “burattino” sei: quello che scappa o quello che impara?

Trama del romanzo

Il romanzo si apre in una bottega di falegname: un semplice pezzo di legno, destinato alla stufa, comincia a parlare mentre mastr’Antonio, detto maestro Ciliegia, cerca di lavorarlo. Spaventato, il falegname lo regala al povero Geppetto, che sogna di costruire un burattino capace di ballare e guadagnare qualche soldo. Nasce così Pinocchio, che già mentre viene scolpito rivela il suo carattere: il naso cresce a dismisura, la bocca ride, i piedi appena finiti scappano via. Appena imparato a camminare, Pinocchio fugge di casa; un carabiniere lo blocca e, tra l’incomprensione generale, finisce perfino che Geppetto venga arrestato ingiustamente. Rimasto solo, Pinocchio rientra nella misera stanzetta, dove incontra il Grillo‑parlante, voce di coscienza che lo invita a studiare e lavorare: il burattino, infastidito, lo colpisce con un martello e lo “uccide”.

Subito dopo cominciano le conseguenze delle sue scelte: affamato, Pinocchio cerca cibo in casa, trova un uovo che sembra la sua salvezza, ma ne esce un pulcino che vola via. Di notte esce sotto la tempesta per mendicare un pezzo di pane, viene bagnato da un vecchietto sospettoso e si addormenta col calore del braciere, bruciandosi i piedi. Tornato dal carcere, Geppetto lo perdona, gli rifà i piedi e, pur essendo poverissimo, vende la propria casacca per comprargli un Abbecedario. Pinocchio promette di andare a scuola, ma si lascia subito tentare dal Gran teatro dei burattini: vende il libro per entrare allo spettacolo, dove viene festeggiato dai burattini “fratelli” e minacciato dal terribile burattinaio Mangiafoco. L’uomo, che sembra feroce, si rivela capace di pietà: risparmia prima Arlecchino e poi Pinocchio, e gli dona cinque monete d’oro per il povero Geppetto.

Sulla strada del ritorno, però, entrano in scena la Volpe e il Gatto, due falsi mendicanti che lo convincono a seminare i soldi nel miracoloso Campo dei Miracoli per farli moltiplicare. Nonostante il nuovo avvertimento dell’ombra del Grillo‑parlante, Pinocchio insiste; viene truffato, derubato e, quando oppone resistenza, aggredito da due “assassini” incappucciati (sempre la Volpe e il Gatto travestiti). Dopo una lunga fuga nel bosco, viene impiccato alla Quercia grande e sembra morire. A salvarlo è una misteriosa Bambina dai capelli turchini, in realtà la Fata: lo fa trasportare a casa sua, lo cura, lo rimprovera con dolcezza e gli mostra, con il celebre allungarsi del naso, che le bugie hanno sempre conseguenze. Pinocchio promette di cambiare, ma continua a cadere: torna con la Volpe e il Gatto, perde di nuovo il denaro, finisce in tribunale e addirittura in prigione per essere “stato derubato”.

Liberato per caso, Pinocchio prova più volte a cercare Geppetto e la Fata, ma ogni volta viene ostacolato: incontra un serpente che muore dal ridere, resta intrappolato in una tagliuola per uva rubata, viene preso da un contadino e costretto a fare il cane da guardia. Quando, da “cane”, sventa un furto di faine, il contadino lo libera e Pinocchio riparte alla ricerca dei suoi. Davanti all’ex casetta della Bambina trova solo una lapide che annuncia la sua morte di dolore: disperato, piange finché un colombo lo porta verso il mare, dove vede Geppetto in una barchetta travolta dalla tempesta. Per salvarlo si getta in acqua, ma la barca scompare. Dopo una notte tremenda in mare, approda al paese delle Api industriose, dove tutti lavorano: affamato, è costretto, per la prima volta, a guadagnarsi il pane aiutando una donna sconosciuta che si rivela essere la Fata ormai cresciuta.

La Fata gli propone di diventare per lui una madre e lo invita a studiare, lavorare, dire la verità se vuole diventare un ragazzo vero. Pinocchio accetta, torna a scuola e diventa persino il primo della classe, ma frequenta ancora cattivi compagni. Una falsa notizia sul Pesce‑cane lo spinge a marinare la scuola: finisce in una rissa in cui un compagno, Eugenio, resta ferito e lui viene accusato. Fuggendo dai carabinieri, viene inseguito dal cane Alidoro, che però lui salverà dall’annegamento poco dopo, guadagnandosi un alleato. Più avanti, catturato da un pescatore verde che vuole friggerlo, sarà proprio Alidoro a salvarlo portandolo via di bocca dal mostro. Tornato dalla Fata, riceve una promessa straordinaria: se continuerà ad essere buono, l’indomani si sveglierà bambino in carne e ossa. Ma la sera stessa cede di nuovo alla tentazione del Paese dei balocchi, trascinato dall’amico Lucignolo.

Nel Paese dei balocchi i ragazzi vivono nel divertimento continuo, senza scuola né maestri. Dopo qualche mese, Pinocchio e Lucignolo si ritrovano con le orecchie d’asino e poi completamente trasformati in ciuchini: sono venduti a padroni crudeli. Pinocchio, diventato asino da circo, viene sfruttato finché, azzoppato, è rivenduto a un uomo che vuole farne un tamburo: l’uomo lo getta in mare legato a un sasso. Ma i pesci mangiano tutta la carne asinina e Pinocchio, tornato burattino di legno, riesce a salvarsi. Nuotando vede una capretta dal pelo turchino che lo chiama da uno scoglio: mentre cerca di raggiungerla, viene inghiottito dal gigantesco Pesce‑cane, lo stesso mostro che aveva inghiottito anche la barca di Geppetto.

Dentro il Pesce‑cane Pinocchio ritrova finalmente Geppetto, pallido e magrissimo ma vivo, che sopravvive da quasi due anni mangiando ciò che rimane di un bastimento inghiottito. L’incontro è commovente: il burattino, ormai più maturo, decide di salvarlo. Sfruttando il respiro asmatico del mostro, i due fuggono dalla sua bocca in una notte di calma e, tra le onde, cercano di raggiungere la riva. Pinocchio nuota portando il padre sulle spalle; allo stremo delle forze, riceve l’aiuto del fedele Tonno, che li trascina fino alla spiaggia. Qui, nel mondo degli uomini, il burattino mostra finalmente di essere cambiato: rifiuta di aiutare la Volpe e il Gatto ridotti in miseria, chiede aiuto con umiltà al Grillo‑parlante e accetta di lavorare per l’ortolano Giangio in cambio di un po’ di latte per Geppetto.

Da quel momento, Collodi mostra la lenta ma vera trasformazione morale di Pinocchio: il burattino si alza all’alba, tira il carretto, studia alla sera, mette da parte ogni soldino per il padre malato e per la casa. Non si lamenta più, non scappa, non cerca scorciatoie. Una notte, dopo aver compiuto un gesto di grande generosità verso la Fata (che lo prova ancora una volta), si addormenta stremato. Al risveglio scopre di essere diventato un bambino vero: il vecchio corpo di legno pende inerte sulla sedia, mentre lui si vede trasformato in un ragazzino in carne e ossa. Geppetto è guarito, la casa è semplice ma dignitosa, e sul tavolo ci sono i risparmi del suo lavoro. Il viaggio iniziato con un pezzo di legno capriccioso si conclude con un ragazzo che ha imparato, attraverso errori e sofferenze, che la vera libertà passa da responsabilità, affetto e lavoro onesto.

Personaggi di Le avventure di Pinocchio

I personaggi di Le avventure di Pinocchio non sono solo figure della storia, ma veri e propri simboli del percorso di crescita. Attraverso burattini, animali parlanti, fate e pescatori verdi, Collodi costruisce una galleria di tipi umani che rappresentano tentazioni, modelli educativi, pericoli e possibilità di salvezza. Ogni incontro cambia un po’ Pinocchio: alcuni personaggi lo ingannano e lo trascinano verso il basso, altri lo salvano e gli ricordano cosa significhi diventare “un ragazzo perbene”. Leggere il romanzo con attenzione ai personaggi aiuta a cogliere che non sono “buoni o cattivi” in modo semplicistico, ma esprimono vizi e virtù presenti anche nel mondo reale: furbizia, pigrizia, generosità, durezza, pazienza. Ecco i principali, con il loro ruolo narrativo e il loro significato simbolico.

  • Pinocchio è il protagonista, un burattino di legno vivacissimo, testardo e curioso, che all’inizio rifiuta scuola, lavoro e regole per inseguire solo divertimento e “ricchezze facili”. Fugge, mente, si lascia trascinare dai cattivi compagni, ma porta sempre in sé una scintilla di bontà e un grande bisogno d’affetto. Ogni sua marachella ha una conseguenza concreta (fame, prigione, trasformazione in asino), che lo costringe a riflettere. Simbolicamente, Pinocchio rappresenta il bambino in crescita, la nostra parte immatura che non vuole limiti ma che, solo sbagliando e soffrendo, impara il valore della responsabilità. Il passaggio da burattino a “ragazzo vero” è il simbolo della maturazione morale: diventiamo “umani” davvero solo quando smettiamo di essere manovrati da impulsi e capricci, e scegliamo consapevolmente il bene.
  • Geppetto è il falegname povero che crea Pinocchio da un pezzo di legno e ne diventa il padre affettuoso. Pur rimproverandolo quando sbaglia, lo perdona sempre e si sacrifica per lui: vende la casacca per l’Abbecedario, rischia la vita in mare per ritrovarlo, sopporta fame e solitudine nel ventre del Pesce‑cane. Rappresenta il genitore amorevole e la figura dell’educatore paziente, pronto a rinunciare al proprio benessere per il futuro del figlio. Simbolicamente, Geppetto incarna anche la povertà dignitosa: non ha quasi nulla, ma quello che possiede lo usa per il bene di chi ama. Nel rapporto con lui si misura la crescita di Pinocchio: da causa di dolore, il burattino diventa sostegno e consolazione del padre anziano.
  • La Fata dai capelli turchini appare prima come bambina misteriosa, poi come donna‑madre che accoglie Pinocchio, lo cura e lo educa. Ha poteri magici (può salvare, trasformare, far comparire cibo o picchi che accorciano il naso), ma non usa la magia per evitare al burattino le conseguenze delle sue azioni: lo lascia piangere, lo mette alla prova, lo ammonisce. È il simbolo della guida interiore e dell’educazione affettuosa ma esigente: non è la “mamma che vizia”, bensì la presenza che ti ama abbastanza da dirti no. Di volta in volta appare come sorella, madre, capretta turchina: è la costante voce del bene che richiama Pinocchio, anche quando lui si smarrisce. Rappresenta anche la speranza del perdono: c’è sempre una strada per ricominciare, se si è sinceramente pentiti.
  • Il Grillo‑parlante è inizialmente un piccolo insetto che abita nella stanza di Geppetto e che Pinocchio uccide con un martello. Più avanti ricompare come ombra, spirito, medico improvvisato: commenta, avverte, rimprovera. Non interviene con la forza, ma con le parole. Simbolicamente è la coscienza morale, quella vocina che spesso non vogliamo ascoltare perché ci toglie la voglia di “fare come ci pare”. Il fatto che Pinocchio lo colpisca, e che poi lo ritrovi nei momenti chiave, mostra come la coscienza possa essere messa a tacere, ma non eliminata: prima o poi ritorna, e talvolta proprio dalle persone cui abbiamo fatto torto (il Grillo ricorda a Pinocchio il colpo ricevuto).
  • La Volpe e il Gatto sono una coppia di truffatori professionisti: fingono di essere poveri e malati per ispirare pietà, ma in realtà vivono ingannando gli ingenui. Portano Pinocchio al Campo dei Miracoli, lo derubano, lo inseguono travestiti da assassini, e alla fine vengono puniti dalla stessa vita: ridotti a mendicanti, chiedono aiuto al burattino cresciuto, che li respinge. Simbolicamente rappresentano i cattivi consiglieri, gli adulti (o i compagni più scafati) che sfruttano la credulità dei giovani promettendo guadagni miracolosi senza fatica. Il loro degrado finale mostra una forma di “giustizia poetica”: chi vive parassitando gli altri, prima o poi paga il conto.
  • Mangiafoco è il gigantesco burattinaio barbuto che minaccia di bruciare Pinocchio per cuocere un montone. Sembra un mostro, ma i suoi starnuti rivelano la commozione: dietro la faccia feroce c’è un cuore che sa ancora provare pietà. Decide di salvare il burattino e i suoi amici, e dona le monete d’oro per Geppetto. Simbolicamente incarna le autorità dure ma non crudeli, quei “grandi” che urlano, puniscono, spaventano, ma sanno anche cambiare idea di fronte al coraggio e all’altruismo. In lui Collodi gioca sul tema dell’apparenza: non sempre chi fa paura è davvero cattivo, e non sempre chi appare dolce (come la Volpe) è buono.
  • Lucignolo (Romeo) è il compagno di scuola che seduce Pinocchio con la promessa del Paese dei balocchi. È magro, irrequieto, allergico allo studio e al lavoro, sempre pronto a ridere e a trasgredire. Con lui, Pinocchio vive i mesi di divertimento senza regole e condivide la trasformazione in asino. Simbolicamente Lucignolo rappresenta il cattivo amico che non sembra cattivo: è simpatico, divertente, “uno che non si fa comandare”, ma la sua strada porta alla rovina. È il ritratto dei compagni che spingono a trascurare doveri e impegni per “fare branco”, e che poi spariscono quando arrivano le conseguenze.
  • Il Pesce‑cane è il mostro marino gigantesco che inghiotte Geppetto e, più tardi, Pinocchio. All’esterno è una creatura paurosa, con bocca enorme e fiato d’asma; all’interno è uno spazio buio e desolato, dove però il padre e il figlio si ritrovano. Simbolicamente è la prova estrema, il “ventre della balena” dei miti: rappresenta quelle situazioni limite (malattie, pericoli, crisi) in cui tutto sembra perduto ma in cui, proprio perché non c’è più nulla da perdere, nasce la possibilità di un cambiamento radicale. Dal Pesce‑cane Pinocchio esce davvero diverso: non più burattino capriccioso, ma figlio capace di portare il padre sulle spalle e di affrontare il mare per lui.

Temi Principali

Dietro le disavventure di Pinocchio si nasconde una fitta rete di temi che parlano direttamente all’esperienza di chi cresce. Collodi non fa mai prediche esplicite: preferisce mostrare le conseguenze delle azioni del protagonista, mescolando comicità, paura e tenerezza. Così il romanzo diventa una sorta di “manuale di educazione” narrativo, che affronta argomenti come la libertà, la responsabilità, la scuola, il lavoro, la menzogna, l’amicizia. Alcuni temi possono sembrare “ottocenteschi” (come l’insistenza sul mestiere), ma in realtà toccano questioni ancora attuali: chi voglio ascoltare? Voglio scorciatoie o sono disposto a impegnarmi? Che rapporto ho con chi si prende cura di me? Ecco i nuclei tematici più importanti per leggere Pinocchio con occhi critici.

  • Crescita e responsabilità è il tema portante del romanzo. All’inizio Pinocchio è letteralmente un pezzo di legno manovrato da impulsi immediati: fa ciò che gli va, senza pensare a conseguenze o agli altri. Ogni capitolo lo mette di fronte a un bivio: ascoltare chi lo guida (Geppetto, la Fata, il Grillo) o cedere alla voglia di divertimento o ricchezza facile. La vera svolta non viene da una magia improvvisa, ma da una serie di esperienze dure (fame, prigione, trasformazione in asino, mare in tempesta) che lo costringono a prendersi cura di qualcuno più fragile di lui: prima i compagni, poi Geppetto. Diventare “ragazzo vero” significa allora imparare a rispondere delle proprie azioni, preoccuparsi del futuro, lavorare, rispettare gli altri: una definizione di maturità che parla ancora oggi a chi attraversa l’adolescenza.
  • Libertà, obbedienza e disobbedienza si intrecciano continuamente. Pinocchio scambia la libertà con l’assenza completa di regole: fuggire di casa, marinare la scuola, seguire chiunque gli prometta divertimento. Ma ogni “colpo di testa” porta a una nuova forma di prigionia: catene, collari, gabbie, contratti da animale da circo. Collodi non esalta un’obbedienza cieca: la Volpe e il Gatto dimostrano che non tutti gli adulti meritano fiducia. Il romanzo suggerisce piuttosto che la vera libertà nasce da una obbedienza consapevole alle persone e ai valori che ci vogliono davvero bene. Disobbedire a Mangiafoco per salvare Arlecchino è un atto libero e buono; disobbedire alla Fata per il Paese dei balocchi è scelta immatura che lega. Il lettore è spinto a chiedersi: a chi vale la pena obbedire?
  • La scuola, il lavoro e l’ozio sono al centro della pedagogia collodiana. La scuola all’inizio per Pinocchio è solo noia e obbligo; il lavoro, fatica da evitare. Il Paese dei balocchi promette una vita senza compiti né maestri, ma il prezzo è altissimo: diventare asini, cioè perdere dignità e libertà. L’ozio, presentato come cuccagna, si rivela una trappola che porta allo sfruttamento brutale (circo, contadini, tamburi). Al contrario, il lavoro onesto – tirare il carretto per Giangio, studiare la sera – permette a Pinocchio di aiutare Geppetto e di costruirsi una casa. Il messaggio è chiaro: impegno e studio non servono a “fare contenti i grandi”, ma a non diventare strumenti nelle mani degli altri. È un invito a vedere scuola e lavoro non come condanne, ma come strumenti di libertà.
  • Verità e menzogna attraversano l’intera storia, simbolizzate dal celebre naso che si allunga. Ogni bugia di Pinocchio – sulle monete d’oro, sui compagni, su dove è stato – non resta nascosta: il corpo la tradisce, il naso cresce in modo ridicolo e scomodo. Collodi mostra che mentire non è solo “sbagliato” in astratto, ma crea una realtà più stretta e imbarazzante: Pinocchio rimane intrappolato nel suo stesso inganno, incapace di passare dalla porta. Allo stesso tempo, la Fata non lo abbandona per sempre: gli dà occasioni di confessare, di correggere, di riparare. Il romanzo suggerisce che la verità può essere faticosa, ma è l’unica base su cui costruire rapporti di fiducia; le bugie, anche piccole, prima o poi si vedono e hanno un costo.
  • Affetto familiare e figure educative emergono nel rapporto tra Pinocchio, Geppetto, la Fata e il Grillo‑parlante. La famiglia qui non è un luogo perfetto, ma uno spazio di fatica, povertà, incomprensioni e sacrifici quotidiani: Geppetto soffre e sbaglia, ma non smette mai di amare; la Fata talvolta sembra dura, ma è l’unica che tiene davvero al futuro del burattino. Intorno a queste due figure ruotano adulti opposti: l’omino del Paese dei balocchi, i truffatori, il direttore del circo, che sfruttano i ragazzi invece di aiutarli. Il tema invita a distinguere tra chi educa (anche se rimprovera) e chi usa gli altri per il proprio tornaconto. Pinocchio diventa “figlio” nel momento in cui riconosce il valore di queste presenze e sceglie di prendersene cura a sua volta.

Perché leggere Le avventure di Pinocchio oggi?

Le avventure di Pinocchio non è solo una favola per bambini: è un romanzo di formazione pieno di energia, ironia e momenti davvero inquietanti, che parla con sorprendente lucidità ai ragazzi di oggi. Nelle scelte di Pinocchio riconosciamo tentazioni sempre attuali: seguire il gruppo invece della propria coscienza, cercare scorciatoie, scappare dalle responsabilità. Allo stesso tempo, il libro offre modelli positivi di affetto, perseveranza e perdono. Leggerlo a scuola significa discutere di libertà, errori, seconde possibilità usando immagini forti e indimenticabili (il naso lungo, il Pesce‑cane, il Paese dei balocchi). È un testo perfetto per riflettere su cosa voglia dire “diventare grandi” senza perdere la capacità di stupirsi e ridere.

Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.